mercoledì 4 settembre - Oggiscienza

Complesso del Monte Canin: trovata la giunzione che lo rende la grotta più grande d’Italia

Individuata lo scorso 13 agosto, è la giunzione tra i complessi del Foran del Muss e del Col delle Erbe

Circa 100 km. È questo lo sviluppo spaziale della grotta più grande d’Italia, che si trova al confine tra Friuli Venezia Giulia e Slovenia, nel massiccio del Monte Canin (Udine). Una grotta che in realtà era già nota agli speleologi, ma nella forma di due complessi distinti, il Foran del Muss e il Col delle Erbe.

La scoperta, che ha permesso di determinare il nuovo record nazionale, è infatti quella di una giunzione esistente tra queste cavità, avvenuta lo scorso 13 agosto grazie al lavoro di diversi gruppi speleologici che si sono succeduti negli anni. Il nuovo sistema carsico, denominato ora “Complesso del Monte Canin”, supera di poco l’estensione del sistema carsico Su Molente-Bue Marino, in Sardegna, che deteneva il primato con circa 70 km di sviluppo.

L’esplorazione del massiccio del Monte Canin

Situato all’interno del Parco Naturale delle Prealpi Giulie, il Monte Canin è uno dei massicci carsici più importanti d’Europa. La sua esplorazione è iniziata il 14 luglio 1963 grazie all’attività di un gruppo di speleologi appartenenti alla Commissione Grotte Eugenio Boegan (CGEB) di Trieste. Per primi hanno infatti individuato e percorso alcune delle cavità del settore centrale del massiccio, al di sotto dell’altipiano calcareo che si estende tra i 1800 e i 2000 m di quota. Il loro approccio sistematico ha permesso di conoscere questo vasto sistema, divenuto negli anni ‘70 e ‘80 meta di speleologi provenienti da tutta Europa. Oggi si contano più di mille cavità, la maggior parte delle quali destinata solo a esploratori esperti.

È proprio grazie all’attività di questi speleologi che sono stati individuati due complessi estesi decine di chilometri: il Foran del Muss e il Col delle Erbe. “Fino alla fine degli anni ’90 si è pensato che il collegamento tra i due complessi fosse impossibile”, spiega Gianni Benedetti, uno degli speleologi che ha partecipato alle esplorazioni degli ultimi anni, “dato che il Col delle Erbe e il Foran del Muss si trovano su due alture opposte separate dalla Valle dei Camosci”. Ma questo è il risultato dei processi di tipo glaciale che hanno caratterizzato l’area negli ultimi 2.5 milioni di anni, il cui risultato è una modificazione delle forme superficiali originarie. “Per questo, il collegamento andava cercato tra gallerie a quote più basse (circa 1400-1500 metri), dove i due sistemi sono più vicini”.

Il progetto Grande Poiz

Per proseguire quindi l’esplorazione, nel 2012 è nato il “Progetto Grande Poiz” (qui alcune foto), ideato proprio da Gianni Benedetti e che tuttora riunisce diversi gruppi speleologici tra i quali il Gruppo Triestino Speleologi, il Gruppo Speleologico San Giusto e la Società di Studi Carsici A. F. Lindner, solo per citarne alcuni. “Il nome deriva da una zona difficilmente accessibile del versante nord del massiccio del Monte Canin”, continua Benedetti “e proprio in questa zona abbiamo concentrato le nostre ricerche, spinti dalla morfologia delle gallerie, cioè dalle loro forme, e dalle forti correnti d’aria fredda, attorno ai 2-3 °C, che d’estate fuoriescono dagli imbocchi delle cavità. Sono proprio queste caratteristiche a suggerire il collegamento con altre grotte e quindi a indicare degli interessanti punti di accesso per gli speleologi.”

Tra i vari risultati raggiunti in questo progetto, menzione speciale merita la scoperta della Grotta Clemente, un insieme di condotte e gallerie estese per chilometri. Esplorata per la prima volta nel giugno del 2013, la grotta si è rivelata fondamentale per la scoperta della giunzione, dato che proprio in questa cavità si sono concentrate le ricerche e gli scavi che hanno portato al congiungimento finale. “Abbiamo deciso di darle questo nome in onore di Clemente Marcon, l’ultimo malgaro di Casera Goriuda”, racconta Benedetti. “Questa casera, negli ultimi anni, è stata la nostra base durante le ricerche ed è stata messa a nostra disposizione dal Parco Naturale delle Prealpi Giulie. Ci piace pensare che sia stato proprio Clemente il primo a vedere l’ingresso della grotta”.

Dal 2012 a oggi, al progetto hanno partecipato più di 70 speleologi di una decina di gruppi provenienti dal Friuli Venezia Giulia e dal Veneto. “Il principio su cui si basano le esplorazioni è quello del ‘si esplora e si rileva’: si condividono le informazioni tra i vari gruppi e ognuno collabora come può. È solo in questo modo che si possono raggiungere risultati rilevanti su aree così vaste”, sottolinea Benedetti.

