giovedì 20 giugno - Alessio Di Florio

Emergenza Gran Sasso, in arrivo un altro commissario del Governo

Gran Sasso, una delle montagne più alte degli Appennini e luogo di un Parco Nazionale, culla di una delle più grandi riserve idriche d’Europa. Riserve idriche che forniscono acqua a centinaia di migliaia di abruzzesi, soprattutto nelle Province di Teramo e Pescara. 

di Alessio di Florio

Potrebbe rappresentare un luogo dove uomo e ambiente convivono in forte idillio. E invece purtroppo non è così. Perché nel cuore della montagna sono installati i Laboratori di Fisica Nucleare. E la montagna è attraversata da gallerie della “Autostrada dei Parchi”. E così, da tantissimi anni, va in scena l’ennesimo conflitto italico tra ambiente, acqua e infrastrutture umane. Un conflitto, tra emergenze idriche, lavori autostradali esperimenti contestati, che vedrà persino un processo dal prossimo settembre (coinvolti dirigenti di Strada dei Parchi, società che fa capo all’imprenditore Toto, per lavori di riverniciatura nelle gallerie autostradali) e che ha già visto la nomina di un commissario governativo nel 2003. Fu scelto Angelo Balducci, personaggio finito in alcuni controversi episodi di cronaca nazionale, e il cui operato non risolse la grave situazione. Documenti alla mano, ambientalisti e giornalisti locali accusano il commissariamento Balducci di aver speso tantissimo e non aver realizzato nulla o quasi. Nei prossimi giorni il governo nominerà un nuovo commissario per l’emergenza Gran Sasso. Scelta contestata dalla “Mobilitazione per l’Acqua del Gran Sasso” – fronte di associazioni e cittadini nata su impulso delle denunce del Forum Abruzzese dei Movimenti per l’Acqua Pubblica dopo la crisi idrica del maggio 2017 – secondo la quale non servono nuovi poteri speciali ma iniziare ad applicare le leggi che esistono.

Associazioni dei consumatori, sindaci e cittadini da anni protestano per i ripetuti rincari del pedaggio autostradale, grazie ai quali la Strada dei Parchi appare una delle autostrade più costose da attraversare d’Italia. L’ultimo rincaro doveva partire il 1° luglio. Ma, dopo una serrata trattativa tra la società e il ministro Toninelli, è stata congelata fino ad agosto. Un rincaro che sarebbe arrivato a breve distanza dalla minaccia di chiusura delle autostrade stesse. Ad inizio maggio il gestore aveva, infatti, annunciato che avrebbe chiuso le autostrade. Motivo: il rischio che, proseguendo l’apertura, potevano reiterarsi rischi penali a carico del gestore. Ma, come hanno immediatamente fatto notare la “Mobilitazione per l’Acqua del Gran Sasso” e Azione Civile, le contestazioni giudiziarie per i lavori di riverniciatura non hanno nessun nesso con la normale attività autostradale. Alla fine, anche qui dopo una serrata trattativa con il Ministero dei Trasporti, la chiusura fu scongiurata. Ma furono concordati limitazioni nell’attraversamento. Colpisce il dato che, a poche settimane dal rischio chiusura, davanti ad alcune contestazioni della Mobilitazione, il gruppo di Toto ha risposto duramente affermando che non vi sono criticità. Azione Civile ha definito l’annuncio della chiusura “ vergognose minacce” e “tracotanza” che rendono “irrinunciabile l’impugnazione della concessione pubblica”. Gli attivisti abruzzesi del movimento, fondato dall’ex giudice e oggi avvocato antimafia Antonio Ingroia, in un articolato e durissimo comunicato stampa, ha ricordato che la travagliata vicenda intorno all’acquifero del Gran Sasso “si trascina almeno dal 2002”. In questi 17 anni “ abbiamo avuto vari casi di contaminazioni delle acque, esperimenti con misure di sicurezza evanescenti, un commissariamento che ha fallito clamorosamente con un ritardo pazzesco nel difendere e tutelare la più grande risorsa acquifera italiana”. Ricostruire tutte le tappe di questi 17 anni richiederebbe probabilmente un libro di centinaia di pagine. In quest’articolo proveremo comunque a ricordare almeno alcune delle tappe più significative.

