giovedì 27 novembre 2025 - Giovanni Greto

Dal Wozzeck a La clemenza di Tito

L’opera di Alban Berg ha concluso la stagione 2024/2025. Quella di W.A.Mozart ha aperto il 2025/2026 del Gran Teatro La Fenice

 

Fa sempre piacere che nel cartellone di un teatro importante, quale è quello veneziano, oltre ai titoli di cassetta, ne vengano (ri-) proposti altri meno eseguiti, ma nondimeno meritevoli di riscoperta.

Wozzeck – il nome esatto del protagonista è Woyzeck . I frammenti del dramma furono pubblicati nel 1879, oltre 40 anni dopo la morte dell’autore, nella edizione delle opere curata da Emil Franzos, con il titolo di Wozzeck, dovuto ad una errata lettura della difficile grafia del manoscritto - è forse l’unico capolavoro di Georg Buchner (Goddeau, 17 ottobre 1813 – Zurigo, 19 febbraio 1837), anche se rimase incompleto per l’improvvisa morte dell’autore per una febbre tifoide.

La vicenda narrata, eterna come lo stesso male del mondo, continua oltre i limiti angusti della finzione teatrale, opera simbolo del primo Novecento, nonché emblema del teatro impressionista.

Nel dramma-tragedia, finalmente compare il vero protagonista del pensiero di Buchner : il figlio più umile del popolo, maltrattato e sfruttato inumanamente da tutti, è spinto inevitabilmente al delitto, come riflettè il grande germanista Ladislao Mittner (1902 – 1975) : Il delitto è veramente il suo destino, non tanto perché egli è dominato da una passionalità demoniaca – in realtà una sensualità vigorosa e sana -, quanto perché la sua sensualità è in contrasto con la sua religiosità tradizionale, inculcata nella sua anima ed oscuramente confusa con superstizioni popolari primordiali, che nella sua anima traggono nuovo alimento dalla dominante propaganda oscurantistica.

A stimolare la scrittura del dramma fu il caso medico-giudiziario di Johann Christian Woyzeck, barbiere e soldato ( 1780 – 1824), condannato a morte per aver ucciso, il 21 giugno 1821, l’amante Johanna Christiane Woost, per gelosia secondo il giudizio del tribunale, mentre la difesa dichiarò che il suo gesto fu compiuto in uno stato d’animo di sostanziale irresponsabilità, causato da gelosia, ribellione, vendetta, avvilimento estremo.

Alban Berg (Vienna, 9 febbraio 1885 – 24 dicembre 1935), che aveva assistito alla prima teatrale viennese del dramma il 5 maggio 1914, subì una folgorazione che lo spinse a decidere di metterlo in musica. Dai diversi manoscritti del lavoro di Buchner, Berg aveva scelto una stesura dell’opera in tre atti e quindici scene (5 per ogni atto), togliendone dieci dalla versione più lunga.

La sinossi in breve.

Atto 1. Wozzeck (baritono), umile soldato, deve subire i motteggi e le paternali del Capitano (tenore comico), che lo disprezza e lo giudica male per la scelta di convivere con Maria e il figlio avuto con lei fuori dal matrimonio. Mentre raccoglie legna assieme al suo amico Andres, Wozzeck viene allarmato da strani rumori e visioni. La sua compagna Maria (soprano) civetta alla finestra col tamburmaggiore (tenore drammatico). Wozzeck viene visitato da un dottore mezzo matto (basso comico), che lo adopera come cavia per i suoi esperimenti, in cambio di poco denaro. Il tamburmaggiore seduce Maria, che dopo qualche esitazione cede alla lusinga.

Atto 2. Wozzeck comincia a sospettare di Maria. Il Capitano lo punzecchia con le sue insinuazioni. Wozzeck, sempre più allucinato e geloso, litiga con Maria. Poi va all’osteria e trova Maria mentre danza col tamburmaggiore. Costui si vanta del proprio successo e, quando Wozzeck si rifiuta di bere con lui, lo aggredisce abbattendolo.

