venerdì 5 luglio - YouTrend

Democrazia: come spiegarne la crescente disaffezione?

Per il Pew Research Center, la variabile principale è quella economica, ma non basta: anche corruzione, giustizia e libertà giocano ruoli importanti.

Secondo Wiston Churchill, “è stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate sino ad ora”. Stando dunque all’opinione dell’illustre statista inglese che ha guidato il suo Paese fuori dalla seconda guerra mondiale, dopo che l’umanità ha trascorso secoli a farsi la guerra e a sperimentare forme più o meno autoritarie di governo, essa ha finalmente trovato – o perlomeno così è accaduto in buona parte del mondo – la migliore forma di governo possibile fra le tante: la democrazia rappresentativa.

All’alba del nuovo millennio, gli stati che possedevano istituzioni democratiche erano il 63% del totale (per la precisione, 120 su 190 stati riconosciuti), ma anche coloro che ancora non avevano raggiunto questo traguardo in qualche modo vi ambivano: insomma, è come se la democrazia rappresentasse l’approdo naturale di ogni nazione, tant’è che qualcuno la ha addirittura ritenuta un modello da esportare. Ma nel 2019 è davvero ancora così? In un’epoca che storici e sociologi definiscono post-moderna, non è che senza accorgecene siamo piombati anche nella post-democrazia? Del resto, sono anni che da più parti si sentono ripetere mantra come «la destra e la sinistra non esistono più, sono concetti obsoleti»: non sarà allora che la democrazia rappresentativa tradizionale – quella a cui siamo abituati – è anch’essa un’intuizione superata?

È partendo da questa domanda che il Pew Research Center – un think tank statunitense – ha pubblicato un report sullo stato della disaffezione dei cittadini verso il concetto di democrazia. L’indagine ha riguardato 27 Paesi in tutto il mondo e sono state intervistate, nel periodo compreso fra maggio e agosto 2018, 30.133persone.
I risultati – come spesso accade – sono in parte sorprendenti e per altri aspetti invece attesi. Ma andiamo dritti al punto: il 51% degli intervistati si dice insoddisfatto del funzionamento del sistema democratico del proprio Paese di provenienza, mentre il 45% si dichiara soddisfatto. Se guardiamo al dato italiano siamo piuttosto lontani dalla media: il 70% dei nostri connazionali si professa insoddisfatto mentre dà un giudizio positivo il 29%.

Soddisfatti e insoddisfatti della democrazia in 27 Stati

Situazione economica e percezione della democrazia: quale correlazione?

Il fattore che maggiormente pesa nel determinare questa opinione è l’aspetto economico: la visione che i cittadini hanno della situazione economica del proprio Paese ha una fortissima correlazione con il livello di disaffezione o meno alla democrazia. Più le persone ritengono che l’economia versi in pessime condizioni, più tenderanno ad avere la medesima opinione sul funzionamento del sistema democratico tout court, mentre al contrario coloro che considerano rosee le prospettive economiche saranno più propensi a dirsi soddisfatti della democrazia.

Economia e affezione alla democrazia

D’altronde, sono anni che l’economia riveste un ruolo principe nel dibattito pubblico di molte nazioni. Nei 27 Paesi presi in considerazione, mediamente gli intervistati propendono per l’opinione secondo cui la maggior parte dei connazionali ha buone possibilità di veder migliorare le proprie condizioni di vita; in questo caso – come anche per altri aspetti – gioca un ruolo chiave la dicotomia fra “economie emergenti” ed “economie avanzate”. Quest’opinione deriva dalla considerazione della situazione economica del proprio Stato negli ultimi vent’anni, per cui ad esempio filippini, indonesiani e svedesi sono maggiormente fiduciosi sulle opportunità di miglioramento offerte dalle rispettive nazioni mentre, sul versante opposto, troviamo le economie dell’Europa mediterranea, dove solo un cittadino su quattro condivide il medesimo entusiasmo sulle opportunità di ascesa sociale.

È interessante rilevare anche un gap generazionale nelle risposte: i giovani tra i 18 e i 29 anni sarebbero maggiormente fiduciosi circa la possibilità di migliorare il proprio standard economico rispetto ai connazionali over 50. A fare da eccezione, ci sono i giovani provenienti da tre Paesi profondamente diversi fra loro – USA, Corea del Sud e Tunisia – che invece si mostrano decisamente più pessimisti delle generazioni che le hanno precedute. Insomma, pare che i giovani americani siano un po’ più scettici a proposito delle potenzialità dell’american dream.

Il gap generazionale in Stati Uniti, Sud Corea e Tunisia

Altri fattori chiave: libertà, giustizia e corruzione

L’economia, però, non è tutto: anche altri fattori – seppur in maniera minore –sembrano influire sulla disaffezione nei confronti della democrazia. Si pensi all’opinione su quelle che il Pew Research Centre definisce core freedoms: una serie di libertà fondamentali dell’individuo che uno Stato democratico dovrebbe garantire, tra cui la libertà d’espressione. Tendenzialmente gli intervistati dei 27 Paesi – specie nelle economie emergenti – si ritengono soddisfatti del grado di libertà di espressione; nonostante questo, però, in pochi affermano che la frase «il diritto delle persone di esprimere il proprio punto di vista in pubblico è protetto» descriva “molto bene” il Paese in cui sono nati. Ancora una volta l’Italia fa parte del piccolo gruppo delle eccezioni: il 51% degli abitanti del Belpaese, infatti, non è d’accordo con tale affermazione.

