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Coronavirus: i guariti sono davvero guariti?

Nelle statistiche della Protezione Civile i negativizzati finiscono nel calderone dei “dimessi/guariti”. Tuttavia molti di essi sono ancora in ospedale.

La Protezione Civile fornisce quotidianamente i dati sui nuovi contagiati da COVID-19, sui deceduti e sui guariti. Analizzando però i dati, è possibile che con “guariti” non si intenda davvero chi si è totalmente ristabilito dalla malattia, e che negli ospedali i pazienti siano più di quanti si possa attualmente credere. Le regioni, quando comunicano i dati alla Protezione Civile, devono infatti dividere le persone attualmente positive in tre categorie: quelle ricoverate in terapia intensiva, quelle ricoverate negli altri reparti ospedalieri e quelle che infine si trovano in isolamento nella propria abitazione. Ma questi dati riguardano, per l’appunto, solo coloro che sono ancora positivi al tampone: il soggetto che risulta invece negativo al doppio tampone viene inserito tra i guariti, anche qualora risulti ancora ricoverato in ospedale per conseguenze derivanti dal Covid-19. Secondo quanto riporta Open, la decisione di escludere le persone negativizzate dal computo dei ricoverati sarebbe stata presa dal Ministero della Salute.

La Regione Veneto, fino all’8 maggio, ha inserito nei dati giornalieri di ricoverati e terapie intensive tutti coloro che erano negli ospedali per motivi legati al coronavirus, anche quelli che pur essendosi negativizzati risultavano ancora ricoverati. Successivamente, su richiesta dell’Istituto Superiore di Sanità, i negativizzati sono stati tolti dai conteggi, provocando di colpo un crollo delle persone ospedalizzate. Guardando ai dati della Protezione Civile di quel giorno (9 maggio) si osserva infatti un calo delle persone ospedalizzate in Veneto di 435 unità, un aumento delle persone in isolamento domiciliare di 125, un aumento dei decessi di 16 e una crescita delle persone guarite o dimesse di 347.

Osservando però il bollettino regionale si nota che proprio il 9 maggio il Veneto ha inserito una nuova categoria, quella dei “ricoverati negativizzati” (il giorno precedente non c’era) con 309 persone in area non critica e 38 persone in terapia intensiva. La somma delle due categorie dà 347 persone, pari esattamente all’aumento dei guariti e dei dimessi.

Il 9 maggio, in conferenza stampa, il governatore del Veneto Luca Zaia affermò che questo cambiamento delle linee guida aveva portato a presentare un bollettino che era “dimezzato” rispetto al giorno prima. Durante l’incontro con i giornalisti presentò però ancora i dati secondo il vecchio conteggio, spiegando che quelli diffusi dalla Protezione Civile la sera sarebbero stati diversi.

I dati diffusi da Azienda Zero, che è l’ente che coordina la sanità veneta, includono anche “i casi non più positivi al tampone”, con cui si intendono appunto i “soggetti non più positivi al tampone [che] possono ancora necessitare di cure in ambito ospedaliero”. Questi dati mostrano che al 16 giugno le persone ricoverate erano ancora 268, di cui 13 in terapia intensiva. I dati della Protezione Civile davano invece 1 persona in terapia intensiva e altre 36 ricoverate in reparti ordinari. Gli ospedalizzati erano quindi 37 secondo la Protezione Civile, contro i 281 della regione.

Per permettere di comprendere meglio la situazione, sarebbe necessario un chiarimento rispetto all’ammontare dei soggetti negativizzati ancora in ospedale. In caso contrario il rischio è quello di una sottovalutazione importante della situazione generale e dei tassi di occupazione delle strutture sanitarie, uno degli indicatori usati dal Ministero della Salute per la sorveglianza integrata. In Veneto, le persone ospedalizzate sono infatti sette volte di più di quante ne annoveri la Protezione Civile. Una possibile soluzione sarebbe quella di aggiungere la categoria dei negativizzati, all’interno della quale poi prevedere di chiarire nel concreto dove essi si trovino e in quali condizioni. Risulta infatti ambiguo poter considerare un paziente davvero guarito qualora questo sia ancora ricoverato in ospedale: questa metodologia potrebbe minare una corretta valutazione della reale portata dell’emergenza.

 

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