Atto 3. Maria, pentita, sta leggendo un passo del Vangelo, chiedendo pietà al cielo. Maria passeggia con Wozzeck lungo un sentiero nel bosco, in prossimità di uno stagno. La donna vorrebbe tornare sui suoi passi, ma Wozzeck si fa sempre più minaccioso fino ad aggredirla con un coltello e ucciderla . Più tardi, mentre beve per distrarsi in un’osteria, Margret (contralto), una vicina di Maria, scopre del sangue sui suoi abiti. Wozzeck scappa alla ricerca del coltello perduto. Una volta trovato, lo lancia nello stagno, ma convinto di averlo lasciato troppo vicino alla riva si tuffa per riprenderlo. Nuovamente colto da allucinazioni – l’acqua gli sembra diventare sangue – annega. Il dottore e il capitano passano di lì, sentono gli ultimi suoi gemiti, ma decidono di ignorarli e si allontanano. Al mattino il figlio di Maria gioca insieme agli amici. Dei ragazzi passando gli gridano che la madre è morta e si dirigono verso il bosco. Il bambino, vagamente confuso, li segue.

L’opera è andata in scena dopo una lunga assenza - l’ultimo allestimento (sette recite in lingua tedesca dall’8 ottobre) risale infatti al 1992, all’interno della stagione del Bicentenario dalla fondazione della Fenice - in occasione dei cento anni dalla prima rappresentazione assoluta, il 14 dicembre 1925, alla Staatsoper Unter den Linden Di Berlino.

E’ un testo chiave dell’avanguardia del Novecento, poiché concentra in un capolavoro del teatro musicale la ricca esperienza artistica maturata a Vienna in secoli di storia a partire da Mozart, fino al crepuscolo dell’impero absburgico.

Azzeccato ci è parso l’allestimento del regista Valentino Villa, che ha così spiegato la struttura dello spazio : In Wozzeck ci sono quindici quadri e noi abbiamo scelto di rispettarli. Sono ambientazioni che trovano un senso sia nel fluire uno dentro l’altro, che nella loro giustapposizione alla maniera di un montaggio cinematografico. Invece di scegliere un contenitore sintetico e unico , con Massimo Checchetto (che ha curato le scene) abbiamo lavorato affinché questi ambienti ci fossero tutti, ma anch’essi fossero trattati come delle apparizioni, ancora una volta all’interno della dialettica apparire/svanire…

Abbiamo scelto di ambientare il lavoro nella prima parte del Novecento. E più nello specifico abbiamo scelto il 1925, come anno su cui impiantare il lavoro, e che rappresenta il periodo tra le due guerre nel quale, soprattutto in alcune comunità, si sentono i postumi del primo conflitto mondiale, con questioni sociali irrisolte e danni fisici e psichici ancora visibili nelle persone. Contemporaneamente gli anni Venti vengono scelti, anche nei costumi di Elena Cicorella, come contenitore estetico-visivo anche questo riconoscibile per il nostro pubblico. A ciò si aggiunge il fatto che tutto avviene in un ambiente militare, oltre che all’interno di una comunità ristretta. Per questo motivo i personaggi maschili sono quasi tutti in divisa.

A proposito della scelta di proporre l’opera nella versione italiana - su libretto ritmico di Alberto Mantelli, musicologo torinese già autore del primo saggio italiano su Wozzeck nel 1936 per la Rassegna Musicale e in seguito di una guida all’ascolto dell’opera – ecco il parere di Markus Stenz, direttore d’orchestra : E’ una scelta eccellente, oltre che una straordinaria possibilità artistica. Al centro di qualsiasi performance di Wozzeck ci sono le parole, si potrebbe davvero dire che le parole parlano. L’opera trae origine dalla pièce teatrale di Büchner, e il modo in cui Berg l’ha trasposta in musica è tanto vicino all’impatto immediato suscitato da quelle parole che per me era veramente cruciale che il pubblico italiano ne cogliesse sin da subito l’immediatezza. Ci sono in Wozzeck termini che devono colpire lo stomaco di chi ascolta, emozioni profonde che sono innescate da una sola sillaba.