A rivestire un ruolo nel sentimento di affezione o meno alla democrazia concorre anche la visione delle istituzioni e degli apparati pubblici. Si sa gli italiani non spiccano per senso delle istituzioni, e così il 73%dei nostri connazionali non ritiene che il sistema giudiziario sia equo con tutti i cittadini (in linea questa volta con la media delle altre 26 nazioni).

Inoltre, il 70% degli italiani pensa che la maggior parte dei politici siano corrotti (ancora peggio l’opinione di russi e greci, rispettivamente con l’82% e l’89%), mentre un ulteriore 66% sostiene anche che «coloro che sono stati eletti non hanno a cuore l’interesse delle persone comuni». In quest’ultimo caso però è interessante notare come tra i sostenitori di Lega e Movimento 5 Stelle (i partiti che compongono la coalizione di Governo e che l’analisi condotta dal Pew definisce “populisti”) vi siano più persone propense a ritenere che gli eletti si interessino delle questioni degli elettori, molto più di quanto facciano le persone che non votano per questi due partiti. Ancora una volta, si tratta dell’esatto opposto rispetto a quanto avviene con i sostenitori dei partiti “populisti” delle altre Nazioni. Ma sul rapporto percezione della democrazia e partiti “populisti” torneremo più avanti.

Ciò che invece emerge con forza dall’analisi del Pew Research Center è che nelle opinioni circa il funzionamento dei sistemi democratici non hanno alcuna influenza alcune variabili sociodemografiche dei soggetti intervistati (quali ad esempio l’età, il sesso o il livello di istruzione), così come nemmeno la percezione della sicurezzadi una nazione e – fattore questo sì sorprendente – il punto di vista dei cittadini sul fenomeno migratorio. Questo è sorprendente perché da diversi anni quella dell’immigrazione è – insieme al tema economico – l’altra questione che tiene banco, specialmente sui tavoli di Bruxelles, e quindi ci si attenderebbe che questo si riverberi anche sulla disaffezione dei cittadini europei verso la democrazia.

A proposito di Unione Europea, all’interno della propria ricerca il Pew ha condotto un focus sull’UE proprio per valutare l’impatto che l’appartenenza ad un’istituzione sovranazionale ha sulla percezione della democrazia nazionale. Posto che tra i 10 Paesi dell’UE e i restanti 17 i risultati non variano di molto in termini di supporto o meno alla democrazia, l’idea che l’appartenenza all’UE costituisca un elemento positivo per il proprio Paese tenderebbe a far sì che le persone siano più soddisfatte della democrazia interna (51%) rispetto a coloro che, pur essendo favorevoli alla democrazia, hanno invece una visione negativa dell’UE (31%). In ogni caso, l’elemento chiave rimane – anche nel caso dei Paesi UE – il tema economico, con un gap di 30 punti percentuali tra chi è ottimista sulla situazione economica e chi, al contrario, è pessimista.

Democrazia in salute, ma non troppo

Sviscerando i dati della ricerca del Pew, emerge che lo stato di salute dei sistemi democratici – perlomeno a livello di percezione – non attraversa il suo momento di massima forma. Del resto, si tratta di un trend in continua crescita, come mostrano i dati della stessa ricerca condotta nel 2017. Il caso più anomalo forse è quello statunitense, dove, nonostante il miglioramento delle condizioni economiche, aumenta la disaffezione verso la democrazia.

Come varia la percezione della democrazia tra il 2017 e il 2018

I populismi

Questo contribuirebbe a spiegare il perché dell’emergere di nuove forze politiche appartenenti alla fumosa categoria dei cosiddetti “partiti populisti”. D’altronde, uno dei cavalli di battaglia dei partiti populisti – siano essi di destra o di sinistra – è proprio l’insistere sulla distinzione tra élites e cittadini comuni, due categorie antagoniste in questa visione. In questo senso rientrano nel contenitore dei populisti la Lega di Matteo Salvini, Alternative for Deutschland in Germania, SYRIZA in Grecia, il Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia e Podemos in Spagna. Ricadrebbero nello stesso calderone anche quei partiti – come il Movimento 5 Stelle ma anche i vari partiti pirata europei – che hanno innescato un dibattito circa la necessità di forme di governo alternative alla democrazia rappresentativa, in favore di una maggiore “democrazia diretta” aiutata dall’uso delle nuove tecnologie.

I partiti populisti e la soddisfazione della democrazia

Oltre la democrazia?

Come conclude la stessa ricerca del Pew Research Institute, sempre più persone si mostrano aperte a nuove forme di governo alternative alla democrazia. Gli intervistati sono stati infatti suddivisi in 3 gruppi:

  • committed democrats, ovvero coloro che supportano un sistema in cui vengono eletti dei rappresentati che si occupano di definire quali sono le leggi da adottare (democrazia rappresentativa);
  • less-committed democrats, ossia coloro che giudicano positivamente la democrazia rappresentativa ma sono comunque aperti a forme di governo non-democratiche (un governo presieduto da tecnici o da un leader forte o ancora da una giunta militare);
  • non-democrats, ovvero coloro che non supportano la democrazia ma almeno una tra le varie forme di alternativa non democratica.

Il risultato è che le fila di quest’ultimo gruppo, pur restando in minoranza, sembrano crescere di anno in anno.

Abbiamo iniziato l’articolo con Churchill, e finiamo con lui: secondo lo statista inglese “la democrazia funziona quando a decidere siamo in due, e l’altro è malato”. Sempre che – nel frattempo – non sia la democrazia stessa ad essersi ammalata.

 

Articolo a cura di Fabrizio Bonifacio.




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