"Deliver me from nowhere": il Boss fragile e forte che arriva dritto al cuore
Jeremy Allen White interpreta nel biopic il Bruce Springsteen dei primi anni '80, quelli magici di Nebraska, con Born in the USA all'orizzonte: un ritratto intimo ed emozionante, le ombre interiori dietro le luci del palco e la genesi di un capolavoro. Il film arriva nelle sale italiane il 23 ottobre, mentre dal 24 sarà in vendita la versione “Expanded” dell’album del 1982
Quando furono annunciate le riprese del film che, diretto dal regista Scott Cooper, avrebbe avuto come protagonista il giovane Bruce Springsteen, già da allora il pubblico - in particolare quello dei fan - si divise tra chi non vedeva l'ora di sedersi in sala davanti al maxischermo; e chi esprimeva invece forti riserve, al punto da decidere lì per lì di ignorare completamente, quando sarebbe stato il momento, l'uscita del biopic. Personalmente appartenevo - e con una certa risolutezza - a questa seconda categoria.
A lasciare perplessi, me come tanti altri, non era solo la scarsa somiglianza fisica e di atteggiamento, almeno al primo sguardo, tra Bruce e Jeremy Allen White, l'attore che lo interpreta. Sembrava anche strano, persino un po' inquietante, fastidioso e poco rispettoso, vedere al cinema qualcuno che canta le canzoni del Boss e ricalca i suoi gesti. Perché ancora quest'anno in molti abbiamo avuto invece l'opportunità di godere dell"l'originale" negli stadi d'Europa e infine a San Siro per il finale del tour. Di ritrovare dal vivo quell'energia immutata, dopo 40 anni, per sempre... Sintesi di tutto questo scetticismo: Bruce è inimitabile, nessuno potrà mai cantare e recitare nei suoi panni.

Bene, forte di questa certezza fino a ieri, decisissima a bypassare il debutto ufficiale previsto per il 23 ottobre, è successo che... alla primissima delle anteprime sono corsa, invece, non ho resistito. Senza sciogliere del tutto le mie perplessità (anche con il trucco, o capelli sudati allo stesso modo e il "finto" colore marrone degli occhi Jeremy Allen non è il Boss, è ovvio...), devo dire che non me ne sono affatto pentita e credo anzi che chi ama Bruce e lo segue da decenni, chi lo ascolta da sempre e persino chi lo ha incontrato solo superficialmente, questo film dovrebbe proprio guardarlo. Non solo sulla fiducia, come quando si compra un disco a scatola chiusa: guardarlo con spirito critico, e anche con amore.
Non è il classico colossal epico hollywoodiano. In due ore si racconta una storia, un tratto di strada ben definito temporalmente; una storia emozionante e piena di speranza, un percorso di formazione e rinascita fatto di accadimenti reali e di pensieri intimi. È un pezzo della vita del Boss che in molti già conoscono, eppure lo si riscopre con il fiato sospeso e i brividi, pur sapendo il finale.
Siamo nel 1981, Springsteen è reduce, con la E-Street Band, dal tour di The River, pubblicato nel 1980. Born to Run, di cinque anni prima, è già un enorme successo che supera i confini degli Stati Uniti. Il Boss è ormai una rockstar, inseguito dai produttori e subissato di proposte di lavoro di ogni genere, dalla musica al cinema. "Alimentare la macchina", "battere il ferro finché è caldo", questi i messaggi - per nulla velati - che gli aleggiano intorno. I trionfi gli danno carica ed energia, certo, eppure qualcosa non va. "Io so chi è lei", gli dice ad un certo punto il concessionario da cui sta per acquistare la sua prima automobile. “Beato lei che lo sa", gli risponde Bruce: una frase. a effetto che contiene però il senso di quello che verrà, nel bene e nel male.
I bellissimi flashback in bianco e nero del biopic riportano agli anni '50, dove un piccolo Bruce di 8 anni (Matthew Anthony Pellicano) deve subire un padre assente, sempre ubriaco e a tratti anche violento, mentre la madre si fa carico da sola dei problemi della famiglia. Un padre al quale vuole però disperatamente bene e al quale teme nel profondo di poter somigliare. L’essenza dell'album Nebraska al quale Springsteen lavora tra il 1981 e il 1982 è proprio questa: fare i conti con il passato senza lasciarsi travolgere: non un passaggio facile, però fondamentale.
