mercoledì 1 giugno - La bottega del Barbieri

Enrico Berlinguer: nostalgia e memoria

Capisco che con quello che passa il convento in materia di politici Enrico Berlinguer assurga a un gigante nel ricordo (*).

di Gianluca Cicinelli

 Ricordo bene i suoi funerali, cui ho partecipato, dove compresi davvero chi erano i compagni comunisti della base, non i fichetti con le clark che si spacciavano per tali. Fu un giorno di grande fratellanza fra noi di Democrazia Proletaria e loro, seppur tra perdenti della storia. Però, fermo restando il grande e sincero rispetto per la persona, Berlinguer è stato senza dubbio il principale nemico della mia generazione. E’ per via di Enrico Berlinguer e del Pci che centinaia di miei compagni sono finiti in galera e, ci tengo a sottolinearlo, non erano nemmeno coinvolti nella lotta armata però magari si trovavano nell’agendina di chi la praticava oppure altri innocenti (e qualche “colpevole”) nel disperato tentativo di mettere fine alle torture li avevano messi in mezzo per dare ai giudici qualcosa.

Ma la questione è politica, drammaticamente politica. Berlinguer, e con lui quel partito diventato negli anni 70 una succursale del ministero dell’Interno, non ha capito nulla della ribellione che attraversava l’Italia. E questo per un comunista è grave. La rivolta di quelli che – nati sul finire degli anni ’50 e inizio ’60 – non credevano nel lavoro come riscatto e sfanculavano i padri perchè (che fossero fascisti, democristi o “commmunisti”) pensavano alla vita come ordine e disciplina, posto fisso, famiglia, ai soldi, conformismo culturale insomma erano “benpensanti”, non capivano nulla della qualità della vita e non si sforzavano neanche a farlo. Resto convinto che abbiamo fatto bene a “processarli” e condannare quel sistema di vita, quelle gabbie che erano salariali per gli operai ed esistenziali per i giovani.

L’altro aspetto che mi colpisce nell’ipocrisia generale di questi ricordi di Berlinguer è la responsabilità del Pci nella morte di Moro. Si parla sempre della Dc, della sua assurda fermezza, ma la storia ci racconta cose diverse: la fermezza era del Pci e non era un’opzione morale ma una linea politica, salvare Moro significava mettere in discussione la stagione della solidarietà nazionale, la politica dei sacrifici (per i lavoratiri, al solito). Pochissimi hanno raccontato la vicenda di Moro parlando del Partito Comunista. Quel Pci di Berlinguer con la sua linea politica ha aperto la strada a quel che venne dopo, al craxismo e al pentapartito.

Oggi si dice che Berlinguer salvò l’Italia dall’aria di golpe che tirava in quegli anni grazie alla sua lettura di quanto avvenne in Cile. Questo è lavoro per gli storici, quando gli studi sul Pci usciranno dall’iconografia ufficiale. Berlinguer era un uomo di indubbio spessore morale e ritengo abbia un senso quella frase un po’ populista «non si è messo in tasca un centesimo con la politica». Detto questo era e rimane il nemico politico della mia generazione.

(*) anche commemorandolo in occasione del 25 maggio, il giorno in cui – nel 1922 – era nato.

Foto Wikimedia




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