venerdì 12 marzo - UAAR - A ragion veduta

Cinquant’anni di contraccezione libera (fino a un certo punto)

Da (soli) cinquanta anni in Italia è legale la contraccezione. Ormai è consentito non solo utilizzarla, ma anche fare informazione sul tema. Almeno in teoria, perché c’è ancora tanta strada da fare. E resistenze culturali, soprattutto retaggio del moralismo religioso, da superare.

Proprio il 10 marzo del 1971 la Corte costituzionale, con la storica sentenza n. 49, ha abrogato l’articolo 533 del Codice penale che puniva con l’arresto fino a un anno o con una multa “chiunque pubblicamente incita a pratiche contro la procreazione o fa propaganda a favore di esse”. Un residuo del vetusto impianto fascista dato alla normativa dal ministro Alfredo Rocco, ma che ancora sopravviveva nell’Italia liberata: il relativo titolo del Codice sui “delitti contro la integrità e la sanità della stirpe” venne spazzato via molto più tardi da quella ventata di rinnovamento sociale e culturale che stava soffiando sul nostro paese.

A promuovere questo cambiamento storico, all’epoca impensabile, l’intenso e pionieristico impegno dell’AIED, l’Associazione italiana per l’educazione demografica. Fondata nel 1953, diventa “un’isola laica e razionale in un paese per lo più prigioniero di culture regressive”, come sintetizza il radicale Massimo Teodori nella recensione del libro di Giancarlo Porta dedicato alla sua storia. Il suo lavoro faticoso in una società dominata dal bigottismo cattolico per promuovere una corretta informazione scientifica e l’autodeterminazione delle donne porta i suoi frutti molto tempo dopo. Uno degli animatori dell’AIED – e che ne diventa poi anche presidente onorario – è stato il compianto Carlo Flamigni: persona dalla sensibilità laica (ci onorò di presiedere anche l’Uaar), ginecologo noto a livello internazionale, da sempre al fianco delle donne per sostenerne i diritti riproduttivi. Intesi in senso più completo: fornire gli strumenti tanto per portare avanti una gravidanza con i progressi della scienza (anche mediante procreazione assistita) quanto per scegliere di non subirla (con la contraccezione e, quando necessario, l’aborto). Tra i fondatori dell’associazione da ricordare pure lo psicologo Luigi De Marchi, molto attento alle conseguenze nefaste dell’esplosione demografica, che viene coinvolto nel caso che porta al pronunciamento della Consulta.

Il simbolo del cambiamento rivoluzionario e della liberazione sessuale nella cultura di massa diventa “la pillola”. Commercializzata in Europa dal 1961, la pillola anticoncezionale viene autorizzata in Italia nel 1967 solo per limitati casi. Non basta superare lo scoglio della Suprema corte sulla contraccezione. Bisogna aspettare il 1976 affinché il Ministero della Sanità ne sblocchi la vendita. L’anno prima arriva l’istituzione dei primi consultori pubblici, così da fornire informazioni corrette e supporto su controllo delle nascite e metodi contraccettivi.

Il processo di evoluzione dei costumi negli anni settanta ha portato anche a riforme come la legalizzazione dell’interruzione della gravidanza e al divorzio. Nonostante la strenua opposizione della Chiesa cattolica e la costante ingerenza politica dei papi. Già Paolo VI nel 1968 proibiva nell’enciclica Humanae Vitae anche la contraccezione, ammonendo gli stati a non intervenire: probabilmente aveva sentore di quel che sarebbe accaduto. La sua posizione d’altronde viene ripresa nel Catechismo, e rimane quella ufficiale della dottrina. Mentre l’uso del preservativo viene sempre più sdoganato (complice un giudizio meno colpevolizzante sulla sessualità maschile), per le donne rimane più complicato accedere alle altre forme di contraccezione. Uno dei cascami della legge 194 in Italia è infatti l’obiezione di coscienza, prontamente strumentalizzata non solo per negare l’accesso all’aborto ma anche alla contraccezione d’emergenza. Intanto i progressi medici mettono a disposizione pure la pillola dei cinque giorni dopo: il problema è quando i farmacisti si rifiutano di venderla, invocando strumentalmente e illegittimamente l’obiezione di coscienza. In questi anni i movimenti cattolici integralisti si sono inoltre infiltrati massicciamente nei servizi sociali e nella sanità, nel nome della sussidiarietà confessionalista, contribuendo a creare non poca confusione e aggiungendo ostacoli.

I tentativi di promuovere una corretta educazione sessuale nelle scuole in maniera sistematica sono naufragati. Ancora più grave quando il tema viene invece affrontato dai docenti di religione cattolica: figure non solo scelte dal vescovo, ma che devono impartire insegnamenti “in conformità” con la dottrina della Chiesa. Il tema rimane un tabù rispetto al quale nessuna forza politica sembra volersi esporre seriamente. L’Italia rimane indietro rispetto ad altri paesi, è difficile anche fare divulgazione. Persino l’ironica campagna di informazione ministeriale che invitava i giovani a usare il profilattico, con protagonista Lupo Alberto, subì l’anatema delle forze cattoliche. Solo nel 2020 è stata eliminata l’autorizzazione preventiva del Ministero della Salute per poter pubblicizzare i preservativi.

Lo scenario che si prospetta per il nostro paese è incerto. È vero, è possibile accedere a più informazioni pure su sessualità e contraccezione. Ma molti ragazzi si “formano” da autodidatti su internet e spesso non imparano a scuola certe nozioni. Secondo il Contraception Atlas 2020 infatti l’Italia si avvicina ai livelli dell’Est Europa: solo il 48% delle donne in età fertile (o i loro partner) utilizza i contraccettivi moderni; si rileva che sebbene siano disponibili i contraccettivi e il sistema sanitario in generale funzioni, latitano educazione sessuale e campagne informative per ridurre lo stigma.

La promozione dei metodi contraccettivi, che non si riduce come vorrebbe qualcuno nell’ingurgitare una pillola o indossare il cappuccio, è fondamentale per una società più laica. Significa emancipazione delle donne – come degli uomini – per vivere con più libertà e consapevolezza la propria sessualità, scegliere se e quando costruire una relazione e avere un figlio. Per una vita che risponda di più alle proprie aspirazioni, e meno alle pretese di qualche autorità terrena o (che si professa) divina. Problemi molto acuti nei paesi in via di sviluppo, dove il family planning serve a combattere mortalità femminile, matrimoni forzati e precoci, abbandono scolastico, disparità tra uomo e donna, ottuso tradizionalismo. Non è un caso che, oggi come ieri, le religioni puntino sul familismo e sul natalismo: come non è un caso che contraccezione faccia rima con secolarizzazione.

Valentino Salvatore

 

 




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