Ecce Chomo
Il Como non si ferma più: dopo il successo sulla Roma il sogno Champions League non è più irreale...

Il team lariano è solo l'ultimo esempio maestoso di come in Serie A continui ad albergare l'imprevedibilità, da sempre rappresentante il fascino più autentico dello Sport.
La bellezza dello sport in genere raggiunge la sua essenza intrinseca e sublime nell'imprevedibilità. È sempre stato così, e, a meno di perturbamenti congeniti, lo sarà sempre. È proprio nell'incertezza del risultato, nell'epilogo inatteso, nell'incostanza degli avvenimenti e negli episodi imprevisti che alberga il suo fascino integrale, è lì che esso tocca l'apice del suggestivo, divenendo un tutt'uno con l'emozione più genuina ed incontaminata. È proprio ergendosi su livelli che trascendono il “Preannunciato” che la passione trova il suo sommo appagamento nonché la sua massima consacrazione. Sono proprio la rottura della consuetudine e il tradimento dell'assuefazione a fornire il carburante che permettono al trasporto emotivo di alimentarsi per periodi maggiori di quelli consueti, quelli che altrimenti rischierebbero di arrestarsi dinnanzi alla noia della routine e al cospetto dell'apatia figlia primogenita dell'ordinario. Ed il Como di Cesc Fabregas sta diventando la trasposizione ideale di tale precetto che governa l'attrazione nei confronti dello sport. Il team lombardo appare la rappresentazione concreta ed evidente di codesta legge, che si può applicare in ogni disciplina, e che orienta anche il Calcio. Il team lariano sta raffigurando in maniera credibile di come derogare all'abitudine consolidata, quella che vede le grandi surclassare le piccole, possa tanto giovare al calcio italiano, originando quel sentimento di profonda curiosità e attenzione verso una novità assoluta che a sua volta genera un'affezione rinnovata nei confronti di un evento come può essere un campionato di Serie A. Un campionato che nella fattispecie rischiava di perdere anzitempo interesse a causa della tirannia dell'Inter. Esponente di spicco della tradizione consolidata, la compagine nerazzurra negli ultimi mesi ha quasi disintegrato le ambizioni sibaritiche altrui, sottraendo mordente alla massima divisione nostrana. E con lo Scudetto ormai da tempo prenotato dal Biscione, e con le prime 3 posizioni più o meno cristallizzate, ovviamente le ultime attenzioni degli appassionati, per non essere del tutto sopite, andavano necessariamente dislocate altrove, verso lidi meno illuminati. Il Como sta perciò costituendo la prima valida ed eccitante alternativa volta a mantenere vivo l'interesse nei confronti di un torneo che proprio grazie alle prestazioni virtuose della banda comandata da quel genio di Fabregas può restare ancora a lungo coi riflettori accesi. La compagine comasca, dopo una prima metà di campionato vissuta al di là dei propri limiti e ben al di sopra dei modesti propositi di salvezza prefissati dalla società al varco di partenza, nel prosieguo della stagione ha subito quella trasfigurazione che ad oggi le consente di proiettarsi in una dimensione sconosciuta, che sino a pochi mesi fa era ritenuta non solo inaccessibile ma che nessuno avrebbe osato nemmeno riporre nell'anticamera delle illusioni più recondite. Il 4° posto solitario agguantato dai lariani dopo aver vinto lo “spareggio” con la Roma, oltre a mostrare una squadra in salute e più che mai lanciata verso traguardi prodigiosi, è di per sé un qualcosa di assolutamente eccezionale ed inimmaginabile. E si erge a metafora ideale di uno sport che per mantenere quella linfa idonea a farlo sopravvivere ha bisogno periodicamente di attingere a tali fenomeni paranormali che a volte sgorgano da quei pochi squarci presenti in quella sorta di roccia chiamata tradizione. Una tradizione che si appropinqua a far accomodare una novità assoluta nel circolo delle elette. Una novità che si appresta a rinnovare quel seggio destinato ad essere occupato a cadenza ciclica da una intrusa impavida nel salone del patriziato. E già, perché, per quanto eccezionale possa essere, è giusto ricordare che il Como è solo l'ultimo di tanti team che da decenni a questa parte si sono divertiti a sovvertire la consuetudine del calcio nostrano. Dal Livorno che nel lontano 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale, tendeva la mano al Tricolore (per vederselo sfuggire nei minuti finali del torneo), al Verona che nel 1985 rovesciava ogni gerarchia andando addirittura a conquistare il più inatteso degli Scudetti; passando per il “Real” Vicenza di Paolo Rossi, per la “Sampd'Oro” di Roberto Mancini & Gianluca Vialli (che arrivò a dettare legge anche in Europa), sino a giungere all'Atalanta di mago Gasperini, di cui recentemente abbiamo cantato le gesta... Insomma, da tempi non sospetti la nostra Serie A funge da classico esempio di come il proscenio possa essere riservato anche alle outsider, di come possa esserci spazio per le favole. E di come le porte girevoli della fantasia siano sempre operative.
