martedì 19 gennaio - Pressenza - International Press Agency

Coronavirus | Vaccino brasiliano

Mônica, 54 anni, infermiera. È stata scelta per aver partecipato allo studio sull’efficacia, per lavorare fin dall’inizio nel reparto specializzato, per appartenere al gruppo di rischio. 

Sao Paulo Paolo D'Aprile

Racconta che ogni giorno, come se il pericolo inerente alla sua professione non fosse sufficiente, al lavoro ci arriva dopo un lungo viaggio con due autobus e la metropolitana. Dalla sua residenza nel quartiere di Itaquera, all’ospedale Emílio Ribas, trenta chilometri in linea d’aria, o forse più. Mônica racconta. Parla con orgoglio delle mansioni svolte, del dolore degli altri che diventa il suo dolore, parla di umiltà, dedicazione, sofferenza. Ma anche dell’orgoglio di appartenere a una delle equipe di punta nella lotta contro il Covid, di come è fiera per aver fatto parte dello studio effettuato dall’Istituto Butantã. E finalmente dice a tutto il paese di non avere paura, il vaccino è sicuro. Il vaccino è sicuro!
 
Da mesi è in corso una vera battaglia tra il governo dello stato di São Paulo e Bolsonaro che, attraverso parole opere e omissioni ha fatto di tutto per ostacolare e “boicottare ogni tentativo di combattere la pandemia” come dice la relazione di Human Right Watch. Rileggiamo qualche frase: “il vaccino è pericoloso”, ” io non farò da cavia”, “l’unico vero vaccino che esiste è il virus stesso, perché una volta contratto obbliga il corpo a produrre gli anticorpi necessari, ciò premesso, dico chiaramente che non mi vaccinerò”, “che la vita torni al normale al più presto possibile e muoia chi deve morire”.
 
Il governo dello stato di São Paolo, in barba al ministero della salute, firma un accordo con il laboratorio cinese Sinovac per importare la materia prima. Apriti cielo: “Il vaccino cinese non passerà, sono loro, i cinesi, i responsabili della pandemia, non permetterò che facciano esperimenti sulla la popolazione”, dice il presidente. Ma l’Istituto Butantã, il più grande centro di ricerca e di fabbricazione di vaccini di ogni sorta, continua i suoi studi. Manca solo l’approvazione dell’Agenzia di Vigilanza Sanitaria. In questi mesi, il presidente fa di tutto per smantellare la struttura dell’Agenzia, sostituisce la direzione, cambia alcune regole di funzionamento, tenta in ogni modo di controllarne l’apparato tecnico. Nel frattempo il Brasile supera la quota di duecentomila morti e otto milioni di contagi. Il disastro di Manaus sembra scuotere la coscienza nazionale, gli ospedali al collasso, la mancanza di ossigeno, centinaia di pazienti condannati a una morte atroce, soffocati, asfissiati, e non solo i malati di Covid, ma chiunque abbia bisogno di respirare con l’ausilio di quell’ossigeno, le cui scorte venivano scarseggiando da varie settimane. Gli appelli degli ospedali non commuovevano il ministro che, presente in città durante il disastro, riuniva i medici locali per imporre l’uso di medicinali quali la clorochina e l’ivermectina – un rimedio contro vermi e parassiti – come trattamento preventivo.
 
La gente moriva senza respirare, e il governo forzava i medici a distribuire medicine inefficaci per un fantomatico trattamento precoce. Finalmente l’Agenzia di Vigilanza Sanitaria si riunisce a Brasilia per dare il parere finale sul vaccino prodotto dall’Istiuto Butantã. In diretta tv i membri analizzano i dati e esprimono il loro verdetto favorevole: sì, il vaccino Coronavac risponde a tutte le norme di sicurezza, funziona. Lo dicono chiaramente, centellinando ogni parola, esprimono il cordoglio per i morti di Manaus, affermano una volta per tutte che un trattamento precoce, o preventivo, contra il covid, non esiste. Pochi minuti dopo l’annuncio, Mônica viene vaccinata. Presenti in sala il governatore dello Stato di São Paulo e i dirigenti dell’Istituto Butantã. Dicono che hanno lavorato per mesi minacciati di morte dai negazionisti di ogni tipo, e soprattutto dalle milizie bolsonariste. Mônica, si scopre il braccio. Ecco la prima brasiliana vaccinata. Guardo dalla finestra e vedo gente sui balconi che si abbraccia, altri sventolano bandiere, altri ancora urlano improperi al presidente. C’è chi si inginocchia e ringrazia. Ora, le prime sei milioni di dosi prodotte saranno distribuite proporzionalmente in tutto il paese. Il ministro della salute, da Brasilia, definisce l’evento di São Paulo come un colpo di marketing, una botta pubblicitaria, e con il solito cinismo si accolla il merito della produzione del vaccino: ancora una vola usa la menzogna come pratica di governo. Ma adesso non importa, il Brasile è riuscito a produrre il suo vaccino. Anche il fondamentale centro di ricerca Fiocruz, a Rio de Janeiro, sta per concludere il suo lavoro con le materie prime della Pfizer. La vaccinazione in massa sarà organizzata dai singoli stati. Per ora non esiste un piano nazionale. Il ministro ha detto… poco importa. Ieri, mentre il paese partecipava commosso alla prima vaccinazione in territorio nazionale, il presidente si è ritirato nei suoi appartamenti in silenzio, neanche un messaggino su Twitter, niente. Meglio così. Sarebbe stata una ulteriore offesa alla dignità di tutti.
 
Perché adesso Mônica Calazanas, 54 anni, infermiera, è il simbolo della lotta popolare per la sopravvivenza, è la forza di milioni di uomini e donne che nonostante tutte hanno resistito, è l’immagine della solidarietà che ha spinto le comunità piu povere, le favelas, gli uomini di strada, ad organizzarsi e creare reti di appoggio e accoglienza. Mônica su due autobus e un metro sempre pieno, andata e ritorno, Mônica in pericolo, Mônica immunizzata, salva. Mônica alza il pugno, Mônica è tutti noi, Mônica è il Brasile che vogliamo, il Brasile che siamo.



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