Professionali le voci dei personaggi principali, in grado di esprimersi nel canto, nello Sprechgesang, “il canto parlato” e nel semplice parlato : il tenebroso baritono Roberto de Candia (Wozzeck) ; il tenore comico Leonardo Cortellazzi (il Capitano) ; il basso comico Omar Montanari (il dottore) ; il tenore drammatico Enea Scala (il tamburmaggiore) ; la soprano Lidia Fridman (Maria) ; il contralto Manuela Custer (Margret) ; il tenore lirico Paolo Antognetti (Andres) ; il tenore acuto Marcello Nardis (lo sciocco). Un plauso al bambino che interpreta il figlio di Maria, e che fa parte del Coro delle voci bianche dei Piccoli Cantori veneziani, istruito da Daniela D’Alessio. Sempre valido l’apporto del Coro del Teatro, istruito dal Maestro Alfonso Caiani.

Complimenti vivissimi ai musicisti che, pur turbati da ciò che sta accadendo all’interno del Teatro – la nomina ex abrupto da parte del nuovo Svrintendente di Beatrice Venezi, nel ruolo di Direttore Musicale a partire dall’ottobre del prossimo anno – hanno suonato con intensità e precisione, mettendo in risalto le diverse sonorità, i molti fiati, gli archi e le percussioni – rullate frizzanti emanavano un suono cristallino grazie anche a una perfetta regolazione della cordiera dello Snare Drum ; uno scrosciare dei piatti, quasi una cascata d’acqua che scende dalla sorgente -.

Inoltre nelle due barcacce erano collocati, appunto, i piatti e la grancassa, dalla sonorità profonda, sul lato destro rispetto alla platea. Mentre in quello sinistro erano all’opera le musiciste di arpa e celesta, con la sensazione, a volte, di sentire il suono che ti arriva quasi alle spalle.

Da pochi giorni sono iniziate le cinque rappresentazioni de La clemenza di Tito di W.A.Mozart - dramma serio per musica in due atti KV 621 - , che si concluderanno domenica 30 novembre.

L’opera va in scena in un nuovo allestimento con la regia di Paul Curran – che interpreta per la prima volta questo titolo mozartiano – con le scene e i costumi di Gary McCann e il light design di Fabio Barettin. Sul podio l’ Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice, diretti con autorevolezza da Ivor Bolton, che conduce un cast composto da Daniel Behle nel ruolo di Tito Vespasiano; Anastasia Bartoli in quello di Vitellia; Cecilia Molinari al debutto nel ruolo di Sesto; Nicolò Balducci, al debutto nel ruolo di Annio; Francesca Aspromonte, anch’essa per la prima volta in carriera interprete di Servilia; e Domenico Apollonio nel ruolo di Publio. Maestro del Coro Alfonso Caiani.

Rappresentato per la prima volta al Teatro Nazionale di Praga il 6 settembre 1791, questo titolo segna il ritorno di Mozart all’opera seria, dieci anni dopo l’Idomeneo. Nacque per l’incoronazione dell’imperatore Leopoldo II a re di Boemia, su richiesta dell’impresario Domenico Guardasoni, che decise di far musicare il noto testo del poeta Pietro Metastasio (Roma, 1698 – Vienna, 1792) – uno dei lavori teatrali più ammirati del secolo, lodato persino da Voltaire e musicato da un numero impressionante di compositori – affidandone la revisione e il rimaneggiamento al poeta Caterino Mazzolà. Dopo il debutto, La clemenza di Tito ha rappresentato fino al primo decennio dell’Ottocento uno dei maggiori successi, anche internazionali, di Mozart: fu trionfale l’accoglienza a Vienna, dove fu rappresentata, nel 1794, anche grazie all’intervento ‘promotrice’ di Constanze, la vedova di Mozart; inoltre, la Clemenza è stata la prima opera mozartiana messa in scena a Londra, nel 1806.

