venerdì 24 ottobre 2025 - Martina Neri

Dalí, tra cinema e arte

In occasione della XX edizione della Festa del Cinema di Roma, la mostra Dalí. Rivoluzione e tradizione si apre al grande schermo con un ciclo di proiezioni che esplorano il legame profondo tra il pittore catalano e il linguaggio cinematografico.

L’iniziativa, curata dalla Fundació Gala-Salvador Dalí nell’ambito della rassegna Risonanze, si terrà presso la Sala Rebecchini di Palazzo Sciarra Colonna il 21 e 24 ottobre 2025, e offrirà al pubblico una selezione di film rari e materiali d’archivio che raccontano l’universo visivo e simbolico di Salvador Dalí.

Dalí e il cinema: un amore visionario

Il rapporto tra Dalí e il cinema è antico e complesso. Fin dagli anni Trenta, l’artista collaborò con figure fondamentali della storia del cinema, come Luis Buñuel, per i capolavori surrealisti Un chien andalou (1929) e L’âge d’or (1930), in cui mise in immagini il suo universo onirico e provocatorio.
Il cinema, per Dalí, fu sempre un terreno di sperimentazione: una tela in movimento dove la logica si dissolve, dando spazio all’inconscio e alla meraviglia visiva.

21 ottobre – “Destino” (1946): Dalí e Disney, il sogno interrotto

Il primo appuntamento, il 21 ottobre alle ore 19:00, propone la proiezione di Destino (1946), un cortometraggio nato dall’incontro inaspettato tra Salvador Dalí e Walt Disney.
Dalí, affascinato dal potenziale onirico dell’animazione, lavorò per mesi agli Studios Disney di Burbank, realizzando schizzi e dipinti a olio che raccontano la danza sospesa tra una ballerina e Crono, il dio del tempo.
Il progetto, interrotto e rimasto incompiuto per decenni, fu completato solo nel 2003 da Dominique Monfery per la Disney. Il risultato è un piccolo gioiello di sette minuti dove il surrealismo daliniano incontra la poesia dell’animazione classica.

“Autoportrait mou de Salvador Dalí” (1966): un viaggio dentro se stesso

Segue Autoportrait mou de Salvador Dalí (1966), diretto dal visionario regista francese Jean-Christophe Averty e concesso dall’Institut National de l’Audiovisuel francese.
Girato nella casa di Dalí a Portlligat, il film è un autoritratto in movimento: un dialogo tra l’artista, la sua immaginazione e la macchina da presa. Averty trasforma il pittore in performer, restituendo un Dalí ironico, magnetico e teatrale, che apre le porte della sua intimità creativa in un esperimento tra documentario, happening e videoarte.

24 ottobre – “In Search of Immortality”: l’uomo dietro il mito

Il ciclo si chiude il 24 ottobre con una versione ridotta della trilogia documentaria Salvador Dalí. In Search of Immortality (2018), diretta da David Pujol e prodotta dalla Fundació Gala-Salvador Dalí.


Il documentario racconta la vita del pittore come un mosaico di luoghi e incontri: dall’infanzia a Figueres, agli anni madrileni accanto a Federico García Lorca e Luis Buñuel, fino ai soggiorni parigini tra i surrealisti e alla scoperta dell’America.
Non manca il ritratto di Gala, musa e compagna inseparabile, che seppe incanalare le ossessioni del genio catalano trasformandole in una visione artistica totale.

Dalí eterno

Le proiezioni – in versione originale con sottotitoli in italiano – rappresentano un’occasione rara per avvicinarsi a un Dalí meno noto: quello che cercava nella cinepresa la stessa libertà del sogno, il medesimo disordine fertile che animava i suoi quadri.
Tra arte, immaginazione e cinema, la rassegna romana celebra così un Dalí ancora vivo, che continua a reinventarsi nell’occhio di chi guarda.

 

 

 

Dentro lo specchio di Dalí: “Autoportrait mou de Salvador Dalí” (1966)

Quando nel 1966 il regista francese Jean-Christophe Averty propose a Salvador Dalí di raccontarsi davanti alla macchina da presa, il pittore non scelse di farsi ritrarre, ma di mettere in scena sé stesso. Il risultato fu Autoportrait mou de Salvador Dalí, un film-esperimento che sfugge a ogni definizione: né documentario né opera di finzione, ma una performance surrealista filmata.

Girato nella casa di Dalí a Portlligat, affacciata sul mare della Costa Brava, il film è un viaggio visivo e concettuale dentro il mondo interiore dell’artista. La camera segue Dalí nei suoi gesti quotidiani, tra tele, specchi, animali imbalsamati e oggetti simbolici che sembrano usciti da un sogno. Ogni inquadratura diventa una metafora dell’ego molle e cangiante del pittore, che si fa al tempo stesso soggetto e oggetto, autore e immagine.

Averty, pioniere della sperimentazione televisiva francese, usa sovrimpressioni, distorsioni ottiche e giochi di montaggio per costruire un flusso visivo ipnotico. In questa dimensione sospesa, Dalí parla di sé con tono ironico e teatrale, trasformando l’intervista in auto-messa in scena. Le sue parole si intrecciano alle immagini del mare, dei dipinti e del volto di Gala, evocando l’idea che l’artista non viva nel tempo ma nel mito che egli stesso ha creato.

L’opera è concessa dall’Institut National de l’Audiovisuel (INA), che ne conserva la copia originale, e rappresenta uno dei rari momenti in cui Dalí permette di osservare il proprio processo creativo dall’interno.
Il film anticipa molte tendenze della videoarte e della performance art degli anni successivi, rivelando quanto Dalí fosse consapevole del potere della televisione e del cinema come strumenti di auto-rappresentazione.

In Autoportrait mou, il pittore diventa dunque un’icona che si costruisce mentre si osserva: un Narciso moderno che trasforma l’arte in spettacolo e lo spettacolo in arte.
È il ritratto più sincero che Dalí potesse offrire: non quello di un uomo, ma di un’immagine che continua a vivere, molle, mutevole e immortale.




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