mercoledì 17 marzo - UAAR - A ragion veduta

Da Sanremo a Charlie Hebdo, alla scoperta dei veri snowflake: gli integralisti religiosi

Il Festival di Sanremo è finito sotto anatema per “blasfemia”. Bazzecole rispetto alla divergenza espressa dal segretario Uaar Roberto Grendene sul segno della croce con cui Amadeus ha iniziato la kermesse sulla tv pubblica.

 E dire che qualcuno aveva parlato pure di “fiocco di neve”, alludendo al vezzo di certi progressisti di sentirsi feriti per questioni di poco conto. Peccato che a rubare presto la scena è stata l’ondata di reazioni isteriche di politici, media ed esponenti religiosi (cristiani) contro la presunta deriva antireligiosa e “gender” del festival canoro più famoso d’Italia. Un copione che se da noi somiglia alla farsa, altrove diventa tragedia.

A scatenare la crociata di Sanremo una manciata di esibizioni. Quelle di Achille Lauro, giovane cantante che gioca con look androgino, fluidità sessuale e testi misticheggianti tra sacro e profano. Anche i Maneskin, vincitori di quest’anno con Zitti e buoni, hanno scandalizzato i perbenisti per l’attitudine rock e un nude look sul palco. Pose ormai ben note in decenni di musica glam. Sebbene Achille Lauro (che cercherebbe dio) e Maneskin (il cui frontman è lodato su Avvenire dall’ex prof di religione) non siano affatto pericolosi mangiapreti, queste trovate sembrano dirompenti per il pubblico generalista italiano. E parecchio indigeste per i moralisti che hanno lanciato l’allarme blasfemia.

Il vescovo di Ventimiglia-Sanremo Antonio Suetta è scandalizzato per le “manifestazioni blasfeme” che meritano “giusta riparazione” perché “perpetrate mediante un servizio pubblico e nel sacro tempo di Quaresima”. Un parroco di Camposampiero organizza preghiere riparatrici per le blasfemie sanremesi dei “persecutori dei cristiani”. Scende in campo l’Associazione internazionale degli esorcisti per dare manforte a Suetta: “sul palco dell’Ariston si è raggiunto un livello di dissacrazione, di blasfemia e di vilipendio della fede cattolica davvero inaccettabile”. L’onda pretesca arriva anche in tv, che dà spazio e legittima l’indignazione confessionale. Su Rai1 (a proposito di attitudine pro-cattolica delle reti pubbliche) Storie Italiane ospita lo sfogo di un esorcista anti-sette (sic!), don Aldo Bonaiuto.

I politici ultrà clericali non sono da meno. Mario Adinolfi del Popolo della Famiglia chiede al presidente del Consiglio Mario Draghi di rimuovere i vertici Rai per un festival ideologico, “prono a ben determinate lobby” (l’allusione è alle persone lgbt). Tasto su cui batte come d’abitudine il senatore leghista Simone Pillon, etichettando la kermesse come un “ossessivo gay pride”, “megafono per le follie Gender”, “invaso da baci omosex” e personaggi che “bestemmiano la religione cristiana”. Il grido di dolore della Chiesa e delle lobby integraliste arriva persino in Parlamento: i senatori di Forza Italia Paola Binetti e Maurizio Gasparri, famigerati clericali, presentano un’interrogazione al governo Draghi per la “discriminazione” che avrebbero subito i cattolici e il “vilipendio alla religione” durante il Festival di Sanremo.

Alla luce di tutto questo (e di molto altro) i più puri e veri “snowflake”, a voler essere pignoli, sembrano piuttosto i fondamentalisti religiosi e in subordine i loro compagni di strada proni al confessionalismo. Lo sono sempre stati, hanno da sempre ventilato censure, repressione e limitazioni della libertà di espressione e artistica, scatenato campagne di odio, complottismo e delegittimazione perché sentivano offesa la propria sensibilità, spesso con l’aiuto del “braccio secolare”. Casomai è preoccupante che certi ambienti liberal e progressisti tendano pericolosamente ad assumere pose altrettanto intransigenti, quando scatenano shitstorm o invocano boicottaggi stile cancel culture verso ciò che è sgradito o controverso.