Dicembre 2016/Maggio 2017. Emergenze idriche nel teramano. A Maggio assalti ai supermercati

Il 16 dicembre 2016 la Regione Abruzzo ha dichiarato lo stato di emergenza idrica nel teramano, fino al 15 aprile 2017, perché nelle acque provenienti dalla condotta del Gran Sasso sono state trovate tracce di diclorometano. È la Ruzzo Reti spa – società che gestisce il servizio idrico in provincia di Teramo – a metterlo nero su bianco il 17 dicembre, a poche ore dal provvedimento regionale. ”Nelle captazioni del versante aquilano – si legge nel documento – sono state rilevate tracce di diclorometano, seppur ampiamente sotto i parametri di legge […]. Prudenzialmente, sia Ruzzo Reti che il Sian – Servizio di Igiene degli Alimenti e della Nutrizione – della Asl di Teramo hanno effettuato analisi sul pozzetto di derivazione situato in prossimità del Laboratorio di Fisica Nucleare del Gran Sasso. Tali analisi hanno confermato che non ci sono superamenti dei parametri di legge. Ma, avendo evidenziato qualche lieve anomalia, lo stesso Sian ne ha disposto il non utilizzo fino a nuovo provvedimento. A valle di tale episodio Ruzzo Reti ha inevitabilmente dovuto integrare il mancato prelievo dal Gran Sasso – circa 100 l/s – continuando a utilizzare l’acqua potabilizzata nell’impianto di Montorio al Vomano che, al contrario, in questo periodo dell’anno viene chiuso per effettuare le manutenzioni periodiche” .

In occasione del monitoraggio del 30 agosto 2016, in un campione d’acqua viene rilevata la presenza di diclorometano.
Una sostanza classificata dallo Iarc come nociva e potenzialmente cancerogena per l’uomo. Il 2 e il 7 settembre la Asl effettua due ispezioni nei Laboratori del Gran Sasso.
Il 10 ottobre l’Asl chiede un parere all’Istituto Superiore di Sanità. Fino a questo momento, la questione non è ancora di dominio pubblico. Nei giorni successivi alla dichiarazione della “nuova emergenza”, il direttore dei Laboratori di fisica nucleare, Stefano Ragazzi, dichiara che ”non c’è stato sversamento, ma solo evaporazione da un contenitore della grandezza di un bicchiere. Le tracce in acqua sono frazioni di parti per miliardo. 
Tuttavia manca qualche informazione sul sistema di raccolta delle acque che non mi è concretamente possibile ottenere. Come ha fatto la sostanza a finire nell’acqua della vasca? Il vapore ci può finire, ma deve esserci un contatto tra aria e acqua. Non può succedere se l’acqua scorre in un tubo chiuso” .

” Dopo diversi controlli, nelle acque del Gran Sasso è stata rilevata la presenza di cloroformio ben oltre i limiti stabiliti dalle leggi sulle acque sotterranee” , denuncia il Forum abruzzese dei movimenti per l’acqua pubblica. Dalla documentazione pubblicata online dall’Asl si evince che il cloroformio è stato trovato sia presso i Laboratori che a Casale San Nicola già durante il monitoraggio del 7 novembre 2016. A distanza di soli tre giorni, il 10 novembre, non vengono prelevati campioni nei Laboratori. Ma a Casale San Nicola il cloroformio ha raggiunto valori di 0,3 microgrammi/litro, circa il doppio del limite di legge.
Il 15 novembre, tanto dai Laboratori quanto da Casale San Nicola, scompaiono le tracce di cloroformio. Ma con un colpo di scena, il 21 novembre, il cloroformio ricompare con parametri pari a 0,5 microgrammo/litro, più del triplo rispetto ai valori indicati dalle leggi in materia.
Per quanto riguarda invece il diclorometano, la documentazione Asl riporta che ”nei referti dei controlli precedenti – il 2 e il 16 agosto – il diclorometano non era tra le sostanze cercate. In ogni caso, l’acqua controllata non risultava essere in circolazione. 
Il 30 agosto ai Laboratori viene rilevata una concentrazione di diclorometano pari a 0,355 microgrammi/litro – il doppio dei limiti per le acque sotterranee -. A Casale San Nicola i valori indicano lo 0,042 microgrammi/litro. Il primo settembre – si legge ancora nel documento – il diclorometano misurato nei Laboratori è pari a 0,3 microgrammi/litro. Nel referto l’acqua captata viene descritta come “in distribuzione”. Il 5 settembre sia ai Laboratori, sia a Casale San Nicola, il diclorometano è al di sotto dei limiti di rilevabilità e l’acqua non risulta in distribuzione. 


