Dalla morte alla sepoltura di Sayyed Ali Khamenei, cronaca di una transizione storica in Iran
All’alba del 28 febbraio 2026, la storia contemporanea dell’Iran è entrata in una fase nuova e senza precedenti, iniziata con il fragore delle esplosioni su Teheran e conclusasi, mesi dopo, tra guerra, lutto e incertezza, nel santuario dell’Imam Reza a Mashhad.
Shayan Moradi

(Foto di Bandiera iraniana - Agenzia DIRE)
Sayyed Ali Khamenei, secondo Guida Suprema della Repubblica Islamica, è stato ucciso durante gli attacchi aerei congiunti di Stati Uniti e Israele su Teheran — un evento che ha segnato non solo il destino di un uomo, ma il percorso di un’intera nazione. Ciò che segue è la ricostruzione della sua vita e degli eventi che, dalla morte alla sepoltura, hanno attraversato l’Iran.
Dalla lotta contro lo Scià ai primi incarichi
Sayyed Ali Khamenei nacque il 19 aprile 1939 a Mashhad. Studiò teologia a Mashhad, Najaf e Qom, allievo di Khomeini, dell’Ayatollah Borujerdi e dell’Allameh Tabatabai. Negli anni Sessanta e Settanta fu tra le figure attive dell’opposizione al regime Pahlavi, il che gli costò arresti ripetuti da parte della SAVAK, periodi di detenzione e infine l’esilio a Iranshahr.
Dopo la rivoluzione del 1979, divenne membro del Consiglio della Rivoluzione, Imam del venerdì a Teheran e deputato nella prima legislatura. Con la guerra Iran-Iraq fu rappresentante di Khomeini nel Consiglio Supremo della Difesa, presente in prima linea. Il 27 giugno 1981 sopravvisse a un attentato del gruppo Forqan nella moschea Abuzar di Teheran, che gli lasciò la mano destra parzialmente immobile per sempre. Dopo l’assassinio del presidente Rajai, fu eletto terzo presidente dell’Iran, carica ricoperta per due mandati, dal 1981 al 1989.
Gli anni della Guida Suprema: 1989–2026
Alla morte di Khomeini, il 3 giugno 1989, l’Assemblea degli Esperti scelse Khamenei come nuova Guida Suprema, inaugurando un mandato di 36 anni che lo rese il capo di Stato più longevo dell’Asia occidentale contemporanea. La sua leadership puntò su: gestione delle crisi regionali, dalle guerre del Golfo all’intervento americano in Afghanistan e Iraq fino all’ISIS; autosufficienza militare e missilistica come deterrente; sostegno alla tecnologia nazionale, dal nucleare al nanotech; e “profondità strategica”, tramite gruppi alleati in Libano, Palestina, Iraq e Siria, con figure come il generale Qassem Soleimani.
Questi decenni non furono privi di tensioni interne. Durante le proteste del 2025-2026, l’Iran visse disordini diffusi, repressi con durezza; le stime delle vittime variano da circa tremila secondo dati ufficiali a cifre molto più alte secondo fonti indipendenti. Il 7 gennaio 2026 lo stesso Khamenei riconobbe la morte di “diverse migliaia” di persone, attribuendone la colpa a Stati Uniti e Israele.
La morte: 28 febbraio 2026
Il 28 febbraio 2026 ebbe inizio quella che sarebbe stata chiamata “Guerra in Iran 2026”, con una massiccia ondata di attacchi aerei di Stati Uniti e Israele su Teheran. Nelle prime ore fu colpito l’ufficio-residenza della Guida Suprema; la mattina seguente la televisione di Stato ne confermò la morte. Secondo fonti vicine ai Guardiani della Rivoluzione, nello stesso attacco persero la vita anche una figlia, un genero, una nuora e un nipote di Khamenei — un lutto che si aggiunse, in termini profondamente umani, al dolore della sua famiglia. Il governo proclamò quaranta giorni di lutto nazionale e una settimana di festività ufficiali.
Quell’ondata di attacchi causò, secondo fonti ufficiali iraniane, almeno 201 morti nel Paese; il bombardamento di due scuole femminili, tra cui l’istituto Shajareh Tayyebeh a Minab, in special modo ebbe vasta eco pubblica — ricordo doloroso di come dietro ogni grande evento politico si consumino i destini di persone comuni.
