martedì 28 agosto 2012 - Alfonso Mandia

Diario minimo di un cane sciolto

Ho paura.

Per questo paese ammutolito, devastato, imbottito come un panino di cadaveri galleggianti, macerie, veleni, notti in bianco, paura, sorda insensatezza, per un popolo che ha smarrito il senso stesso del vivere, che passa le giornate a tremare come un poveraccio febbricitante che, mentre suda freddo e fa avanti e indietro per la sua camera, la faccia ingiallisce come un cartoccio di olive.

Ho paura di quel che vedo per le strade, la sporcizia, l’abbandono, foglie secche, depliant di supermercati, bottiglie di plastica, preservativi, fontanelle con le tubazioni intasate che rigurgitano tutto il malessere di una società ridotta al lumicino, strade illuminate che neanche la miglior fotografia di Stanley Kubrick, i racconti delle battute di caccia contro zingari e froci, e quelle puttane acide delle lesbiche, e fuori da quel bar nessuno sente, nessuno sa niente. Tutto trasuda rassegnazione, indifferenza.

Abbandono, appunto.

Ho paura di chi ha preso il potere in Italia, esseri umani senza scrupoli, gente avida di sangue e distruzione, pronta a tutto pur di rimanere all’interno delle mura della città, ben protette da pretoriani e servi, e mi raggela la freddezza con la quale pianificano genocidi e epurazioni, silenziosi, precisi, implacabili, attenti anche al minimo dettaglio, barbari, portaborse, banchieri, assassini, faccendieri, trafficanti di esseri viventi, mafiosi, sherpa, massoni, che han saputo intessere, nel tempo, con agghiacciante determinazione, una ragnatela che ingrigisce tutto, manca l’aria, a guardarci attraverso il sole è una palla di muco bianco spiaccicata contro un cielo senza colore.

Ho paura di quello che ci aspetta, perché ancora non abbiamo visto niente, di carriolate di cadaveri se ne tireranno via ancora parecchie, incarogniti come stanno, contro zingari e polacchi, africani e rumeni, gli ultimi contro gli ultimi degli ultimi, una roba che soltanto a tentar di leggerla la lingua si annoda.

Poi però quest’estate, passata per lo più a pensare, che non costa ancora niente, il che, vista la mia situazione economica sempre sull’orlo del collasso strutturale, aiuta ed incoraggia, mi dico che a me questa paura mi ha scassato un po’ le balle, che andasse a quel paese, con rispetto parlando.

Hai visto mai che una mattina ci svegliamo con le palle che ci girano come quelli dello sbirro della scuola di polizia di Aldo, Giovanni e Giacomo, e facciamo piazza pulita di questo circo Barnum inzeppato fino al soffocamento di morti che camminano e che nessuno ancora l’ha detto chiaramente, senza peli sulla lingua e scandendo bene le sillabe, siete-morti!-finito!-kaputt!-buio! , e che anzi, a dir il vero, avrebbero anche cominciato un tantinello a maleodorare?

Ci vorrebbe proprio una bella sollevazione popolare, di quelle alla torcia e forcone, tanto per capirci, perché ogni tanto una dose di sano pacifismo praticato a suon di schiaffoni e azzannamenti non ci sta mica tanto male, se ci riflettete con serenità e mente aperta.

E magari, alla fine, anche se un po’ pesti e doloranti, ci si riesce, tutte e tutti insieme, ma tutte e tutti insieme sul serio, a far scoppiare un altro bel rinascimento, e se tutto va bene, me la tolgo, la soddisfazione di strappare via un bel paio di pantaloni di quelli costosi, con appresso un bocconcino di chiappa da conservare in naftalina come trofeo di guerra di un vecchio arnese in via di dismissione.

Dopodiché, dovesse andar male, almeno avremo provato.

Almeno c’avremo provato.

Bentornati dalle vacanze.




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