lunedì 10 febbraio - Riccardo Cravero

Coronavirus: Li Weniang e il potere di senza potere

È morto il 6 febbraio nell'ospedale di Wuhan il medico cinese Li Wenliang. Oftalmologo di 34 anni, è stato il primo a dare l'allarme quando, nei primi giorni di dicembre, aveva registrato quelli che allora sembravano casi di SARS e che si sarebbero rivelate invece le prime avvisaglie dell'epidemia di Coronavirus. 

Un'epidemia che ha ormai causato più di cinquecento morti e che ha valicato i confini cinesi per arrivare anche in Europa. Ad oggi infatti i morti sarebbero 565, a fronte di oltre 28mila contagi. Sarebbe stato probabilmente più facile arginare la pandemia se le autorità cinesi avessero dato ascolto al giovane medico di Wuhan. Invece, la reazione è stata in linea con le politiche autoritarie del regime di Pechino: accusato di diffondere "voci false" insieme a sette colleghi, l'oftalmologo Wenliang si è trovato sotto arresto, accusato di essere un pericolo per "l'ordine sociale".

Sarà proprio per mantenere l'ordine sociale che le autorità cinesi si rifiuteranno di attuare le procedure di emergenza sanitaria, quantomeno fino a che la situazione non sarà ormai diventata troppo evidente per poterla negare. La sua storia, giunta in Occidente anche grazie ai suoi tweet e ai video in cui cercava di raccontare la grave situazione che stava vivendo, è quella di chi prende una decisione coraggiosa, una sfida alla censura statale. Già prima della sua morte, Li Wenliang era diventato un eroe per molti cinesi e soprattutto per chi dall'estero aveva potuto seguire la sua storia. La notizia della morte del medico era stata prima pubblicata da un giornale vicino al partito, poi smentita dalle autorità, che descrivevano lo stato del giovane come comatoso ma non morto. Infine, la rettifica ufficiale e la conferma del decesso. Proprio questo "rimbalzo" continuo di notizie e smentite ha attizzato ulteriormente il focolaio delle polemiche. Tale atto di estrema negazione della morte del giovane oftalmologo è stato infatti da molti letto come un tentativo del regime di privare chi si oppone all'operato del governo di un potenziale martire, punto di riferimento eroico da seguire. Chiaramente, il governo cinese non ha piacere nell'ammettere che Weniang aveva ragione, tanto che per sminuirne l'azione si fa comunque notare che la diagnosi del medico di Wuhan (che riconduceva alla Sars i casi osservati) era errata. Ma che fosse Sars o un nuovo coronavirus, poco importa, perché quella di Weniang è stato molto più di una diagnosi medica. È stato un atto di ribellione. Un atto di ribellione al regime vero e proprio, ma mosso semplicemente dal desiderio di fare il proprio lavoro secondo coscienza, anche quando esso andava contro le direttive del governo. Come ricordava spesso Vaclav Havel, dissidente politico ceco e presidente della repubblica Ceca per moltissimi anni, nessuno diventa dissidente di professione: il dissidente è semplicemente un uomo che vuole vivere la sua vita, fare il suo lavoro, e scopre che la situazione in cui vive gli impedisce di farlo. Come il birraio divenuto per il regime un nemico politico perché affermava di essere impossibilitato a fare la birra come vorrebbe per via delle imposizioni di regime (celebre esempio di Havel), anche il medico cinese diventa una minaccia per il regime semplicemente volendo fare il suo lavoro. Basta che un uomo sia deciso a fare semplicemente il suo lavoro per trasformare un semplice cittadino "senza potere" in un eroe. È così è già per Li Wenliang, medico eroe suo malgrado, che per fare il suo lavoro ha dovuto affrontare non solo la malattia che lo ha condotto alla morte, ma soprattutto la censura e le ritorsioni di chi mal tollera la libertà dei propri cittadini.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay 




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