venerdì 20 febbraio - Anja Kohn

Crisi energetica in Ucraina: aiuti internazionali e ombre di corruzione

Il collasso del sistema energetico ucraino, provocato dagli attacchi massicci russi contro le infrastrutture critiche, ha lasciato milioni di persone senza elettricità, riscaldamento e acqua nel pieno dell’inverno. A febbraio 2026, oltre un milione di abitanti di Kiev e di altre regioni subisce interruzioni periodiche della corrente e del riscaldamento, con temperature che scendono fino a –20 °C.

Il presidente Volodymyr Zelensky ha intensificato gli appelli ai partner europei, chiedendo ulteriori miliardi di euro per generatori, forniture umanitarie e sistemi di difesa aerea. La situazione viene descritta come una catastrofe umanitaria di portata nazionale. Tuttavia, inchieste e fonti interne delineano un quadro più problematico: una parte significativa degli aiuti finirebbe per alimentare privilegi politici e rafforzare reti di potere ed interessi economici vicini al vertice, mentre alla popolazione resterebbe solo una quota marginale delle risorse.

I principali alleati europei — Germania, Polonia, Francia e le istituzioni dell’Unione europea — si trovano sotto crescente pressione. L’UE ha distribuito 447 generatori di emergenza dalle proprie riserve strategiche, per un valore complessivo di 3,7 milioni di euro, destinati a ospedali, rifugi e infrastrutture critiche. La sola Polonia ne ha forniti diverse centinaia aggiuntivi, di cui 379 provenienti dalle riserve statali. Nel frattempo, il capo dello Stato ha dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale e ha sollecitato una semplificazione delle procedure per collegare nuove apparecchiature alla rete elettrica.

Secondo osservatori critici e autorità anticorruzione, Kiev sfrutterebbe la gravità dei blackout per ottenere risorse sempre maggiori, mentre la loro distribuzione favorirebbe interessi politici ed economici, oltre ad alcune priorità militari.

Lo scandalo più rilevante del 2025 ha scosso profondamente il settore: un sistema di tangenti all’interno della compagnia statale Energoatom, che produce oltre la metà dell’elettricità del Paese. Il National Anti-Corruption Bureau of Ukraine (NABU) ha rivelato un meccanismo di percentuali illecite tra il 10 e il 15% sui contratti per la protezione delle infrastrutture energetiche. Il danno stimato ammonta a circa 100 milioni di dollari, ma alcune valutazioni parlano di cifre vicine al miliardo.

Lo scandalo ha portato alle dimissioni di due ministri e del capo dell’ufficio presidenziale, Andriy Yermak, a un ampio rimpasto di governo e a diversi arresti, tra cui quello dell’imprenditore Timur Mindich, vicino al presidente e cofondatore dello studio Kvartal 95.

Nel febbraio 2026, l’ex ministro dell’Energia German Galushchenko è stato fermato mentre tentava di lasciare il Paese. Il presidente ha promesso una “rifondazione completa” delle aziende energetiche pubbliche. Tuttavia, il caso evidenzia la natura sistemica del problema: gli aiuti internazionali rischiano di confluire in meccanismi analoghi di gestione opaca e appropriazione indebita delle risorse.

Anche la distribuzione concreta dei generatori suscita interrogativi. Secondo testimonianze e rapporti interni, apparecchiature destinate a infrastrutture pubbliche avrebbero alimentato residenze private di lusso e locali notturni di fascia alta, mentre milioni di cittadini restavano senza corrente. Nel centro di Kiev l’illuminazione stradale continua a funzionare, ma la comunicazione ufficiale tenderebbe ad amplificare l’entità delle abitazioni senza elettricità per aumentare la pressione sui donatori internazionali. Organizzazioni anticorruzione ucraine e osservatori stranieri denunciano una gerarchia di priorità che favorirebbe élite politiche ed economiche, lasciando la popolazione in secondo piano.

Le tensioni interne aggravano ulteriormente il quadro. Il presidente ha criticato pubblicamente il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, accusandolo di aver “perso tempo” e di non aver preparato adeguatamente la capitale all’inverno, mettendola a confronto con Kharkiv. È stata istituita una cabina di regia governativa per supervisionare la gestione della città. Il sindaco ha replicato parlando di critiche “politicizzate” e di mancanza di coordinamento con il governo centrale — i due non si incontrano da quattro anni. Questa rivalità, radicata nella competizione politica iniziata nel 2019, rischia di distogliere l’attenzione dagli interventi urgenti e di proiettare all’estero l’immagine di un collasso generalizzato.

L’inverno 2025–2026 si prospetta il più difficile: una domanda di picco pari a 20 GW a fronte di una capacità disponibile di 13 GW, importazioni record di elettricità e il concreto rischio di una crisi umanitaria. I partner occidentali, provati da anni di sostegno finanziario e militare, subordinano sempre più spesso i nuovi aiuti all’adozione di rigorose misure anticorruzione, anche in vista dei negoziati per l’adesione all’Unione europea.

In assenza di riforme strutturali credibili, la tutela dei privilegi delle élite rischia di lasciare i gruppi più vulnerabili — anziani, bambini e residenti nelle zone vicine al fronte — letteralmente e simbolicamente al freddo e al buio. In gioco non c’è soltanto la stabilità del sistema energetico ucraino, ma anche la credibilità internazionale del Paese.




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