Dal Sessantotto al 2026, allora si conquistavano diritti, oggi si cerca di non perderli

Nel 1968 gli studenti occupavano le università, gli operai fermavano le fabbriche e una generazione intera metteva in discussione un modello di società fondato sull'autorità, sulle gerarchie e su profonde disuguaglianze. Non chiedevano soltanto salari migliori o un'università più accessibile. Contestavano un sistema nel quale il potere decisionale apparteneva a pochi e la maggioranza doveva adattarsi. Cinquantotto anni dopo, le piazze italiane tornano a riempirsi di studenti, lavoratori, agricoltori e cittadini che denunciano condizioni economiche e sociali sempre più difficili. Le ragioni sono diverse, il contesto storico è profondamente cambiato, ma una domanda attraversa entrambe le epoche: quanto conta realmente la voce di chi lavora, studia e sostiene il funzionamento quotidiano del Paese?
La differenza fondamentale è che nel Sessantotto si chiedeva di costruire un sistema di diritti ancora incompleto. Oggi, invece, molte proteste nascono dalla percezione che conquiste considerate definitive non siano più sufficienti a garantire una vita dignitosa.
Il Sessantotto e la rivoluzione che entrò nelle fabbriche
Il Sessantotto italiano non fu un episodio isolato, né una semplice imitazione delle proteste studentesche francesi. Le sue radici affondavano nelle trasformazioni economiche del dopoguerra, nell'industrializzazione accelerata, nelle migrazioni interne e nella crescita di una generazione che non riconosceva più come immutabili le strutture sociali ereditate dai propri genitori.
Le università erano attraversate da una contestazione che riguardava l'accesso all'istruzione, l'autoritarismo accademico e il rapporto tra formazione e classi sociali. Nelle fabbriche, contemporaneamente, cresceva il malcontento per i ritmi produttivi, le condizioni di sicurezza, le differenze salariali e il potere pressoché assoluto esercitato dalle direzioni aziendali.
L'incontro fra movimento studentesco e movimento operaio rappresentò uno degli elementi più significativi di quella stagione. Due mondi apparentemente distinti riconobbero una questione comune: la necessità di riequilibrare i rapporti di potere.
Nel 1969 arrivò l'Autunno caldo. Scioperi, assemblee, manifestazioni e trattative sindacali investirono le grandi industrie italiane. Il conflitto sociale divenne un elemento centrale della vita politica nazionale e contribuì ad accelerare un processo di riforme già avviato negli anni precedenti.
Il risultato più emblematico arrivò il 20 maggio 1970, con l'approvazione della legge n. 300, lo Statuto dei lavoratori.
Non fu una concessione improvvisa della politica. Fu il risultato di un percorso che aveva coinvolto sindacati, giuristi e istituzioni, a partire dalle proposte di Giuseppe Di Vittorio, passando per l'iniziativa del ministro Giacomo Brodolini e il lavoro della commissione presieduta da Gino Giugni, fino all'approvazione parlamentare.
Lo Statuto riconobbe e rafforzò la libertà di opinione nei luoghi di lavoro, la tutela della dignità dei dipendenti, i diritti sindacali, il diritto di assemblea e gli strumenti di contrasto alle condotte antisindacali. L'articolo 18, nella sua formulazione originaria, divenne il simbolo della protezione contro determinati licenziamenti illegittimi.
Si disse allora che la Costituzione era finalmente entrata nelle fabbriche. Era una definizione efficace: principi proclamati nel 1948 trovavano strumenti concreti di applicazione nel rapporto quotidiano fra lavoratore e impresa.
Quella stagione dimostrò che la protesta sociale, quando riesce a trasformarsi in rappresentanza, negoziazione e proposta legislativa, può produrre cambiamenti destinati a durare per generazioni.
Il 2026: tante proteste, ma una società frammentata
L'Italia del 2026 presenta uno scenario molto diverso. Le grandi fabbriche non costituiscono più l'unico centro della mobilitazione sociale. Il lavoro è distribuito fra industrie, servizi, logistica, sanità, piattaforme digitali e una moltitudine di piccole imprese. Le forme contrattuali si sono moltiplicate e la rappresentanza collettiva incontra difficoltà nel raggiungere lavoratori che spesso non condividono nemmeno lo stesso luogo di lavoro.
Le proteste di queste settimane raccontano questa frammentazione. Gli studenti universitari hanno nuovamente piantato le tende davanti agli atenei e a Montecitorio per denunciare il costo degli affitti e le difficoltà di accesso allo studio. Gli autotrasportatori contestano il peso del carburante, gli agricoltori denunciano problemi di redditività, mentre i lavoratori dell'ex Ilva chiedono garanzie sul futuro degli stabilimenti. Anche il mondo della scuola e altri comparti pubblici e privati sono attraversati da mobilitazioni e scioperi.
