giovedì 19 maggio - La bottega del Barbieri

Escalation: il Giappone mette la Cina nel mirino

Mentre noi guardiamo al conflitto tra Ucraina e Russia da un osservatorio eurocentrato il Giappone, terza potenza economica mondiale, guarda direttamente al mondo che verrà fuori alla fine del conflitto, con i riflettori e, soprattutto, le armi, puntate verso la Cina. Stavolta la consueta ignoranza italiana – nel senso proprio di ignorare, non conoscere, verso quel che avviene nel resto del mondo – è condivisa con il resto della stampa internazionale, che relega le notizie dal Paese del Sol Levante alle rubriche di cucina o di giochi elettronici.

di Gianluca Cicinelli (*)

 Eppure negli ambienti della Difesa nipponici è in atto un forte dibattito sui possibili obiettivi dell’eventuale capacità di contrattacco verso Pechino, che includerebbero la Commissione militare centrale cinese, il più alto organo decisionale delle forze armate del Paese guidato dal presidente Xi Jinping.

Il Partito Liberal Democratico del premier Fumio Kishida, conservatore e nazionalista, il 27 aprile scorso ha iniziato a premere sul governo affinchè acquisisca una più ampia capacità di contrattacco per attaccare le basi “nemiche”. La questione è venuta alla luce pochi giorni fa, in seguito a un’interrogazione parlamentare presentata da Keiji Kokuta, deputato del Partito Comunista giapponese, durante una riunione del Comitato per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti che si è tenuta l’11 maggio scorso. Kokuta citava un documento utilizzato dall’ufficio del personale di terra giapponese in una riunione interna nel settembre 2017. La risposta imbarazzata del governo anzichè fugare i timori di un’escalation ha dato adito a una serie d’ipotesi che aprono scenari molto pericolosi.

Gli esperti della difesa giapponese affermano che la capacità di contrattacco proposta dai liberaldemocratici potrebbe riguardare i centri di comando che emettono ordini per attacchi missilistici in Cina e amplierebbe le opzioni del Giappone per la rappresaglia contro i missili lanciati da basi mobili e da sottomarini.


L’obiettivo cinese nel mirino, letteralmente nel mirino, riguarderebbe anche i “Five Theatre Commands”, i cinque comandi incaricati della difesa delle regioni orientali, meridionali, occidentali, settentrionali e centrali della Cina. L’Eastern Theatre Command, ad esempio, controlla Taiwan, il Giappone e il Mar Cinese Orientale. E al solo nominare la possibilità di missili giapponesi puntati contro il centro di difesa cinese per Taiwan è chiaro come la politica militare di Tokyo riguardi il mondo intero, nel momento in cui la Nato si allarga e ridefinisce i suoi confini. Kokuta ha affermato che la proposta dei liberaldemocratici non esclude dunque il centro di comando militare di Pechino e i suoi cinque comandi da possibili attacchi e si è chiesto se questa politica non porterebbe a una guerra su vasta scala con la Cina.

Il ministro degli Esteri Yoshimasa Hayashi ha confermato che il governo sta valutando l’adozione di una capacità di risposta militare che non esclude alcuna opzione possibile, mentre il viceministro della Difesa Makoto Oniki ha ribadito che tale soluzione rientrerebbe costituzionalmente nell’ambito dell’autodifesa e sarebbe quindi legittimo.
In ogni caso il governo giapponese sta pensando di raddoppiare entro cinque anni al 2% del prodotto interno lordo la spesa militare, sperando che lo sviluppo della difesa nipponica serva da deterrente contro possibili attacchi, soprattutto alla luce dell’attività cinese nella regione indo-pacifica e dello sviluppo nucleare e missilistico della Corea del Nord.

Ma a essere preoccupati per la piega aggressiva che sta prendendo il governo di Kishida non sono soltanto i comunisti di Tokyo. Sono molti i giuristi e gli esperti militari secondo cui questa misura rappresenterebbe un importante cambiamento dalla posizione di sicurezza, fin qua esclusivamente orientata all’autodifesa del Giappone secondo la sua Costituzione, che prevede la rinuncia alla guerra.

E se pensiamo al Giappone come un concentrato di altissima tecnologia in grado di garantire sicurezza anche nel controllo militare, c’è un episodio in apparenza minore che deve far riflettere sulla complessità del Paese. Nella città di Abu, prefettura di Yamaguchi, un uomo si è visto consegnare dal governo per sbaglio 46,3 milioni di yen, circa 350 mila euro, che facevano parte del pacchetto di aiuti per la crisi scaturita dal covid, in realtà destinati alle 463 famiglie della città. Diciamo subito che il signore è già scappato con l’insperato bottino, dopo che le autorità si sono accorte dell’errore e gli hanno chiesto indietro il denaro. Ma ciò che va annotato è che a generare l’errore, nell’iper tecnologico Giappone, è stato il sistema adottato dalle autorità per erogare gli aiuti: una lista degli aventi diritto consegnata alla banca erogante su un floppy disk.

(*) in origine pubblicato su https://diogeneonline.info/il-giappone-mette-la-cina-nel-mirino/




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