Dal controllo del 12 settembre in poi il diclorometano non risulta tra le sostanze cercate, mentre continuano a essere ricercate sostanze a nostro avviso inutili come ad esempio l’esacloroetano e tetracloruro di carbonio, che erano state trovate esclusivamente nella Valpescara nel 2007 per la questione di Bussi . Nelle acque della rete di distribuzione – conclude l’Asl – il diclorometano non risulta mai cercato. Né prima, né durante, né dopo il caso di contaminazione accertato” .

La prima emergenza idrica nel 2002 con l’esperimento Borexino. Negli ultimi anni sventato rischio Sox

La prima emergenza idrica nacque dopo l’avvio dell’esperimento Borexino da parte dei Laboratori del Gran Sasso. Nell’acqua fu trovato il trimetilbenzene, finito nei torrenti Gravone a Casale San Nicola e Mavone a Isola Gran Sasso. L’indagine penale sull’incidente portò al sequestro, nel maggio 2003, della sala C del Laboratorio. Quella nella quale fu condotto l’esperimento “Borexino”, frutto della collaborazione tra atenei italiani e americani, tra i più illustri figura anche la Princeton University del New Jersey. Obiettivo principale è quello di effettuare una misurazione precisa dei neutrini solari generati dal Berillio per migliorare la comprensione dei processi di fusione nucleare che si producono nel nucleo solare.
In seguito alle indagini Alessandro Bettini – ex direttore dei Laboratori di fisica nucleare – ed Enzo Iarocci – presidente dell’Istituto nazionale di fisica nucleare – furono ammessi al patteggiamento dopo la contestazione di scarico non autorizzato di acque reflue industriali, sversamento di sostanze tossiche e deterioramento delle bellezze naturali. Condanna ad un’ammenda di 1672 euro. Ma poi la Corte dei Conti li assolve perché ”l’evento dannoso, comunque caratterizzato da una notevole accidentalità, si poneva al di fuori di ogni previsione circa la struttura di qualunque misura di sicurezza precostituita dall’Istituto e dalla direzione del Laboratorio”.

Una commissione d’indagine regionale mise in evidenza l’assenza di impermeabilità tra la falda acquifera e gli scarichi del Laboratorio. L’Istituto Superiore di Sanità sostiene l’incompatibilità tra la captazione delle acque per usi idropotabili e le attività dei Laboratori del Gran Sasso in una lettera di luglio 2012. Per l’Iss, due sono le alternative: o si riducono le attività dei Laboratori, o si deve evitare di prelevare l’acqua dal Gran Sasso. Nella lettera l’Iss contestò già 7 anni fa ”una generale non conformità della localizzazione dei locali e delle installazioni” dei Laboratori di fisica nucleare. Sottolineando che i lavori programmati per la protezione dell’acquifero dell’area B dei Laboratori non erano stati realizzati.

Il 9 maggio 2017 in 32 Comuni della Provincia di Teramo – serviti dalla società Ruzzo Reti spa – l’acqua fornita è stata dichiarata non idonea al consumo umano. Alle 18:30 del 9 maggio la locale Asl ha inviato una nota che informava la non conformità dell’acqua per “ odore e sapore non accettabile ”, rilevata dall’Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente (Arta) dopo un prelievo del giorno precedente. Dopo la diffusione della notizia a Teramo in pochi minuti sono andate esaurite le confezioni di acqua minerale vendute nei supermercati. Un assalto in piena regola. Dopo la proclamazione di quest’ennesima emergenza il Forum Abruzzese dei Movimenti per l’Acqua ha acceso i riflettori sulla presenza di alcune sostanze nei Laboratori, tra cui mille tonnellate di acquaragia e 1.250 di trimetilbenzene. “ Un eventuale incidente all’Infn contaminerebbe l’acqua delle province di Teramo, L’Aquila e Pescara, in quanto tutto è collegato al Gran Sasso” fu il grido d’allarme di Augusto De Sanctis del Forum Abruzzese dei Movimenti per l’Acqua Pubblica.