Non esiste un'unica piattaforma rivendicativa. Ogni categoria difende interessi specifici, spesso legati alla sopravvivenza economica della propria attività o alla stabilità del proprio impiego.
Eppure, osservando queste manifestazioni nel loro insieme, emerge una questione trasversale: la crescente difficoltà di trasformare il lavoro e lo studio in sicurezza economica e prospettive di vita.
I dati aiutano a comprendere il fenomeno. Secondo l'Istat, fra i giovani di 15-34 anni che sono entrati nell'occupazione tra il 2024 e il 2025, il 67,7% ha iniziato con un rapporto a termine. Nello stesso periodo, soltanto il 13,6% dei dipendenti a tempo determinato dell'anno precedente è passato a un contratto a tempo indeterminato.
Sono numeri che non descrivono l'intero mercato del lavoro, ma mostrano quanto possa essere difficile, soprattutto all'inizio della carriera, costruire una prospettiva stabile.
Il paradosso è evidente: una società tecnologicamente più avanzata, con livelli di istruzione superiori rispetto agli anni Sessanta e strumenti produttivi incomparabilmente più efficienti, non riesce necessariamente a tradurre questi progressi in una maggiore tranquillità economica per tutti.
Quando il lavoro non garantisce più il futuro
Negli anni Sessanta la grande fabbrica rappresentava spesso un ambiente difficile, ma anche un luogo nel quale costruire una continuità professionale. Il lavoro stabile permetteva a molte famiglie di programmare l'acquisto di una casa, crescere figli e immaginare un miglioramento delle condizioni sociali.
Oggi quella prospettiva non può più essere considerata automatica. Non perché ogni rapporto di lavoro sia precario o perché ogni giovane sia destinato all'instabilità, ma perché il legame fra occupazione, reddito e sicurezza economica si è indebolito per una parte significativa della popolazione.
L'OCSE, nel rapporto economico sull'Italia del 2026, evidenzia le difficoltà dei giovani lavoratori, la debolezza dei salari reali e il rischio che condizioni occupazionali poco attraenti favoriscano dipendenza economica dalle famiglie ed emigrazione.
È qui che il confronto con il Sessantotto assume un significato più profondo.
Allora si contestava il potere esercitato dentro il luogo di lavoro. Oggi il problema riguarda anche ciò che accade fuori: l'affitto da pagare, il mutuo difficile da ottenere, il costo dell'istruzione, la possibilità di formare una famiglia e l'incertezza sulla pensione futura.
Il lavoratore del 1970 chiedeva maggiori diritti all'interno di un rapporto occupazionale relativamente riconoscibile. Quello del 2026 può trovarsi a dover chiedere, prima ancora, che il proprio lavoro sia sufficiente a garantirgli un'esistenza autonoma.
È una trasformazione sostanziale della questione sociale.
Perché oggi manca un nuovo Autunno caldo?
Il Sessantotto e il 1969 ebbero una caratteristica decisiva: riuscirono, pur fra divisioni e contraddizioni, a collegare rivendicazioni diverse in un movimento capace di esercitare una pressione continuativa sulle istituzioni e sulle imprese.
Oggi la protesta appare più dispersa. Le manifestazioni possono raggiungere rapidamente una grande visibilità attraverso i social network, ma questa capacità di comunicazione non coincide necessariamente con la costruzione di un'organizzazione duratura.
Una protesta può diventare virale in poche ore e scomparire dal dibattito pubblico altrettanto rapidamente. L'attenzione mediatica si concentra talvolta sugli scontri, sui disagi alla circolazione o sulle polemiche politiche, lasciando sullo sfondo le questioni economiche e sociali che hanno portato le persone in piazza.
Esiste inoltre un problema di rappresentanza. I sindacati continuano a svolgere un ruolo importante, ma devono confrontarsi con una struttura produttiva molto più articolata, con lavoratori autonomi economicamente dipendenti, occupazioni discontinue e nuove professioni che non sempre si riconoscono negli strumenti tradizionali di tutela.
Non bisogna però idealizzare il passato. Il Sessantotto fu anche una stagione di conflitti aspri, divisioni ideologiche e tensioni che non possono essere cancellate dalla memoria collettiva. Né tutte le sue aspirazioni trovarono realizzazione.
La lezione storica non consiste nel riprodurre quelle forme di lotta, ma nel comprendere come una mobilitazione possa trasformare rivendicazioni particolari in riforme generali.
Quale Statuto potrebbe nascere dalle proteste di oggi?
È questa la domanda che dovrebbe interessare maggiormente la politica.
