lunedì 15 aprile - Aldo Giannuli

Elezioni Europee:30-25-20, ma non giocateveli al lotto…

No, non sto dando i numeri, le tre cifre indicate sono le tre soglie critiche per Lega e M5s alle prossime europee. Vediamo perché iniziando dal partito di Di Maio.

La posizione di partenza è di un movimento già dimensionato al massimo: quasi il 33% che per un soggetto che ha scarsissima presenza negli enti locali, non ha organismi di massa fiancheggiatori, ha uno scarso insediamento territoriale è decisamente molto. Ciò premesso si capisce che la battaglia del M5s è difensiva, essendo scarsamente probabile una avanzata.

Al di là del 30%, anche se questo coincidesse con una flessione di un paio di punti, si potrebbe parlare di pieno successo: significherebbe che il M5s ha consolidato il suo seguito elettorale, probabilmente resterebbe il primo partito italiano ed anche se ci fosse qualche flessione sulle politiche, sarebbe facile spiegarla come una perdita fisiologica di frange protestatarie dovuta all’andata al governo. Di Maio si rafforzerebbe all’interno del suo partito –mettendo a tacere gli oppositori- ed all’esterno –restando il principale partito della coalizione o, quantomeno il comprimario-. Le batoste alle regionali sarebbero spiegate con l’inadeguato impianto territoriale e la riforma organizzativa prospettata dal “capo politico” andrebbe avanti ed anzi accentuerebbe il suo carattere verticistico.

Al di sotto del 30 e, man mano che ci si avvicina al 25%, si potrebbe parlare di sconfitta politica: si tornerebbe verso il risultato di sei anni fa e la successiva avanzata sarebbe in gran parte o del tutto azzerata. Le bastoste delle regionali sarebbero state il preannuncio, al netto della solita diminuzione di consensi nelle elezioni locali.

Di Maio si indebolirebbe nella coalizione, ma resterebbe pur sempre alla testa del maggiore gruppo parlamentare. All’interno è probabile che le acque si agiterebbero anche al di là dei soliti oppositori, ma, almeno per il momento, non sarebbe probabile una sua deposizione.

A salvaguardarlo sarebbero le strane regole decise un anno fa, per cui il “capo politico” resta in carica per 5 anni e non è sfiduciabile. Peraltro, i non pochi parlamentari eletti per “grazia sovrana” gli farebbero scudo. Il rischio sarebbe quello di perdere la prima posizione in favore della Lega. Ci sarebbero le altre elezioni regionali (Calabria, Emilia, poi in primavera Toscana, Puglia) ma difficilmente un crollo in queste regioni potrebbe far vacillare la sedia del De Gaulle di Pomigliano d’Arco. Il momento peggiore sarebbe passato, ma Di Maio resterebbe attaccato alle concessioni di Salvini ed il Movimento potrebbe vivere una lunga fase di decadenza sino alle politiche successive, salvo il riprendersi per una qualche congiuntura favorevole per ora imprevedibile. Il governo potrebbe durare sin quando Salvini non stacchi la spina.

Molto più problematico sarebbe il risultato sotto il 25 e magari sino al 20% (al di sotto di questa soglia non commentiamo nemmeno). Significherebbe tornare al minimo storico del movimento, sicuramente essere sorpassati dalla Lega e rischiare di andare sotto il Pd con conseguenze psicologiche devastanti. All’interno si scatenerebbe una bufera senza precedenti, con molti fedeli che abbandonerebbero Di Maio che magari resterebbe in sella per mancanza di candidati di ricambio, ma il movimento rischierebbe la deflagrazione (ricordiamoci che il M5s più che un soggetto organizzato è uno stato d’animo facile a crollare e gli esiti potrebbero anche non essere quelli preferibili.

Veniamo alla Lega che ha una posizione opposta: alle politiche ha ottenuto un successo sorpassando Fi, però ha ottenuto solo il 17%. Poi nei sondaggi e nelle elezioni locali ha registrato sistematicamente una avanzata. Questo, però ha un effetto paradossale, perché fa sorgere aspettative molto alte, pertanto, il risultato pieno potrebbe dirsi raggiunto a tre condizioni:
che la maggioranza giallo verde si mantenga sul 50-55%
che la Lega superi il M5s


che la lega vada oltre il 30%

Poi ci sarebbe un’altra condizione in qualche modo correlata: che Forza Italia scenda al 7 o meno.

A quel punto Salvini potrebbe pretendere che i M5s eseguano i suoi ordini marciando al passo dell’oca, metterebbe Fi in freezer in attesa di poterne fare a meno, e magari sognare un lungo regime leghista (che questo poi riesca è un altro paio di maniche).

Dal 25 al 29,9 la Lega avrebbe avuto un buon successo (tanto migliore quanto più vicino alla cifra alta e tanto più striminzito quanto più vicino alla cifra bassa), avrebbe vinto ma non convinto (come diceva un celebre commentatore sportivo); potrebbe consolarsi con l’eventuale sorpasso del M5s, però:
rispetto ai sondaggi il risultato sarebbe deludente
il traguardo del 38-39 con i soli Fratelli d’Italia sarebbe decisamente lontano
di conseguenza non potrebbe far a meno di Forza Italia, almeno per un tempo prevedibile.
Pertanto nella coalizione potrebbe alzare la voce solo sino ad un certo punto e nella Lega dovrebbe fare i conti con il gruppo dirigente che è alle sue spalle che non è affatto “salviniano di ferro” come si racconta e, forse qualcuno comincerebbe a pensare di poterlo sostituire più avanti e magari essere l’uomo che potrebbe riprendere il contatto con Berlusconi.

Al di sotto del 25 sarebbe un pianto: anche con un aumento di 6-8 punti sulle politiche la delusione avrebbe il sopravvento e il mito del 2Capitan Salvini” vacillerebbe seriamente. Ovviamente sotto il 20 sarebbe di fatto una sconfitta piena pur se aumentasse di un paio di punti: non esisterebbe più la pretesa di rappresentare tutta la destra.

Dunque, pur se per ragioni e dinamiche diverse, le tre soglie 20-25-30 sono quello con le quali Di Maio e Salvini debbono fare i conti e non è detto che necessariamente uno dei due debba vincere: può anche succedere che tutti due abbiano un risultato mediocre.

Aldo Giannuli

Foto: diamond geezer/flickr




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