martedì 12 giugno - Giovanni Greto

Danilo Perez, John Patitucci e Brian Blade : “Children of the light” al Blue Note di Tokyo

Pensavo accorresse molto pubblico nel famoso locale della capitale giapponese per ascoltare la sezione ritmica dell’ultimo quartetto di Wayne Shorter. Evidentemente, l’afflusso non dipende da chi suona, ma dal giorno. I fine settimana – venerdì e sabato – sono più affollati. Il trio ha suonato di martedì e di mercoledì e questo spiega perché alcuni tavoli sono rimasti vuoti. Ciò nonostante riesce difficile commentare con un “peccato per chi non c’era”. Il concerto, infatti, non è stato di quelli che rimarranno impressi nella memoria.

In 78 minuti il trio ha eseguito sette brani, cinque dei quali figurano nel suo primo e al momento unico album, “Children of the light”, che è anche la prima di undici tracce, scritta dal pianista panamense Danilo Perez (29 dicembre 1965), e che è stata scelta sia come nome del gruppo, sia per indicare un lavoro registrato a New York nel settembre del 2015.

Il primo set del martedì, a cui ho assistito, si è aperto proprio con “Children of the light”, che modifica nel titolo la composizione di Wayne Shorter “Children of the night”. Vuole essere una preghiera di speranza che la pace ritorni nel mondo grazie all’innocenza dei bambini.

Dopo un inizio senza tempo in cui Brian Blade, nato a Shreveport, Louisiana, il 25 luglio 1970, ha impugnato una bacchetta con la punta di legno con una mano, una bacchetta con la punta ricoperta da un materiale soffice alla maniera dei timpanisti con l’altra, Perez ha virato verso un tempo “Latin” lento con un fraseggio classico che richiamava il tardo Romanticismo, per poi dirigersi verso uno Swing velocissimo.

 

Ricorda le Gymnopédies di Erik Satie “Gratitude”, in cui John Patitucci dà vita ad un assolo di contrabbasso, finalmente in primo piano, anche perché Blade abbandona le bacchette per passare ad un paio di spazzole fruscianti.

Il musicista di origini calabresi, nato a Brooklyn il 22 dicembre 1959, è l’autore del brano successivo, “Moonlight on Congo square”. L’inizio è un lento fraseggio del contrabbasso, mentre Blade si affida a un paio di spazzole di materiale diverso. Patitucci spesso si sofferma su un pedale sul quale i colleghi a turno si inseriscono con figurazioni fantasiose.

Il brano più coinvolgente è il successivo, “Lumen”, scritto da Perez, che inizia in solitudine suonando con la mano destra la tastiera, mentre contemporaneamente la sinistra preme le corde, in modo da produrre una sonorità diversa da quella canonica. Il brano cresce di intensità, Blade percuote elegantemente i bordi dei tamburi, ed è ammirevole quando dopo un fraseggio in solitudine, in cui si assiste ad uno scatenamento, riesce a ritornare alla delicatezza del tema iniziale.

A questo punto arriva la parte peggiore del set. Due brani lenti, che scivolano pericolosamente verso la sdolcinatezza, come un’eccessiva quantità di miele spalmata in un’esile fetta di pane : “Within everything” del batterista, troppo facilmente melodico; “Looking for the light” del pianista, che si esibisce in un soave fischiettìo.

Per il bis che, come si sa, fa ormai parte della scaletta, non dipendendo dall’insistenza dei richiami di una platea educatamente generosa quale è quella giapponese, i tre scelgono uno standard di Matt Dennis, “Everything happens to me”, nel quale Perez esplora caratteristici ritmi cubani, come il “Guaguancò”, allontanandosi da riletture di colleghi illustri, che collocano il brano nella famiglia delle “Ballads”. Il ritmo rimane comunque molto lento. I musicisti sono bravi, il suono è bello, ma manca quell’emozione che elimina la concezione del tempo, ed evita di dare uno sguardo all’orologio, come mi è capitato più di una volta in questa occasione.

 

Foto: TAKUO SATO




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