Le canzoni che il Boss scrive e canta in questo periodo, chiuso in una stanza e con un'attrezzatura di incisione rudimentale su musicassette, parlano di radici, di ritorno a casa, di infanzia dolceamara e di traumi non ancora superati, nascosti sotto la sabbia e dietro le luci.
"Sto cercando qualcosa di autentico in tutto questo rumore", dice Jeremy Allen/Bruce, Ed ecco che per un attimo ci dimentichiamo che si tratta di un film. Entriamo anche noi in quella camera da letto trasformata in sala di incisione, tra fogli di carta riempiti di versi e la chitarra acustica che libera una musica diversa da quella che Springsteen ha composto fino a quel momento. Brividi nella prima versione di "Nebraska", quasi sussurrata, fino a "My father's house", passando per "Atlantic City" (Everything dies baby, that's a fact, but maybe everything that dies, some day comes back), "Mansion on the Hill", "Johnny 99", "Highway Patrolman", "State Trooper", "Used Cars", "Open All Night", "Reason to Believe".
Prima che dal libro "Deliver me from Nowhere (Liberami dal nulla)" di Zanes Warren dal quale è ispirato, il titolo del film fa riferimento proprio ai versi finali di una canzone di "Nebraska", “Open all Night”:
"Lost souls callin’ long distance salvation/Hey, mister deejay, won’tcha hear my last prayer?/Hey, ho, rock’n’roll, deliver me from nowhere".
Liberami dal nulla. La malinconia e la ricerca di sé attraversano queste composizioni che dipingono uno spaccato dell'America profonda, quella del New Jersey tra gli anni '50 e '70, della sua classe lavoratrice e dei problemi sociali che la attraversano.
I discografici non possono fare a meno di chiedersi, allora, che senso abbia un album del genere nel bel mezzo della carriera di una rockstar che si avvia alla fama mondiale. Di uno che ha già in cantiere hits rock quali "I'm on fire", "Glory Days" e soprattutto "Born in the USA”. Perché un album acustico, perché proprio in quel momento? L'unico a crederci, sempre, è il manager, l'amico: Jon Landau (uno degli attori più convincenti del biopic, Jeremy Strong). "In questo ufficio, nel mio ufficio, noi crediamo in Bruce Springsteen".
L'arrangiamento giusto tarda ad arrivare, però. Pazienza. Non importa quanto forti possano essere le pressioni, Bruce capisce che questo disco è una questione di vita o di morte, è troppo importante, la chiave per fare i conti con i suoi fantasmi interiori.
La depressione del padre, il loro rapporto in sospeso, pesano come macigni sulla futura della leggenda del rock, sono una spada di Damocle capace di paralizzarlo, di distruggere tutto quello che sta costruendo. Springsteen ha raccontando nella sua autobiografia di avere sofferto lui spesso di depressione e il primo grave episodio si verifica proprio nel periodo della genesi di Nebraska, della fine di una storia d'amore (con Faye, interpretata da Odessa Young), della "fuga" in California.
Eppure, a dispetto di tutte le difficoltà tecniche e della sofferenza che ci sta dietro, Nebraska vede la luce, alla fine. "No single, no press, no tour", queste le condizioni che Bruce aveva posto a Jon Landau: sappiamo tutti che non è andata esattamente così, alla fine, e che questa raccolta "anomala" è diventata un successo planetario. Come gli altri album. E ancora oggi l'autore lo considera il suo disco migliore.
Continua quindi, con Deliver me from Nowhere – a quanto pare molto apprezzato da Springsteen stesso che ha assistito a parte delle riprese – l’anno d’oro del Boss: 76 anni e ancora tanto, tantissimo da dire e da cantare per un pubblico che non ha età, proprio come lui che canta per 3 ore davanti a 60.000 persone, oggi come ieri. Il film, nelle sale dal 23 ottobre, arriva dopo i successi del più ricco tour della sua carriera e dopo l’uscita, a giugno, del cofanetto Tracks II – The Lost Albums. E il giorno dopo la prima del biopic, il 24 ottobre, arriverà la nuova versione Nebraska ’82 – Expanded Edition (Sony Music).
Eleonora Poli
