lunedì 26 aprile - UAAR - A ragion veduta

Disinnescare la bomba demografica? Con laicità, secolarizzazione e diritti

Nel nostro pianeta la crescita demografica sta diventando un problema per la sostenibilità. In tutto questo giocano un ruolo importante le religioni, che spingono per il natalismo. E proprio il declino delle religioni potrebbe contribuire a invertire la rotta.

Per esaminare la complessa questione offre spunti utili un’intervista del quotidiano Il Foglio al professor Philip Jenkins, esperto di demografia religiosa e figura di riferimento in ambienti cristiani conservatori. Anche se paradossalmente lo fa da una prospettiva religiosa e di certo non contento degli scenari che si aprono, pur nel suo aplomb e rigore accademico. Si parla del suo ultimo libro Fertility and Faith, in cui snocciola una serie di dati (e preoccupazioni) sulla “rivoluzione demografica” che sta trasformando il panorama religioso mondiale. L’assunto è che “esiste una stretta relazione tra i tassi di fertilità di una comunità e il suo fervore religioso”. Si conferma infatti che nelle società meno condizionate dalla religione le donne tendano a fare meno figli: perché solitamente sono quelle più prospere e in cui anche le donne vedono garantiti diritti e autonomia rispetto ai vincoli familistici e di genere affibbiati dalla religione, nonché opportunità di istruzione e lavoro.

Jenkins nota però che questo fenomeno si sta diffondendo in tutto il mondo, non solo nella “vecchia” Europa. Segno che la secolarizzazione, anche se con fatica e a più velocità, si afferma globalmente. Un processo che dagli anni sessanta è iniziato in Scandinavia e nei Paesi Bassi, per poi allargarsi a quelli tradizionalmente cattolici. Ma più di recente anche in Asia e in Africa e negli Usa (qui in concomitanza con l’emergere dei nones). Un caso paradigmatico è l’Italia, con “un cambiamento demografico estremo in pochissimi anni” proprio nella fase storica in cui vengono introdotte norme laiche come divorzio, contraccezione, aborto. E oggi come oggi, fa notare, anche l’affermazione dei diritti delle persone lgbt è un segnale: i paesi più friendly sono quelli più secolarizzati e meno fertili.

Cosa possono fare i paesi occidentali? Ben poco, sostiene l’intellettuale: i tentativi “sono molto costosi a fronte di scarsi effetti”. Con buona pace di bonus bebè e affini. Giusto le dittature, guarda caso sopprimendo i diritti delle donne, posso avere un certo impatto: “come il regime comunista in Romania”. E l’islam, spesso agitato dagli identitaristi come lo spauracchio che ci sommergerà? È “obsoleto” pensare che l’aumento della popolazione nei paesi in via di sviluppo coincida con quello del “mondo islamico”. C’è “un islam a due livelli”: in diversi paesi stanno infatti drasticamente calando i tassi di fertilità. Un caso da manuale è quello dell’Iran: “sebbene i leader iraniani siano molto fondamentalisti”, le persone governate “stanno diventando molto laiche”. In generale, lo stesso Jenkins stempera i timori: l’islam “non sta crescendo così velocemente come si temeva, e molti musulmani europei sono essi stessi piuttosto laici”. In Russia invece sulla scia del calo demografico seguito alla crisi dell’Urss, visto con preoccupazione non a caso dall’alfiere del confessionalismo ortodosso Vladimir Putin, si prospetta un aumento dei musulmani rispetto alle popolazioni “caucasiche”. Tanto che i musulmani potrebbero avvicinarsi a un terzo della popolazione russa nei prossimi decenni: una situazione più marcata “rispetto a nazioni europee che agonizzano per la minaccia di una ‘islamizzazione'” e che richiederà “un ripensamento profondo delle narrazioni tradizionali sulla storia di quel paese e la sua pretesa di rappresentare uno dei centri storici della cristianità”.

La popolazione invece andrà aumentando sensibilmente nell’Africa subsahariana, area dove non a caso “la lealtà religiosa è molto forte” e la quasi totalità della popolazione si dichiara religiosa. Qui islam e cristianesimo “stanno crescendo insieme, molto rapidamente”. E non mancano gli attriti violenti, ma secondo Jenkins, “il fattore principale è demografico”: come nell’Europa degli anni trenta, se una società è caratterizzata da una percentuale molto alta di giovani, per i movimenti politici estremisti è più facile attirare aderenti con propensioni violente. Un quadro demografico che si secolarizza fa cambiare anche le strategie delle chiese europee, che devono attingere massicciamente alle minoranze: basti dire che già in Italia il 40% del clero è di origine straniera.

Insomma, sembra di capire che l’accelerazione demografica, seppur sostenuta, stia comunque rallentando. Sebbene certe visioni apocalittiche e complottiste paventino un mondo diviso in due, con invasioni di giovani e ferventi estranei pronti a sommergere nativi sempre più vecchi e infiacchiti. Ma il problema vero, per leader “forti” e predicatori di ogni risma, è che l’affermazione dei diritti e della laicità nel mondo porterebbe a generare meno fedeli. Da imbarcare in crociate o jihad.

Valentino Salvatore

 

 




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