Se lo Statuto del 1970 rispose alla necessità di tutelare la libertà e la dignità dei lavoratori dentro le fabbriche, una nuova stagione di riforme potrebbe affrontare la tutela della persona in un mercato del lavoro profondamente trasformato.
Si potrebbe immaginare uno Statuto capace di garantire continuità dei diritti anche quando cambiano datore di lavoro, contratto o settore professionale. Una disciplina che affronti con maggiore efficacia il lavoro povero, rafforzi la sicurezza, protegga chi opera attraverso piattaforme digitali e stabilisca garanzie trasparenti nell'utilizzo degli algoritmi e dell'intelligenza artificiale per organizzare, valutare o controllare l'attività lavorativa.
Ma il problema non si esaurisce nei rapporti di lavoro.
Le proteste degli universitari sul costo degli alloggi pongono una questione altrettanto importante: il diritto allo studio può dirsi effettivo quando la possibilità di frequentare un'università dipende in misura determinante dalla disponibilità economica della famiglia?
E ancora: quale significato assume il diritto al lavoro se una retribuzione non permette di sostenere le spese fondamentali della vita quotidiana?
Non si tratta necessariamente di scrivere un'unica nuova legge. Alcune tutele esistono già, altre sono oggetto di discipline nazionali ed europee, mentre ulteriori interventi richiederebbero risorse pubbliche, accordi collettivi e scelte legislative complesse.
Un possibile risultato delle mobilitazioni contemporanee potrebbe essere dunque un nuovo patto sociale, capace di collegare dignità del lavoro, accesso all'istruzione, sicurezza abitativa e protezione dalle nuove forme di vulnerabilità economica.
Sarebbe una risposta diversa da quella del 1970, perché diversa è la società alla quale dovrebbe rivolgersi.
La politica e la capacità di ascoltare
Il confronto fra le due epoche pone infine una questione democratica.
Una manifestazione non produce automaticamente una proposta giusta, così come una decisione parlamentare non diventa necessariamente adeguata soltanto perché adottata secondo le procedure previste. La democrazia rappresentativa vive anche del confronto continuo fra istituzioni, corpi intermedi e società civile.
Nel 1970 quel confronto contribuì a produrre una legge destinata a modificare profondamente i rapporti di lavoro. Oggi le istituzioni sono chiamate a confrontarsi con domande sociali che attraversano categorie differenti e che non possono essere risolte tutte con gli stessi strumenti.
Il diritto di manifestare pacificamente, il diritto di sciopero e la libertà di espressione sono parti essenziali di questo processo. La gestione dell'ordine pubblico e la tutela dei diritti degli altri cittadini rimangono responsabilità dello Stato, ma non dovrebbero esaurire la discussione sulle ragioni delle proteste.
Una società democratica deve poter distinguere il giudizio sui comportamenti tenuti durante una manifestazione dalla valutazione delle rivendicazioni che l'hanno originata.
Quando questa distinzione viene meno, il dibattito rischia di ridursi alla contrapposizione fra ordine e disordine, senza affrontare i problemi che continuano a produrre malcontento.
Dal diritto di lavorare al diritto di vivere del proprio lavoro
Cinquantotto anni separano il Sessantotto dalle manifestazioni del 2026. Nel frattempo sono cambiati i partiti, le imprese, i sindacati, le università, le tecnologie e perfino il significato sociale della parola lavoro.
Non è cambiata, invece, la necessità di trovare un equilibrio fra libertà economica, diritti individuali e responsabilità collettive.
Lo Statuto dei lavoratori non nacque perché qualcuno aveva previsto con esattezza il futuro. Nacque perché un insieme di conflitti sociali, elaborazioni giuridiche e decisioni politiche riuscì a trasformarsi in una risposta legislativa.
Oggi non sappiamo se dalle proteste contemporanee nascerà una riforma di portata paragonabile. Le condizioni politiche, economiche e organizzative sono differenti e nessun risultato può essere considerato inevitabile.
Ma la domanda rimane aperta.
Nel 1970 si affermò con forza il principio che un lavoratore non dovesse rinunciare alla propria dignità entrando in fabbrica. Nel 2026 il problema potrebbe essere ancora più ampio: come garantire che quella dignità non venga compromessa dall'incertezza economica anche quando il lavoro esiste?
Forse il prossimo grande passaggio sociale non sarà soltanto riconoscere nuovi diritti, ma rendere concretamente esercitabili quelli che la Repubblica già proclama.
Perché la vera eredità del Sessantotto non è l'idea che ogni protesta debba necessariamente cambiare la storia. È la consapevolezza che i diritti, per diventare realtà, hanno bisogno di una società capace di rivendicarli e di istituzioni capaci di tradurli in garanzie concrete.
