martedì 5 novembre - Anna Maria Iozzi

Edoardo Bennato, l’architetto del rock

È stato il primo cantautore a riempire lo stadio di San Siro, nel luglio 1980, con più di 60 mila spettatori. Fu il primo a suonare l’armonica a bocca. Milioni di dischi venduti. Nel 1977, il famoso album “Burattino senza fili” si piazza primo nelle vendite. Quest’ultimo rientra di diritto nel gotha degli album più significativi e incisivi della musica italiana, stabilendo un notevole parametro della scena cantautorale italiana. 

Un capolavoro assoluto, dove l’eccellenza compositiva delle parole si coniuga alla perfezione con la genialità. “Sono solo canzonette”, “La torre di Babele”, “I buoni e i cattivi”, sono fra i tanti album che hanno consacrato la sua intelligente ironia, al punto da essere ammirato dai giovani che, nei suoi album, ritrovano l’attualità di oggi. Un record dietro l’altro. I suoi testi, pungenti e graffianti, sono elaborati con il cesello della cultura e della perfezione. Un architetto della musica e delle parole. In questa intervista, Edoardo Bennato ci parla del suo nuovo album, in dirittura d’arrivo, dei suoi successi, del suo rapporto con la musica e della grande amicizia che lo legava all’indimenticabile Fabrizio De André, a cui ha dedicato, nel 2015, il brano “Pronti a salpare.”

 

Il nove agosto, è uscito il singolo, "Ho fatto un selfie". Anticiperà l'uscita di un nuovo album?

“L’album è quasi pronto. Mancano ancora dei dettagli, ma la struttura portante c’è. Per scaramanzia, essendo napoletano, per ora, preferisco non dire di più.”

 

È stato il primo cantautore a riempire San Siro, il 19 luglio 1980, con sessantamila persone, e cinquantamila al Comunale di Torino, totalizzando mezzo milione di persone in tredici date. Come si spiega, a distanza di trent'anni, quel grande successo di pubblico?

“Non me lo spiego ancora oggi o, meglio, sono consapevole che, dopo anni di duro lavoro, il pubblico consacrò quei concerti con una partecipazione oceanica.”

 

Nella sua carriera, vanta il record di due album pubblicati in soli 15 giorni, "Uffà! Uffà!" e "Sono solo canzonette". Come rivive quel momento?

“Fui quasi “costretto” ad usare quella formula. Mi spiego. “Burattino senza fili” arrivò primo nella vendita dei dischi nel 1977. Era la trasposizione in chiave rock della favola di Pinocchio. Due anni dopo, era pronto “Sono solo canzonette”, che utilizzava un’altra favola, quella di Peter Pan. Già mi sembrava di sentire le critiche che dicevano: “Ecco, Bennato usa ancora le favole” o, per inverso, “Rimpiangiamo il Bennato delle favole”. Quindi, spiazzando tutti, come si dice in gergo “sparigliai”. Feci uscire prima “Uffà! Uffà!” e, dopo quindici giorni, “Sono solo canzonette”. Mi andò bene.”

 

Notevoli le influenze del rock, come quella del grande Bob Dylan, e della musica pop. Come hanno inciso nelle sue sperimentazioni musicali?

“Un musicista attinge a ciò che gli dà emozione. Nella mia musica, in particolare, sono stato influenzato da tanti stili e musicisti diversi. Però, per quanto mi riguarda, la musica mi è sempre servita per poter veicolare quello che ho da dire.”

 

Nei suoi brani, è ricorrente il dissacrante sarcasmo con cui definisce il potere e la società. Attacchi al perbenismo, alla guerra, all'arrivismo, all'arroganza dei potenti e dei privilegiati, al conflitto tra la sincerità dei piccoli e l'ipocrisia dei grandi. Come è nata l'idea di riportare nelle sue canzoni queste sfaccettature?

“Da napoletano, ho un’arma potentissima: l’ironia. Ed è quella che ho utilizzato fin dalla prima ora. Me lo posso permettere (di ironizzare), perché prendo in giro anche me stesso: “Tu sei buono, tu sei vero, tu sei onesto, tu sei modesto. Tu sei un cantautore.”

 

Dal sodalizio con Patrizio Trampetti, componente della Nuova Compagnia di Canto Popolare, nasce "Un giorno, credi", uno dei brani più amati e apprezzati del suo vasto repertorio musicale. Che effetto le fa, ancora oggi, riproporre questa canzone?

“Se devo essere onesto con me stesso, devo dire che quella canzone, che è nel primo disco “Non farti cadere le braccia”, non incontrò il favore del pubblico. Infatti, la misi anche nel secondo, “I buoni e i cattivi” e, finalmente, si mosse qualcosa.”

 

Nel 1974, è uscito il concept album "I buoni e i cattivi", in cui, i brani non risparmiano critiche alle amministrazioni pubbliche, alle autorità, alle classi dirigenti del dopoguerra e alle difficoltà di capire che cosa sia veramente il bene e il male. Come sono stati accolti dal pubblico e dalla critica?

“In quegli anni, i giovani decisero che ero il rappresentante ideale dell’insoddisfazione giovanile in Italia, ed incominciarono a comprare i miei dischi.”

 

Nell'album, "La torre di Babele", è incluso un brano di grande successo, "Cantautore", che affronta l'ironica sbeffeggiatura del culto della personalità dei musicisti impegnati. Lei si considera cantautore o c'è un termine che meglio la identifica?

“L’ho detto prima. Cantautore rappresenta ciò che era diventato il ruolo di un cantante o, meglio, del cantautore in Italia. Un ruolo quasi “messianico” su cui era giusto ironizzare, con buona pace di tutti i miei colleghi.”

 

Nel 2015, è uscito l'album "Pronti a salpare", di cui, il brano, che porta lo stesso titolo dell'album, è dedicato al grande Fabrizio De André. Che ricordi ha di lui?

“Ero amico di Fabrizio. Gli volevo bene e lo stimavo davvero. Di lui, ho fatta mia una frase che mi disse un giorno in Sardegna: “Il giorno in cui ti renderai conto di non aver nulla da dire, smetti.”

 

C'è, tra le sue canzoni, una in cui si rivede e a cui è rimasto particolarmente legato?

“Chiederesti ad una madre: “a chi dei tuoi figli vuoi più bene?”




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