La scoperta della giunzione

L’apertura del collegamento è avvenuta il 13 agosto 2019 durante uno dei cosiddetti “campi speleo”, delle escursioni di più giorni organizzate con l’obiettivo di esplorare una certa area carsica. “Per individuare il collegamento tra il Foran del Muss e il Col delle Erbe abbiamo organizzato un bivacco all’interno della Grotta Clemente”, racconta Benedetti. “Abbiamo portato teli, materassini e tutto il necessario per permettere a diverse squadre di alternarsi nel lavoro di esplorazione e di scavo. In questo tipo di abissi, infatti, le squadre sono costituite da tre, massimo quattro speleologi. Questo è necessario per permettere spostamenti rapidi e in sicurezza: non dimentichiamo che la temperatura è molto bassa e ci sono forti correnti d’aria”.

Cartografia dei due complessi appesa in Casera Goriuda, base logistica del campo speleologico. In rosso il punto del collegamento. (Foto Rodrigo Carbajales)

La ricerca della giunzione si è concentrata all’interno di quelle che sono definite “gallerie fossili”, cioè gallerie entro cui non scorre più l’acqua, spiega Benedetti. “Queste gallerie sono suborizzontali, prive di pozzi e possono estendersi per centinaia di metri, quindi hanno una maggior probabilità di collegarsi ad altri sistemi”. In particolare, la zona del presunto collegamento era stata individuata già nel 2017, quando grazie all’utilizzo di sistemi ARTVA (Apparecchi di Ricerca dei Travolti in VAlanga), gli speleologi avevano stimato una distanza tra i due complessi pari a circa 40 metri. Tuttavia, la presenza del collegamento non era scontata, poiché in entrambi i casi le gallerie erano riempite da materiale sciolto, cioè formato da ghiaia e fango. “Ci aspettavamo che la grotta Clemente non finisse lì. Sia il tetto che le pareti della cavità mostravano chiari segni dell’azione di erosione dell’acqua”, ricorda Benedetti. “Il passaggio, però, era riempito da detrito depositato dall’acqua stessa. Non abbiamo fatto altro che rimuovere questo materiale e riaprire un collegamento che era già presente, ma nascosto e inagibile. In questo modo è stato costituito il Complesso del Monte Canin, che riunisce il Foran del Muss e il Col delle Erbe in un’unica entità”.

Il processo che ha portato alla scoperta della giunzione è quindi durato diversi anni e ha coinvolto numerosi gruppi non solo del Friuli Venezia Giulia, ma anche del resto d’Italia, dall’Ungheria, dall’Inghilterra e dalla Polonia. “È necessario sottolineare come un’importante parte dello scavo sia stata svolta dalla Commissione Grotte Eugenio Boegan. Mentre noi abbiamo scavato a partire dal Grotta Clemente all’interno del Foran del Muss, la CGEB si è concentrata nel Complesso del Col delle Erbe, all’interno della grotta Rotule Spezzate, permettendoci così di ridurre notevolmente il tempo e le forze”, rimarca Benedetti.

Il futuro del Progetto Grande Poiz

La scoperta e l’apertura della giunzione tra il Foran del Muss e il Col delle Erbe sono solo due degli obiettivi del progetto, dato che c’è ancora molto da scoprire su questi complessi.

Come sottolinea Benedetti, “abbiamo già a disposizione i dati delle mappature di buona parte delle cavità, ma si tratta di informazioni non omogenee, poiché sono state raccolte dal 1963 a oggi con strumenti e tecniche diverse. Inoltre, fino a pochi anni fa, il rilievo delle grotte in Friuli Venezia Giulia era di tipo planimetrico, ossia limitato alla sola estensione areale delle cavità. Nel resto d’Italia invece è di tipo spaziale, cioè definito dalla somma del rilievo planimetrico e della profondità della grotta, ossia la differenza di quota tra il punto più alto e quello più basso. Per questo noi stimiamo che lo sviluppo spaziale della grotta sia di circa 80-100 km, ma la forbice è molto ampia e difficilmente otterremo valori più precisi. Tuttavia, la profondità del complesso rimane di 1118 m, un valore di tutto rispetto se pensiamo che la quota massima del Monte Canin è di circa 2500 m s.l.m.”.

L’esplorazione, però, non si conclude qui. “In linea teorica, è possibile che siano presenti collegamenti ad altri complessi, come quelli adiacenti al Col delle Erbe, anche se probabilmente non saremo noi a trovarli ma altri speleologi, come quelli ungheresi, che si concentrano su queste aree”, evidenzia Benedetti. “Il bello della speleologia, però, è che non si sa cosa aspettarsi quando ci si trova davanti all’imbocco di una grotta: si può ‘chiudere’ in 10 minuti dopo pochi metri oppure proseguire l’esplorazione per una decina di anni o più, senza sapere dove si arriverà”.


Di Laura Busato e Marina Menga




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