giovedì 18 febbraio - Giuseppe Aragno

Draghi violenta Cavour

Ho ascoltato l’uomo che la stampa ha fatto santo. Non è Cicerone; è anzi monotono e a volte soporifero, proprio come me l’aspettavo. 

Non mi attendevo che non citasse mai la Costituzione e che sbagliasse sui numeri, ma l’ha fatto e si trattava di quelli che ti dicono se sai di che parli. Non mi attendevo nemmeno la retorica stucchevole e un po’ patriottarda e l’insistente, acritico richiamo all’Unione Europea, alla Nato e all’atlantismo. Un ritorno a quell’Occidente di cui fa ancora parte Guantanamo, evidentemente dimenticata.

Non so se il discorso sia farina del suo sacco. Se non lo è, i collaboratori del santo sono diavoletti. Se invece è suo, sono costretto a pensare che il sommo genio sia un manipolatore. Chi è onesto intellettualmente, non cita Cavour, estrapolando due parole da un suo lungo discorso per utilizzarle in maniera strumentale e fuorviante. E’ vero, Cavour parlò di riforme, ma quelle cui faceva riferimento il futuro statista piemontese, in veste di giornalista, avevano uno scopo preciso, che Draghi si è guardato bene dal ricordare: far sì che la crescita del Paese servisse anzitutto a migliorare le condizioni di chi, allora come oggi, costituiva la parte più svantaggiata della società, anche se «più direttamente contribuisce a creare la pubblica ricchezza: la classe degli operai».

Il messaggio di Cavour, quindi, è chiaro, inequivocabile e ben diverso dal suo. Rivolto a imprenditori, politici, e padroni di quella industria nascente, che già minacciava future «rovine e spaventose catastrofi», se non se ne fossero rafforzate le fondamenta, Cavour dettava una regola: non si può parlare di buona riforma, se essa non guarda anzitutto ai lavoratori e non si adoperi affinché «parte delle ricchezze che si vanno accumulando» sia utilizzata in maniera seria per il miglioramento delle loro «condizioni materiali e morali», consentendo che si istruiscano e vivano in modo più agiato.
Cavour così concludeva le sue riflessioni: «Impari […] l’Italia […] ad avere in gran pregio le sorti delle classi popolari, ad adoperarsi con sollecite cure ed incessanti al loro miglioramento» e faccia «si che tutti i nostri concittadini, ricchi e poveri, i poveri più dei ricchi, partecipino ai benefici […] delle crescenti ricchezze».*
Ho ascoltato Draghi che chiedeva fiducia, ma non mi fido. Non ha imparato ciò diceva Cavour e ne ha stravolto il pensiero.

*Il Risorgimento, 15 dicembre 1847




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