martedì 23 dicembre 2014 - UAAR - A ragion veduta

Discriminati in quanto atei

Arrestati in Egitto, Tunisia, Bangladesh, Maldive, Indonesia. O equiparati ai “terroristi” in Arabia Saudita. Non è facile definirsi atei, in molti paesi. Si dirà: quelle citate sono solo nazioni di tradizione islamica. Vero: nel mondo, i tredici paesi dove essere atei può comportare la condanna a morte sono paesi in cui vige la sharia.

Ma che dire dei sette cristianissimi stati Usa in cui la legge impedisce agli atei di ricoprire un incarico pubblico? Anche in Italia i non credenti sono discriminati. La Rai fa apologia cattolica a ritmo continuo? Giusto così: la voce di chi non è cattolico non si deve ascoltare, sostiene l’Agcom.

La Chiesa cattolica investe milioni in pubblicità? Quella atea può invece essere censurata, com’è accaduto a più riprese, da Genova a Verona. L’Uaar vuole festeggiare il XX settembre? Basta che ci sia un cardinale nei paraggi e le si vieta di arrivare in piazza. E il vilipendio — ricordiamolo — è ancora reato penale. Senza che il simpatico papa argentino e gli inamovibili cardinali italiani sentano il bisogno di chiederne l’abolizione.

Si parla tanto e ovunque di cristianofobia, spesso anche di islamofobia. Nessuno le nega. Sarebbe però opportuno che chi le enfatizza parlasse, per correttezza, anche dell’estesa diffusione dell’ateofobia. Non è mai semplice essere una minoranza, si sa. Ed è per contro facile, biologicamente facilissimo, pensare soprattutto ai propri interessi. Ne dà una dimostrazione l’autorevole Enciclopedia cattolica, pubblicata a suo tempo dal Vaticano: “La massima della separazione più o meno radicale della Chiesa dallo Stato, se può sembrare il minor male là dove diverse confessioni religiose si contendono il predominio ed il governo non è tenuto da cattolici, non può non apparire oltraggiosa verso Dio là dove il cattolicesimo ha la prevalenza”.

Difficile, molto difficile trovare un’associazione atea che approvi l’ateismo di stato: il loro principio di riferimento è infatti la laicità. Un principio, quello della laicità, che rappresenta anche lo strumento per garantire non solo ogni gruppo di minoranza ma anche le maggioranze, che come la storia insegna corrono sempre il rischio di non restare più tali.

Del resto, ogni ideologia religiosa è, da qualche parte, minoranza, e avrebbe quindi altrettanto interesse a tutelare i propri correligionari. Se i leader di fede intervenissero prontamente e fermamente ogniqualvolta, in nome di quella fede, si commettono discriminazioni, il nostro mondo sarebbe un posto incommensurabilmente migliore.

L’Uaar ha appena scritto alle associazioni islamiche italiane per chiedere loro un’azione condivisa a tutela delle tante persone discriminate, o addirittura perseguitate in paesi a maggioranza islamica. Una base comune in teoria c’è: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Contiene affermazioni accettabili da tutte le persone e le organizzazioni che hanno a cuore la vita degli esseri umani. Una presa di posizione costituirebbe un segnale importante, di questi tempi. E non solo da parte degli islamici.

Raffaele Carcano, segretario Uaar

Articolo pubblicato sul blog di MicroMega il 19 dicembre 2014.

 

La lettera alle associazioni islamiche in Italia:

Gentili rappresentanti dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (Ucoii), della Comunità Religiosa Islamica (Coreis), dell’Associazione Musulmani Italiani (Ami) e della Lega Musulmana Mondiale,

Vi scriviamo perché siamo seriamente preoccupati della sorte di tanti atei che, nel mondo, rischiano la vita soltanto in quanto atei. Non dovrebbe accadere. L’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo stabilisce che “ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, così come la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti. La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e costituiscono misure necessarie, in una società democratica, per la pubblica sicurezza, la protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o per la protezione dei diritti e della libertà altrui”. Il commento generale n. 22 dell’ufficio dell’Alto commissario ONU per i diritti umani ha inoltre sancito, già da oltre venti anni, che l’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo «protegge le convinzioni non-teistiche e atee» e «include il diritto di sostituire la propria fede o convinzione con un’altra o di adottare punti di vista atei».

Nel mondo vi sono però, come rivela il Freedom of Thought Report diffuso nei giorni scorsi, tredici paesi in cui essere atei significa rischiare la pena di morte: sono paesi a maggioranza islamica, paesi che fanno parte dell’Organizzazione della Cooperazione islamica.

I musulmani amano presentare la loro fede come una “religione di pace”. Non vediamo tuttavia come tale asserzione possa essere compatibile con la condanna a morte di persone “colpevoli” soltanto di aver manifestato la loro opinione in materia religiosa. La nostra associazione si batte per la libertà religiosa e di coscienza: si batte quindi per il diritto di tutti, credenti e non, a poter manifestare liberamente e ovunque le proprie convinzioni, religiose e non. E di poterle cambiare in ogni momento, manifestando liberamente e ovunque convinzioni diverse dalle precedenti. Per questo motivo denunciamo senza riserve anche coloro che, volendo imporre con la forza un pensiero non religioso, violano i diritti dei credenti.

Vorremo sapere cosa pensate di queste considerazioni. Qualora le condividiate, avremmo piacere di poter collaborare con voi per vederle tradotte in pratica.

Cordiali saluti

Raffaele Carcano, Segretario Uaar




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