La psicologia sociale rileva una differenza nell’approccio etico tra credenti e non, cosa che può contribuire a spiegare la spiccata permalosità dei primi quando si toccano i “santi”. Con la teoria dei fondamenti morali (Moral foundations theory) elaborata tra gli altri da Jonathan Haidt, si nota che credenti e atei sono simili per attenzione agli altri (specie se deboli) e senso di giustizia, ma i religiosi (come i conservatori, categorie che spesso coincidono) sono più proni alla lealtà verso un gruppo, al conformismo verso l’autorità e più ossessionati dall’idea di “santità” – intesa come purezza e senso di disgusto, ad esempio su sesso, cibi o certe azioni. Il fondamentalista-tipo quindi è portato a identificarsi in maniera totalizzante nel suo gruppo religioso, a creare un rapporto di affetto e dipendenza verso figure sacre (persino quelle immaginarie), a inchinarsi all’autorità se quell’autorità – come nei paesi confessionalisti – promuove la religione e discrimina chi la critica, a sentirsi in profondo disagio – persino fisico – quando sente o vede cose che possono turbare questo suo immaginario emotivo. Chiaramente questo può prescindere dalla religione, che rappresenta però “in negativo” l’ideale cui tende questa dinamica. Non a caso nel linguaggio comune – di certo non per un complotto degli atei – si sono affermati termini religiosi per le degenerazioni ideologiche, di un gruppo, di un partito (si vedano ad esempio “setta”, “dogma”, “chiesa”, “dottrina”, “eresia”, “inquisizione”).

È sufficiente sfogliare la cronaca, anche quella recente, per rendersi conto di come qualsiasi presunta offesa al sentimento religioso scateni feroci polemiche, intolleranza, fino alle minacce e alle aggressioni. Fino a che qualcuno, di solito un estremista o malavitoso di professione o un dropout da cui è facile prendere le distanze ma il cui odio è maturato nel clima violento fomentato dagli integralisti, non decide di farsi “giustizia” da solo. O fino a quando le autorità non provvedono a punire sonoramente chi è accusato di turbare l’ordine sociale, specie nei paesi a maggioranza musulmana. Talvolta lavorano in tandem. A farne le spese soprattutto apostati, non credenti o laici. Ancora oggi in otto paesi (islamici) la blasfemia viene punita con la pena di morte. La campagna End Blasphemy Laws snocciola spesso casi del genere e la situazione mondiale viene impietosamente illustrata dall’annuale Freedom of Thought Report curato da Humanists International, di cui l’Uaar fa parte. Un caso emblematico è stato quello di Charlie Hebdo. Per delle vignette considerate “blasfeme” verso Maometto l’Internazionale fondamentalista islamica si è scatenata, finché la redazione non è stata massacrata.

Gli islamisti non sono gli unici, sebbene in questo periodo siano più rumorosi. Persino gruppi fondamentalisti di “mansueti” buddhisti, in paesi come Myanmar o Sri Lanka, si accaniscono in particolare verso i musulmani per difendere l’onore di Siddhartha. In India gli indù nazionalisti se la prendono con cristiani e i musulmani, con tanto di squadracce di vigilantes per difendere le vacche “sacre”. Persino oggi in una democrazia come gli Usa frange di fondamentalisti cristiani arrivano a fomentare complottismo stile QAnon e violenze, culminati nell’assalto a Capitol Hill.

Se nei paesi musulmani la situazione è drammatica, in quelli dove ancora resiste il predominio cristiano ma le chiese hanno perso il controllo diretto delle istituzioni i toni si sono ammorbiditi. Come d’altronde consuetudine della forma mentis cristiana, gli integralisti nostrani tendono a insistere sul vittimismo, dipingendosi come aggrediti e soverchiati da forze oscure e demoniache che godrebbero nel farli soffrire. O ad equiparare persecuzioni concrete e dolorose, come quelle subite in diversi paesi e momenti storici, con il mancato ossequio a loro pretese discriminatorie contro i diritti altrui. Non manca talvolta tra le righe quel risentimento passivo-aggressivo che rimpiange i “bei tempi” andati (magari quelli in cui predominavano potere temporale della Chiesa e inquisizione) e quasi invidia il piglio di altre culture verso i dissidenti religiosi. Quando invece in Italia viviamo immersi in un confessionalismo sistemico, incardinato in Costituzione, e pure i media sono praticamente egemonizzati dal perbenismo cristiano (specie la tv pubblica). Da un punto di vista laico è assurdo che tuttora in molti paesi occidentali la tradizionale “blasfemia” sia in qualche misura sanzionata – o che, per tutelare la minoranze religiose, venga rispolverato il concetto (si veda la questione dell’islamofobia). In Italia abbiamo ancora un retaggio fascista e confessionalista sul vilipendio (che ha rappresentato un frequente ostacolo alla libertà artistica con un susseguirsi di processi) e sulla bestemmia (quella rivolta alla suprema divinità – cristiana – è punita pure oggi con una multa).

Purtroppo conosciamo bene la deriva cui conduce l’atteggiamento iper-protettivo nei confronti della sensibilità dei “fiocchi di neve” fondamentalisti. Assecondarli per punire i blasfemi, invece di stemperare il clima e rasserenare la società, non fa altro che alimentarne le pretese. Porta dritti al confessionalismo che opprime i non allineati e impone il conformismo del pensiero.

Valentino Salvatore

 




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