Dopo la morte di Khamenei, la guida del Paese passò temporaneamente a un consiglio di leadership provvisorio, finché l’Assemblea degli Esperti non elesse Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema.
Il rinvio dei funerali
Sebbene i funerali fossero inizialmente previsti per marzo 2026, le condizioni belliche e le preoccupazioni per la sicurezza ne rinviarono lo svolgimento di mesi. Il 4 marzo, le autorità di Teheran annunciarono che la cerimonia di commiato si sarebbe tenuta quella stessa notte al Mosallah dell’Imam Khomeini; l’annuncio fu ritirato poche ore dopo, senza spiegazioni ufficiali, e l’evento rinviato “ai prossimi giorni”. Pur senza conferme ufficiali, il timore di un nuovo attacco contro i grandi raduni pubblici sembra essere stata la ragione principale di questo lungo rinvio.
In quelle settimane, il vicolo Fariborz Keshvardoost, vicino al punto colpito nella residenza della Guida, divenne meta spontanea di lutto popolare fin dal primo giorno di guerra, noto poi come il “portico di Keshvardoost”. A Najaf migliaia di iracheni parteciparono a una cerimonia simbolica in suo onore; il 19 aprile si tenne in tutto l’Iran la commemorazione dei quaranta giorni. Fu infine annunciato che, secondo la sua volontà, Khamenei sarebbe stato sepolto nel santuario dell’Imam Reza a Mashhad.
I funerali: il racconto di un lungo addio
Le esequie, articolate in più fasi, si tennero dal 3 al 10 luglio 2026, diventando una delle cerimonie funebri politico-religiose più lunghe e imponenti della storia recente dell’Iran. Per organizzarle furono mobilitati i Guardiani della Rivoluzione, gli apparati di sicurezza e diverse istituzioni statali. Lo slogan ufficiale fu “Bisogna insorgere” (Bâyad barkhâst), e il simbolo un pugno chiuso.
La cerimonia si aprì con l’omaggio alla salma nel Mosallah di Teheran, seguito da giorni di veglia, poi dai funerali ufficiali a Teheran e a Qom. Da lì la salma fu trasferita in Iraq: a Baghdad, Kadhimiya, Najaf e Karbala si tennero cerimonie alla presenza di alti funzionari iracheni — tra cui il primo ministro —, leader sciiti e comandanti militari, mentre la bara veniva portata in processione attorno ai santuari dell’Imam Ali e dell’Imam Hussein. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ringraziò governo, popolo e autorità religiose irachene per l’ospitalità. Presero parte anche esponenti vicini all'”asse della resistenza”, tra cui il figlio di Hassan Nasrallah, che parlò di un legame spirituale tra suo padre e Khamenei.
La sepoltura a Mashhad
Giovedì 9 luglio 2026, la salma tornò infine nella città natale, Mashhad, dove fu sepolta nel santuario dell’Imam Reza, accanto al mausoleo dell’ottavo Imam sciita — chiusura simbolica di un percorso iniziato come giovane studente di teologia e culminato in 36 anni alla guida del Paese.
Alla sepoltura parteciparono milioni di cittadini comuni, autorità civili e militari, delegazioni diplomatiche e rappresentanti dei gruppi alleati regionali, tra cui Hamas e Hezbollah. Secondo stime non ufficiali, i partecipanti a tutte le fasi della cerimonia avrebbero raggiunto i 30 milioni — cifra comunque oggetto di dibattito.
Un’eredità in discussione
La morte di Sayyed Ali Khamenei rappresenta la seconda transizione di leadership nella storia della Repubblica Islamica dalla rivoluzione del 1979, un evento storicamente rilevante ma dagli esiti profondamente incerti. Per una parte della società iraniana ha rappresentato una speranza di apertura politica; per un’altra, il timore di una guerra prolungata e di ulteriore sofferenza umana. Ciò che appare certo è che le lunghe esequie, svoltesi in un contesto eccezionale di guerra e incertezza, sono diventate uno dei riti di lutto politico-religioso più simbolici della storia recente dell’Iran — riflesso del legame profondo tra potere, fede e sentimento collettivo in una società che sta ancora attraversando uno dei capitoli più difficili della propria storia.