I Laboratori del Gran Sasso sono ricompresi nell’inventario nazionale degli Impianti a Rischio di Incidente Rilevante previsto dalle Direttive Seveso, la situazione si è creata in un Parco Nazionale e coinvolge aspetti importanti della vita quotidiana di migliaia di persone, il Decreto 31/2001 (legge di riferimento per la qualità delle acque destinate al consumo umano) sulla potabilità delle acque e la Direttiva Seveso obbligano gli Enti Pubblici ad assicurare ai cittadini un’informazione trasparente, totale e immediata di qualsiasi rischio o pericolo, anche solo presunto, il decreto 195/2005 (Decreto su “ Attuazione della direttiva 2003/4/CE sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale ”) prevederebbe a sua volta obblighi sulla trasparenza in materia ambientale e l’informazione alla cittadinanza. “In caso di incidente rilevante nel laboratorio dell’INFN, i contaminanti potrebbero disperdersi in falda, l’area di influenza da prendere in considerazione riguarda tutti i bacini idrografici al contorno, in contatto idraulico con l’acquifero profondo del Gran Sasso nelle province di Teramo, L’Aquila e Pescara”. E quindi “l’acquifero carsico del Gran Sasso che si estende su tre province su una superficie di 970 Km2, è da considerare quasi per intero a rischio contaminazione in quanto rientrante nell’area di influenza di un incidente rilevante che potrebbe accadere all’interno del laboratorio dell’INFN. L’inquinamento della falda, che viene utilizzata a scopo idropotabile da circa 700.000 persone, potrebbe pregiudicare il consumo umano sia per le acque captate direttamente dal traforo autostradale sia per quelle provenienti dalle sorgenti poste lungo il perimetro della citata idrostruttura”. L’allarme, reso noto da un dispaccio ANSA del 16 maggio scorso, è contenuto nel Piano di Emergenza esterno predisposto dalla Prefettura dell’Aquila che riguarda il rischio di incidente rilevante connesso alla presenza di 2.300 ton. di sostanze pericolose usate per alcuni degli esperimenti dei laboratori di Fisica Nucleare del Gran Sasso e per questo sottoposti alla normativa della direttiva Seveso. Come rileva Augusto De Sanctis del Forum H20 “lo stoccaggio di queste sostanze non è conforme con la distanza dai punti di captazione prevista dalla legge che ne prevede anche l’allontanamento. Il cuore del problema sicurezza è questo”.

Sox, contestato (e poi abbandonato) esperimento dei Laboratori

Il 2017 per il Gran Sasso è stato anche l’anno del Sox, sigla che sta per sigla che sta per Short distance neutrino Oscillations with BoreXino (Oscillazioni del neutrino a breve distanza con BoreXino). La notizia dell’esperimento divenne pubblica dopo che il 10 ottobre la Prefettura dell’Aquila autorizzò il trasporto di un carico di materiale radioattivo proveniente dalla Francia, prova della sorgente radioattiva per l’esperimento. “ L’attività radioattiva della sorgente – secondo Augusto De Sanctis rappresentante della Stazioneornitologica abruzzese e del Forum abruzzese dei movimenti per l’acqua – è pari a circa un quarto del Cesio 137 radioattivo emesso nell’oceano da Fukushima ”. In questo caso, di fronte ad un incidente verrebbe raggiunto il Mar Adriatico, le cui dimensioni sono ridottissime rispetto all’Oceano Pacifico. Nel caso del Sox la sorgente è tra 100.000 e 150.000 curie, ovvero tra 3,7 e 5,55 Petabecquerel (PBq). A Fukushima, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, per il Cesio137 finito in mare esistono diverse stime che oscillano tra i 2,7 e i 5,7 Petabecquerel. E, secondo gli ambientalisti, le rassicuranti dichiarazioni pubbliche dell’Istituzione nazionale di fisica nucleare sarebbero imprecise. In un recente comunicato è stato dichiarato l’uso di 40 grammi di Cerio 144; una quantità che nella documentazione ufficiale è pari a 50 grammi. “ Una differenza enorme di un quinto, pari a circa 1,2 Petabecquerel, dieci volte la radioattività della nube di Rutenio106 che sta facendo parlare tutta Europa. ”
Eppure il decreto legislativo n.152 del 2006 impone il divieto di stoccaggio di materiale radioattivo nelle vicinanze di punti di captazione idrica. Nella documentazione resa nota da Forum abruzzese dei movimenti per l’acqua pubblica, Soa e Mobilitazione acqua Gran Sasso su Sox c’era anche un riferimento al rischio di terremoti. Un rischio poco probabile, secondo gli estensori, nel limitato periodo necessario all’esperimento. Nelle settimane successive alla redazione di quella frase ci fu il terremoto nel Centro-Italia dell’agosto 2016. Ma, considerato tutto “poco probabile ”, non si ha menzione dello schema geologico del Gran Sasso: si presume non sia stato esaminato. Secondo l’Istituto nazionale di fisica nucleare il cilindro di tungsteno che doveva contenere la sorgente è indistruttibile e la resistenza è stata certificata “ secondo studi rigorosi che sono stati svolti come previsto dalla legge e verificati dalle autorità competenti ”. La prova di resistenza – sottolineano gli attivisti – sarebbe stata realizzata simulando la caduta da 2 metri su un tappetino elastico di 11 centimetri. E in una di queste prove sarebbe stata riscontrata deformazione dell’anello di acciaio che tiene il tappo del cilindro di tungsteno. Alla fine nel febbraio dell’anno scorso Sox fu archiviato, ufficialmente perché il produttore russo della sorgente non sarebbe stato in grado di realizzare il generatore di antineutrini che doveva essere il cuore del progetto.

