mercoledì 5 ottobre - Phastidio

Dal gas alle regole fiscali, i veri rischi dello strappo tedesco

Berlino rischia di minare l'unità europea nel conflitto e il mercato unico; ma a Roma molti scordano che il dissesto di oggi deriva dalle Gepi e dagli Efim di ieri

di Mario Seminerio – Domani

Ha suscitato frustrazione e irritazione, in molti governi europei, la decisione della Germania di procedere in autonomia con un tetto nazionale ai prezzi dell’energia, stanziando inizialmente 200 miliardi di euro. Berlino utilizzerà il Fondo di stabilizzazione economica, una posta fuori bilancio attivata durante l’emergenza pandemica.

L’iniziativa giunge dopo mesi di pressione, soprattutto da parte del governo Draghi, che ha faticosamente portato altri 14 paesi dalla propria parte, per imporre un tetto al prezzo del gas a tutte le controparti di mercato e non alla sola Russia, i cui flussi si sono nel frattempo quasi azzerati. 

L’idea di Draghi, lanciata subito dopo l’invasione dell’Ucraina, era di esercitare il potere negoziale del blocco europeo, il cosiddetto monopsonio, verso i fornitori da gasdotto, che quindi non potrebbero rapidamente e convenientemente dirottare altrove il proprio gas. Nelle ultime settimane, si sono aggiunte le voci di quanti chiedono un tetto anche alle forniture via nave di gas naturale liquefatto (LNG).

LA GERMANIA SI OPPONE

Il governo tedesco ha sempre fatto muro invitando alla cautela, vista la competizione con l’Asia per le navi LNG ma anche segnalando timori per la complessiva debolezza negoziale europea. 

Ora il governo Scholz ricorre a un fondo fuori bilancio, che come tale sfugge (per mera finzione contabile) ai vincoli al debito che soprattutto il ministro delle Finanze, il liberale Christian Lindner, vorrebbe reintrodurre dal prossimo anno. Questa logica dei fondi fuori bilancio ricorda molto gli espedienti contabili che i tedeschi rimproveravano ai governi mediterranei, soprattutto a quelli italiani. 

Non è ancora chiaro se il fondo verrà alimentato a esclusivo debito o con risorse reperite applicando le indicazioni della Commissione Ue, quali l’imposizione di un tetto ai ricavi dei generatori di energia da fonti non fossili e contributi di solidarietà ai generatori da fossili. Prescrizioni che peraltro sono utilizzabili da ogni governo europeo. 

Né è chiaro quanto dureranno i 200 miliardi in base a entità di riduzioni, platea di beneficiari e condizioni applicate, ad esempio in termini di risparmio energetico. 

Se la misura sarà finanziata a esclusivo debito, il governo tedesco prenderà la strada di quello britannico di Liz Truss, esponendosi a tutti gli eventuali ulteriori rincari dell’energia. Il ministro Lindner pare aver smentito che l’approccio possa essere questo. 

I VINCOLI SOSPESI

In questo contesto, dove la mitigazione dei prezzi avviene ponendo pesanti oneri alle casse nazionali e non sui produttori, cresce il rischio che paesi con maggiore capacità fiscale, come la Germania, approfittino dell’emergenza e della perdurante sospensione delle norme europee sugli aiuti di stato per accrescere la propria competitività nel mercato unico. 

Questo è il tema che ha suscitato l’irritazione italiana. Draghi è sempre stato consapevole che, in uno scenario alla “si salvi chi può”, il nostro paese fosse quello destinato a perdere più degli altri, mettendo a rischio un patrimonio imprenditoriale e manifatturiero che perpetua autentici miracoli sui mercati globali malgrado le molte zavorre domestiche che ci affliggono.

Di questa consapevolezza fa parte anche il tentativo di ottenere fondi a condizioni agevolate come il SURE, per finanziare la cassa integrazione straordinaria. Una posizione, quella di Draghi, del tutto differente da quella di chi invoca ossessivamente un fantomatico “Energy Recovery Fund” senza dettagliare quali paesi dovrebbero pagare trasferimenti, chi dovrebbe beneficiarne e in base a quali parametri. Qui, il rischio vero era quello di dover trasferire risorse alla Germania, vista la dipendenza tedesca dal gas. 

MILIARDI BUTTATI

L’altra scomoda verità è che il nostro paese ha posto le basi del proprio dissesto negli anni lontani in cui gli aiuti di stato erano ancora possibili su base molto ampia e l’integrazione europea era solo embrionale. Noi abbiamo speso per “salvare” aziende e settori decotti, creando le Gepi e le Efim. Parte di quella eredità, “culturale” e assai materiale, è arrivata ai nostri giorni, con l’accanimento su Alitalia e i confronti, del tutto sbilenchi e sempre all’insegna del vittimismo, con altre realtà e altri aiuti di stato, come quelli a Lufthansa. 

Alla nostra classe politica pare manchino terribilmente i bei tempi degli aiuti di stato per gestire dissesti irrecuperabili. Questa dipendenza, quanto e più dell’euro, è la vera radice delle recriminazioni contro l’integrazione europea, mentre altri usano l’intervento pubblico come leva competitiva. 

Premesso questo, occorre comunque fare attenzione: il “liberi tutti” nella cornice degli aiuti di stato, prima per pandemia e oggi per shock energetico e guerra, rischia di minare l’unità europea davanti al conflitto prima del mercato unico. 

Sarebbe una sconfitta per tutti ma una sciagura per noi. La maggioranza entrante ha l’opportunità di affinare il significato autentico di “interesse nazionale”, fin qui frainteso con la tutela di balneari e ambulanti.

(pubblicato online l’1 ottobre 2022; su cartaceo il 2 ottobre 2022)

Foto: Governo




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