«Come nel mondo del Settecento, anche in quello di oggi la parola ‘clemenza’ dovrebbe avere molta più importanza – spiega il regista Paul Curran –. Le persone che detengono enormi poteri dovrebbero capire che la clemenza, ovvero la capacità di perdonare gli altri, insieme alla gentilezza, dovrebbero avere molto più peso e centralità. Purtroppo invece viviamo in un mondo durissimo, e lo si vede soprattutto negli ultimi mesi, o meglio nell'ultimo anno. Io abito negli Stati Uniti, dove ci troviamo in una situazione di estremismo politico, ma credo che sia così dovunque. Invece di picchiare, escludere, far morire la gente, si dovrebbe comprendere che tutti possono sbagliare e fare del male, ma che bisogna anche avere la capacità di perdonare e andare avanti. Quindi questa parola dovrebbe assolutamente ritornare viva e attuale nel vocabolario di oggi».

«Per il pubblico di oggi La clemenza di Tito è assolutamente accattivante – spiega il direttore d’orchestra Ivor Bolton –. Ritrae alcune delle emozioni umane più basilari come la vendetta e l’amore, in molte diverse sfaccettature: c’è il desiderio ardente di Sesto per Vitellia, il desiderio altrettanto intenso di Vitellia per il potere, e la relazione che intrecciano Annio e Servilia. Tutte queste relazioni fanno da sfondo a un dramma molto umano ma anche molto politico. La ricerca del bene è probabilmente una delle cose che meno ci aspettiamo di trovare oggi quando guardiamo al nostro mondo politico, ma quest’opera può essere da esempio per confutare quel punto di vista. Penso che uno dei pregi dell’opera sia anche quello di mostrare una grande leadership. Infine spero che la nostra produzione catturi ed emozioni gli spettatori della Fenice e che il pubblico possa apprezzare il modo in cui abbiamo scelto di ridare vita a questo famoso dramma mozartiano».

Lo spettacolo va in scena con sopratitoli in italiano e in inglese.

In sintesi la trama. L’azione dell’opera si svolge a Roma, nell’80 d.C. Vitellia, figlia del deposto imperatore Vitellio, incita Sesto, innamorato di lei, ad assassinare l’imperatore Tito, colpevole di non averla scelta come imperatrice. Nonostante Sesto sia amico di Tito, egli è disposto a eseguire gli ordini di Vitellia, facendo prevalere l’amore sull’amicizia. Tito viene pugnalato ma non muore.

Nella grande sala delle udienze, il popolo rende grazie agli dei per aver conservato la vita di Tito.

Nella scena finale Sesto è condotto davanti a Tito che ha già deciso di risparmiarlo. A questo punto entra Vitellia e, gettandosi ai piedi di Tito, confessa la parte che ha avuto nel delitto. Stupito per il numero delle persone che sembra abbiano voluto tradirlo, il magnanimo imperatore tuttavia rifiuta di trovar conforto nella crudeltà. Perdona tutti e tutti lodano la clemenza di Tito.

Per la cronaca, alla fine della prima il pubblico ha applaudito ininterrottamente per sette minuti.

Last but not least, Ivor Bolton inaugura anche la Stagione Sinfonica 2025-2026 della Fondazione Teatro La Fenice. Nei due concerti in programma venerdì 28 novembre 2025 alle ore 20 e sabato 29 novembre 2025 alle ore 17.00 , il maestro britannico, tra i più acclamati direttori d’orchestra del momento, guiderà Orchestra e Coro del Teatro La Fenice nell’esecuzione di un programma interamente dedicato a Johannes Brahms, articolato in tre momenti.

Apriranno la serata le Variazioni su un tema di Joseph Haydn op. 56a ; seguirà Das Schicksalslied, la ‘Canzone del destino’, in mi bemolle maggiore per coro e orchestra op. 54 ; infine, dopo l’intervallo, si ascolterà la Terza Sinfonia in fa maggiore per orchestra op. 90.

La prima di venerdì 28 novembre sarà trasmessa in diretta radiofonica da Rai Radio3.

Il concerto di venerdì 28 novembre 2025 sarà preceduto, come da felice consuetudine, da un incontro a ingresso libero con il musicologo Roberto Mori, che dalle 19.20 alle ore 19.40 illustrerà il programma musicale della serata nelle Sale Apollinee del Teatro La Fenice.

 




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