Inchiesta della Procura di Teramo e fallimento inquietante del sistema

“ Forti criticità di tipo strutturale che vanno necessariamente risolte attraverso complessi ed articolati lavori e con un notevole stanziamento di fondi da parte degli enti preposti” è la conclusione della procura di Teramo a fine ottobre scorso, dopo un anno di indagini. “Vent’anni fa il laboratorio fu sequestrato e furono stanziati 80 milioni di euro per effettuare tutta una serie di lavori che in realtà non sono stati fatti” la denuncia in conferenza stampa del procuratore capo Antonio Guerriero che ha poi aggiunto “ad oggi i laboratori non sono adeguatamente impermeabilizzati e su 12 chilometri di galleria ne è impermeabilizzato uno solo”.

Il quadro delineato dalla Procura secondo la Mobilitazione per l’Acqua del Gran Sasso ha fatto emergere “un inquietante fallimento di sistema”, che conferma anche la giustezza degli esposti della stessa Mobilitazione. “Nella documentazione – sottolineano gli ambientalisti – emerge addirittura lo stato di generale abbandono se non di degrado di alcune porzioni dei Laboratori, come il nodo B, proprio dove ci sono le captazioni. Sconvolgono letteralmente le plurime contaminazione dell’acqua da Cloroformio, puntualmente segnalate fin dall’inizio nei nostri esposti, e che, secondo la Procura, non possono che venire dai Laboratori. E poi l’impermeabilizzazione mancante con vere e proprie «cascate di acqua» a pochi metri dagli apparati sperimentali con migliaia di tonnellate di sostanze pericolose come Borexino e gli interventi commissariali, costati 84 milioni di euro, per gran parte incompleti e talvolta significativamente difformi da quanto progettato”. “Uno squarcio su una condizione estremamente grave che riguarda 700 mila persone, una grande infrastruttura come l’A24 e uno dei laboratori di fisica più grandi e importanti al mondo” lo ha definito Augusto De Sanctis del Forum Abruzzese dei Movimenti per l’Acqua Pubblica, che ha fortemente criticato “l’atteggiamento fideistico, pregiudiziale e anti-scientifico” di coloro che difesero l’esperimento Sox. “Figurarsi se, in un tale contesto di omissioni e confusione – secondo l’attivista ambientalista – avrebbe potuto svolgersi un esperimento del genere con quella quantità di sostanza radioattiva che non avrebbe fatto altro che violare ancor più gravemente la legge rischiando pure il sequestro”. Una difesa, quella del Sox, che ha fatto passare “ricostruzioni non vere, che ignoravano palesemente quei documenti che raccontavano una realtà inoppugnabile sullo stato di insicurezza di uno dei principali laboratori al mondo” tra cui lo stoccaggio, irregolare fin dall’inizio, visto che la prima legge che imponeva distanze di sicurezza dagli acquedotti è del 1988, di ben 2.292 tonnellate di sostanze chimiche pericolose – 1.292 tonnellate di trimetilbenzene in Borexino e 1.000 tonnellate di acqua ragia in LVD – posizionate praticamente nel punto di captazione delle acque potabili bevute da centinaia di migliaia di persone”.

L’inchiesta della Procura di Teramo approderà in tribunale il prossimo 13 settembre, quando ci sarà la prima udienza del processo che contesterà reati di inquinamento ambientale e getto pericoloso di cose a Fernando Ferroni, Stefano Ragazzi, Raffaele Adinolfi Falconi (Infn); Lelio Scopa, Cesare Ramadori, Igino Lai (Strada dei Parchi); Antonio Forlini, Domenico Giambuzzi, Ezio Napolitani e Maurizio Faragalli (Ruzzo Reti). 

(Foto di Il Centro - quotidiano d'Abruzzo)




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