venerdì 27 marzo - Giovanni Greto

Constantinos Carydis dirige l’Orchestra della Fenice

La stagione sinfonica ha proposto una vibrante serata di musica

Tre applaudite repliche hanno fatto conoscere il direttore d’orchestra greco Constantinos Carydis (Atene, 1974), al suo debutto sul palcoscenico del Teatro veneziano.

Una musicista dell’Orchestra, prima dell’inizio, ha letto un comunicato che ha tristemente fotografato la situazione drammatica che sta vivendo il Teatro : un fondato timore che la Destra imperante stia dando un calcio alla cultura e, socialmente, alla libertà dei cittadini. Il Fascismo è ritornato e, dunque, ognuno deve riflettere su quale sia il modo più efficace per ostacolare una dittatura ogni giorno più incalzante. Oggi, sul più antico giornale della città, si poteva leggere : Fenice, via libera a Venezi – scelta per il ruolo di direttrice musicale dal consiglio di indirizzo – “Investimento sul futuro”.

La serata si è aperta con La Chasse fantastique del compositore francese Ernest Guiraud, nato tuttavia a New Orleans il 26 giugno 1837, dove si era trasferito il padre Jean-Baptiste, anch’egli compositore. Ernest partì però per Parigi nel 1853, per continuare gli studi al Conservatorio e, dopo una carriera densa di soddisfazioni, lì si spense all’improvviso il 6 maggio 1892.

Il breve poema sinfonico, composto tra il 1886 e il 1887, rimanda all’antico mito dei cacciatori, impegnati in un inseguimento selvaggio, che ispirò in Francia numerosi lavori orchestrali. Guiraud prese come riferimento un racconto di Victor Hugo, la Légend du beau Pécopin et de la belle Bauldour (1842), in cui si narra di un cavaliere il quale, in prossimità delle nozze con una bella filatrice, si avventura in una fantastica battuta di caccia insieme a un misterioso conte e ai suoi cavalieri.

Musicalmente, La Chasse ha un originale colore orchestrale, grazie ai corni spesso in primo piano, al bel fraseggio dei molti fiati, alla presenza di quattro percussionisti che spaziano dai timpani, ai piatti, - splendida la sonorità che ne esce quando vengono percossi – alla grancassa e al tamburo rullante, commentando con freschezza e senso ritmico i momenti di grande intensità di una composizione che non è scorretto definire “cinematografica”.

Era presente dietro le quinte il compositore greco Periklis Koukos (Atene, 3 gennaio 1960) mentre l’Orchestra eseguiva il suo O Lightless Light! Ode to Oedipus. Si tratta di un lavoro per baritono e orchestra – a Venezia in una versione solo orchestrale – ricavato dalle musiche di scena scritte per la tragedia di Sofocle (rappresentata al Teatro Antico di Epidauro nel 2005), dedicato al direttore Carydis, che lo tenne a battesimo al Festival di Epidauro nel luglio scorso.

E’ suddiviso in quattro movimenti, per un tempo totale di circa venti minuti, - Lento religioso ; Allegro cantabile e lirico ; Pesante alla marcia funebre ; Allegro molto energico – che si susseguono senza pause, tematicamente interconnessi e che sfruttano con saggezza i mezzi di una grande orchestra sinfonica, sviluppando il materiale melodico attraverso continue metamorfosi armoniche, timbriche e poliritmiche in una struttura formale unitaria, come di un vero poema sinfonico.

Balzano all’occhio e all’orecchio le esecuzioni di quattro percussionisti, impegnati ai timpani, alla marimba, alle campane tubolari, al Gong e ai piatti sospesi, al tamburo rullante. Si passa da un fraseggio melodico del timpano principale a rullate lunghissime perfettamente eseguite.

Ci sono anche un pianoforte e due arpe, nei momenti più sognanti, ma le atmosfere di riferimento sembrano quelle di un Film Noir.

Applausi intensi e più che prolungati, allorchè Koukos si è diretto verso il palco a ringraziare dapprima tutta l’Orchestra e poi, più volte, la mano sul cuore, il pubblico in sala, sinceramente sorpreso e conquistato dalla bellezza della scrittura.

Dopo il consueto intervallo di venti minuti esatti, è stata la volta della composizione più lunga (60 minuti) e conosciuta, la Symphonie fantastique, op. 14 (1830) di Hector Berlioz ( La Cote – Saint – André, 11 dicembre 1803 – Parigi, 8 marzo 1869).

Come scrive nel suo testo fondamentale, “Guida all’ascolto della musica sinfonica” il musicista, professore di composizione e critico musicale Giacomo Manzoni (Milano, 26 settembre 1932), Leone d’oro alla carriera alla Biennale Musica di Venezia nel 2007, la Sinfonia, che ha per sottotitolo “Episode de la vie d’un artiste, en cinq parties”, fu dedicata allo Zar Nicola I° e spinse il suo autore alla ribalta musicale internazionale. Era nata come sfogo di un dolore profondo, poiché Berlioz, inizialmente, si vide respingere le avances verso l’attrice di teatro Harrieth Smithson, la quale però più avanti lo sposerà. E’ il primo esempio di Musica a programma, nel senso che l’artista attribuì a ogni pezzo della composizione un preciso contenuto narrativo : un giovane musicista, avvelenatosi per amore con l'oppio, cade in un sonno profondo, in cui le sue sensazioni e i suoi ricordi si traducono in immagini musicali. La sua amata si trasforma in una melodia, che ritorna continuamente nel corso della Sinfonia: è la famosa idèe fixe della Sinfonia, un motivo tematico con funzione di ricordo.

Nel primo tempo - intitolato Sogni e passioni e costituito da un Largo introduttivo e da un Allegro agitato e appassionato assai - il giovane ricorda la situazione del suo animo prima e dopo aver conosciuto la donna amata, con le sue melanconie e poi con le angosce deliranti e i furori di gelosia.

Il secondo tempo è Un ballo (valzer) : il protagonista incontra l'amata durante una festa brillante, nel corso di un ballo.

La terza parte è una Scena campestre (Adagio) : una dolce atmosfera pastorale acquieta l'animo esacerbato del giovane, interrotta solo per un momento dall'apparizione dell'amata, che ridesta nel suo cuore le apprensioni più disperate.

Ed ecco la Marcia al supplizio (Allegretto non troppo): il giovane sogna di aver ucciso l'amata, di essere condannato a morte e condotto al supplizio. Il brano descrive il corteo lugubre e solenne, e alla fine ricompare per un momento l'amata, in una breve visione.

L'ultimo tempo s'intitola Sogno di una notte del Sabba (Larghetto-Allegro). L'amante si trova in mezzo a una folla d'ombre e di stregoni; l'idée fixe ricompare, in veste ormai di una danza triviale e grottesca (si noti l'uso parodistico del clarinetto piccolo): è l'amata che viene al Sabba, mescolandosi all'orgia. Le campane rintoccano a morto parodiando il Dies irae e il Sabba si conclude con una ridda infernale.

Eccellente la prova dell’Orchestra, sapientemente indirizzata da Canydis, attraverso semplici, ma efficaci, gesti delle mani. Cinque i percussionisti alternatisi sul palco, bravi a passare da pianissimi a momenti arrembanti, con colpi di grancassa e piatti negli episodi più concitati, potenti rullate e un tripudio di fiati ed archi come nell’ultima parte, in cui c’è un fortissimo, appassionante climax ascendente, terminato con uno stop all’unisono.

 




Lasciare un commento