venerdì 9 febbraio - Valerio Mirarchi

Due parole sull’Argentina e Milei

L’Argentina è forse, tra i grandi paesi del mondo, quello più in decadenza. Tra 1946 e 1990, mentre i paesi occidentali sono riusciti a vivere in pace e democrazia e ad arricchirsi progressivamente, l’Argentina ha vissuto decenni di profonda instabilità, in cui si alternarono al potere governi peronisti (con un’economia caratterizzata da una sintesi di nazionalismo economico e corporativismo) e dittature militari anti-peroniste, entrambi opposti alla democrazia liberale. 

Con particolare brutalità si ricorda la dittatura militare del Processo di riorganizzazione nazionale, che ha governato il paese tra 1976 e 1983 con la forza, imprigionando e uccidendo gli oppositori e facendo ampio uso della tortura e di crimini extragiudiziari. Nell’83 viene ripristinata la democrazia, ma il paese si trovava ancora in un profondo stato di confusione ed estrema disorganizzazione, tant’è che l’economia continuò a peggiorare fino almeno al 1990. Prendendo a riferimento i prezzi costanti del 2010 espressi in dollari, nel 1960 il Pil pro capite argentino era quasi uguale a quello italiano: 7.410 dollari contro 9.687. Ma nel 1990 l’Italia, grazie alla stabilità democratica di cui aveva goduto, aveva quasi triplicato il suo Pil pro capite, arrivato a 27.490 dollari; invece, quello argentino era cresciuto di pochissimo, arrivando ad appena 8.144 dollari.

Solo tra 1990 e 1998 l’Argentina moderna ritornò a godere di un periodo di relativa crescita – grazie alle politiche economiche di Domingo Cavallo –, seguito però da una terribile crisi tra 1998 e 2002; poi una nuova crescita tra 2002 e 2008 e la stagnazione tra 2008 e 2023. In risposta al covid, l’Argentina ha optato per un lockdown durissimo e lunghissimo; persino le scuole sono rimaste chiuse per un anno. L’economia è ovviamente crollata, con un Pil che si è ridotto di quasi il 20%. L’offerta di beni e servizi si è enormemente ridotta. Nonostante questo il governo argentino, seguendo l’esempio dei paesi occidentali, ha cominciato a spendere un gran numero di miliardi, pari a quasi il 7% del Pil, tra spesa aggiuntiva, sostegno ai redditi e crediti al settore privato. Questa risposta, che nelle più robuste economie europee e nordamericane ha comunque causato un forte aumento dei prezzi, ha fatto esplodere l’inflazione nella debole Argentina, che a fine 2023 era arrivata addirittura al 211%. Il potere d’acquisto delle famiglie è stato falcidiato. Per rimediare a ciò, il governo peronista ha continuato a mettere benzina sul fuoco, aumentando costantemente il salario minimo legale e dunque la svalutazione della moneta. Il salario minimo argentino è arrivato all’equivalente di 75 dollari internazionali all’ora in PPP (in Germania sono 14); e il salario minimo annuale a parità di potere d’acquisto è pari addirittura al 940% del Pil pro capite (in Germania è il 61,5%). Ciò non ha fatto altro che sostenere la crescita dei prezzi e dell’inflazione. Da questi fatti possiamo vedere da dove nasce il consenso per Milei. Ci si accorge subito che nei discorsi del neo-presidente c’è un nocciolo di verità: la classe politica argentina è stata irresponsabile, ha preferito fare politiche populiste per guadagnare voti nel breve termine ma che hanno distrutto l’economia del paese nel lungo termine. 

Milei è un economista di scuola austriaca, libertario di destra e ammiratore dell’idea di Stato minimo. La sua proposta più forte è quella dell’abolizione della Banca Centrale Argentina e della sostituzione definitiva della valuta argentina con il dollaro. L’idea non è del tutto nuova. Nel 1991 Domingo Cavallo, Ministro dell’Economia, implementò un piano di convertibilità che sostituì l’austral con il peso e assicurò un cambio di tasso fisso tra il nuovo peso argentino e il dollaro americano. Questo portò il tasso di inflazione dal 1.300% del 1990 a quasi lo 0% nel 1996. Ma il cambio fisso fu abolito nel 2002, aprendo così la strada a nuove spirali inflazionistiche come quella che l’Argentina sta vivendo proprio oggi. Per evitare delle marce indietro del genere, Milei vuole portare all’estremo la mossa già effettuata da Domingo Cavallo, sostituendo definitivamente il peso con il dollaro. Se la mossa riuscirà ad eliminare l’inflazione, sarà un enorme successo soprattutto per i ceti più bassi della società argentina, dal momento che sono loro le prime vittime dell’inflazione. D’altronde, già diversi paesi centroamericani e sudamericani hanno ancorato la loro valuta al dollaro in modo forzoso o l’hanno sostituita de facto. Tra questi vi è Panama, che dalla mossa ha tratto grande beneficio, essendo oggi il quinto paese più ricco del continente americano (dopo Stati Uniti, Canada, Guyana e Bahamas). 

È però da segnalare che alle idee libertarie di Milei in campo economico non corrispondono idee libertarie in campo sociale. Il neo-presidente è ad esempio totalmente contrario all’aborto volontario, anche in caso di stupro, così come alle leggi sull’eutanasia e sul suicidio assistito. Libertario in economia e autoritario nelle policy sociali: un caso di ipocrisia che sembra legittimare le critiche di chi lo ritiene “liberale” non per amore della libertà, ma semplicemente per amore dei privilegi di chi è già ricco. In generale Milei propone delle politiche tipiche dei politici reazionari alla Trump e Bolsonaro, come la privatizzazione della sanità e il supporto alla totale libertà di possedere armi. Si è imposto agli argentini con una retorica molto violenta. Ad ogni modo, il fatto che Milei si sia alleato con i politici più moderati di Insieme per il Cambiamento di Mauricio Macri e Patricia Bullrich farà sì che probabilmente dovrà cercare dei compromessi e moderarsi nei suoi intenti più arditi, abbracciando una politica più pragmatica. Il Decreto di Necessità e Urgenza 70/2023, diventato famoso come Megadecreto, propone le risposte classiche del liberismo alle crisi economiche: deregolamentazione, privatizzazioni delle aziende pubbliche, maggiore flessibilità del mercato del lavoro. Nulla di nuovo sotto il sole: si tratta di misure già sperimentate in Occidente e che tuttavia hanno causato un’opposizione ferocissima da parte dei sindacati argentini, legati all’ideologia peronista. Le stesse ricette propone la Legge-omnibus delle basi e punti di partenza per la libertà degli argentini, presentata al Parlamento perché riguardante temi che vanno oltre il controllo del potere esecutivo. La legge, oltre alle privatizzazioni e alle modifiche del sistema pensionistico, istituirebbe uno Stato di Emergenza economica e sociale fino al 31 dicembre 2025. Tuttavia è notizia di pochi giorni fa che il partito di Milei è stato costretto a ritirare la legge e a farla tornare alle commissioni perché alla Camera mancava una maggioranza favorevole. Si tratta di un duro colpo per il governo di Milei, che si trova allo stesso tempo a dover affrontare la fortissima opposizione dei sindacati argentini. La politica argentina sembra essere diventata un infuocato campo di battaglia e il futuro del paese rimane altamente incerto.




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