martedì 8 settembre - angelo umana

Dogtooth, il film di Yorgos Lanthimos

Dogtooth, film greco del 2019, degno certamente di Un certo sguardo a Cannes e candidato all'Oscar come miglior straniero, per la buona fattura della regia nell'apparecchiare l'ambiente di una certa famiglia, a mostrare anche in modo caricaturale o troppo marcato – a fini anche didattici - come ci si vive dentro, segregati dal resto del mondo per volere di un padre-padrone che traduce in questo modo l'amore per i tre figli, un amore malato che non è più amore ma iperprotezione, controllo, possesso, dominio, reclusione, coercizione, violenta difesa dei figli dai “pericoli” del mondo esterno.

Il film produce angoscia a chi guarda, per gli occupanti che non escono mai dalla villa-fortezza, transennata e isolata da uno steccato e una siepe altissima. Ha creato, questo papà, un mondo a sé stante, inaccessibile ad estranei a “difesa” dei suoi bambini, così li chiama ma sono ormai grandicelli oltre l'adolescenza. Due ragazze e un ragazzo: sembrano automi segregati nella villa fredda, esseri compressi tenuti all'oscuro da pubblicità e info esterne. Hanno parco e piscina, e le comodità che questo educatore ha loro permesso, non altre, vietate: c'è solo uno schermo in casa, mostra immagini registrate di ricordi familiari. A tutto pensa questo padre, l'unico che esce per lavoro o per altri bisogni, col suo Mercedes stagionato, anch'esso fa pensare che nulla debba cambiare per preservare lo stato delle cose. Una situazione irreale, immodificabile come i riti familiari imposti. L'istruzione ai ragazzi è “assicurata” da nastri registrati, le parole debbono avere il significato che il padre gli ha dato, a presunta difesa dei “bambini”: la carabina è un uccello, il telefono (nascosto) è una saliera, e così autostrada, fica, aereo, tutte hanno un vocabolario anch'esso imposto, e falso. Traduce simultaneamente per loro la canzone Fly me to the moon ma con parole sue non “censurabili”, annuncia che l'autore ne fu suo padre, idoli esterni non ne esistono...

 

La madre dei ragazzi è esecutrice insignificante dei voleri del marito o li asseconda per sudditanza, lui stabilisce la condotta da tenere, quella che sola può portare a un rendimento immaginato. Preserva i figli, che non vengano sù male, e sono mostrati come marionette o zombie-robotizzati che si muovono a comando. Per il solo figlio maschio provvede alla fornitura di sesso a domicilio e a pagamento, le ragazze scopriranno qualcosa autonomamente.

 

Che rispetti il suo padrone e gli obbedisca ciecamente: è detto dall'istruttore del doberman che il canile sta allevando per il protagonista, e sembra la frase appropriata per l'educazione dei figli che codesto padre immagina. Ha spiegato loro che potranno lasciare quella “fortezza” quando perderanno un canino o Dogtooth, e il tempo dipende... chi a 20, chi a 30 o 40 anni. Una delle ragazze il canino deciderà da sé di perderlo. Non si può fare a meno di accostare il film a Miss Violence del 2013, greco anch'esso (l'eterna giacca e cravatta, la compitezza e l'ordine delle apparenze), e per altri versi a Captain Fantastic, del 2016 (l'istruzione dei figli). Questo film raggela ma vale molto la pena di vederlo, oltreché per l'ottima realizzazione, per prendere le distanze da qualsiasi costrizione o dittatura. Si sorride pure, cosa che spesso le dittature stimolano.




Lasciare un commento