giovedì 7 febbraio - Giuseppe Ottaviano

Di Tav non se ne deve parlare: confermata la condanna al giornalista Falcioni

Se a qualcuno fosse sfuggito, in Italia non si può parlare di Tav, o almeno non si possono valicare i limiti dettati dai comunicati stampa delle questure. Questo dice oggi, tra le linee, la Corte d'appello di Torino che ha confermato la condanna a 4 mesi di reclusione per il giornalista Davide Falcioni accusato di concorso in violazione di domicilio. Anche l'accusa aveva chiesto l'assoluzione

La motivazione ufficiale ancora non è arrivata, ma la sentenza parla chiaro: in Italia se vuoi parlare di Tav devi attenerti strettamente alle versioni ufficiali, anche se sono palesemente false, anche se tu c'eri, eri l'unico cronista presente e lo hai visto con i tuoi occhi.

L'accusa ufficiale è concorso in violazione di domicilio, l'unica rimasta in piedi di una lunga lista di capi di imputazione che il giornalista Davide Falcioni si è visto, improvvisamente, cadere addosso mentre rendeva la sua testimonianza davanti al pubblico ministeroA chiedergli di testimoniare era stata la difesa di alcuni No Tav sotto processo per l'occupazione simbolica di una ditta di geologi in Val di Susa, che Falcioni aveva raccontato in un articolo pubblicato su AgoraVox "Io ero con i No Tav arrestati. Vi racconto come sono andate davvero le cose". Di quel giorno scrive: 

Ho assistito anche alla cosiddetta "irruzione" alla ditta Geovalsusa: unico giornalista presente, insieme al collega Alessandro Fiorillo. Al momento dell'ingresso nella sede dell'azienda non c'erano uomini della Digos, né altri testimoni, e neppure i cronisti di Repubblica, Corriere e La Stampa.

Dipinta come un'azione violenta realizzata dei soliti "facinorosi" dei centri sociali torinesi, in realtà ha visto la partecipazione pacifica di decine di persone di ogni età ed organizzazione politica o sociale. L'azione si è svolta a volto scoperto, suonando il citofono e facendosi aprire. Una volta entrati, è stato srotolato uno striscione ed accesi un paio di fumogeni rossi. Nessun danno è stato arrecato agli oggetti dello studio. Nessuna minaccia ai dipendenti che, anzi, hanno amabilmente chiacchierato con i militanti No Tav presenti. Sono stato personalmente invitato da un'ingegnere della ditta a "lasciar perdere la Val di Susa": "Ma perché non vai nella palestra sotto: c'è un gruppo di donne cinquantenni single che non vede l'ora che gli facciate un'incursione". Evidentemente non c'era nessuna tensione. Polizia e carabinieri sono arrivati dopo una quarantina di minuti ed hanno fotografato e ripreso con una telecamera tutti i presenti. Da quelle immagini sono state fatte le identificazioni che hanno prodotto i provvedimenti legali nei confronti dei No Tav.

Qui si arriva ad un altro snodo cruciale della vicenda: dal lavoro delle forze di polizia intervenute quel giorno non parte nessun provvedimento legale nei confronti di Falcioni, probabilmente riconosciuto come cronista. Sarà la pm Manuela Pedrotti, durante la testimonianza, ad informare Davide che sarebbe stato indagato per gli stessi reati contestati ai manifestanti. In questo modo il PM invalida l'unica testimonianza in favore della difesa. 

Il processo di primo grado, il 9 aprile scorso, condanna Davide Falcioni alla pena di 4 mesi di reclusione per concorso in violazione di domicilio. Tra le domande rivolte al giornalista dal pm spiccano: Perché un giornalista marchigiano si interessa della linea Tav? Come mai AgoraVox decide di occuparsi così tanto di Tav? Domande inusuali, da cui è difficile dedurre un concorso in violazione di domicilio. Oggi, in un processo in cui anche l'accusa chiedeva la piena assoluzione, la Corte d'appello ha confermato la decisione del Tribunale di Torino. 

Raggiunto da Fanpage, testata per cui oggi Falcioni lavora, il suo legale Gianluca Vitale ha dichiarato: "Non mi spiego cosa sia successo, aspetto di leggere la sentenza anche per capire come è stata impostata da un punto di vista procedurale è un evidente attacco alla libertà di informazione. Tra l'altro oggi ho richiamato in aula una sentenza di febbraio della Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha coinvolto un giornalista ucraino che aveva preso parte a una manifestazione di protesta vietata a San Pietroburgo. Ebbene la sentenza afferma espressamente che il giornalista ha diritto di andare a cercare le notizie. Noi ricorreremo sicuramente in Cassazione, non finisce qui. E se sarà necessario ci rivolgeremo anche alla Corte europea dei diritti dell'uomo".

Immagine: freepress.net




Lasciare un commento