giovedì 15 aprile - UAAR - A ragion veduta

Chiese sì, sale per funerali civili no. “Non si può differenziare il dolore”

Nemmeno di fronte alla morte il nostro paese si dimostra laico e civile. L’edilizia di culto è finanziata dallo Stato e dai comuni e si può sempre trovare una chiesa per un funerale cattolico. Drammaticamente assenti sono invece le sale per i funerali civili

Chi è investito dal dolore e vuole commemorare la scomparsa di una persona cara, che aveva basato la propria vita su valori esclusivamente umani (atea, agnostica o comunque distante dal pensiero religioso), si trova costretto a piegarsi all’ipocrisia del rito in chiesa, mancando di rispetto alla dignità della persona che si vuole ricordare, oppure ad affrontare un’ennesima situazione che vede i non credenti trattati dalle istituzioni come cittadini di serie Z. La seguente testimonianza di Massimo Neri descrive tutto ciò con le parole di chi ha appena patito la morte di un genitore.
L’Uaar, oltre a battersi affinché su tutto il territorio nazionale siano disponibili sale del commiato laiche, promuove il progetto Cerimonie uniche e forma celebranti laico-umanisti, per dare la possibilità di commemorare una persona scomparsa sulla base dei propri desideri e delle proprie inclinazioni personali, senza essere necessariamente costretti in schemi preconfezionati e uguali per tutti.


Poche ore fa ho perso il padre di 86 anni a causa del Covid.

Era entrato in ospedale per una lastra ai polmoni ma subito è emersa la sua positività al virus.

Venti giorni di ricovero verso il baratro, senza poterlo vedere o stringergli la mano nei momenti difficili del trapasso.

Ed è giusto che sia così, non contesto nulla di ciò. Mio padre però, oltre ad avere una sordità importante era affetto da una maculopatia che gli aveva ridotto la vista quasi a zero.

Quindi poche telefonate opache e nessuna videochiamata possibile. Solo il dolore di un distacco disumano.

Con questo carico emotivo e dopo lo sconquasso della sua morte, ho appreso che non sarebbe stato possibile rivederlo nemmeno da morto e che l’eventuale funerale si sarebbe svolto a feretro chiuso.

E anche qui capisco benissimo. Quello che non accetto, però, è che chi come me è ateo e vorrebbe poter utilizzare uno spazio laico adeguato ad un breve rito funebre, in questo momento, a causa delle giuste restrizioni, quello spazio non lo trova (e se anche lo trovasse il limite massimo dei partecipanti sarebbe di 15 persone) mentre chi è cattolico può utilizzare normalmente le chiese, con il solo limite del distanziamento e della capienza dell’edificio (mediamente ben oltre le 15 persone).

Di più. In un recente protocollo di intesa tra il Governo e la Conferenza Episcopale Italiana si dà conferma che l’autorità civile (intesa come il Sindaco) non può intromettersi nella disciplina di culto della Chiesa. Dal maggio scorso, inoltre, uno specifico decreto-legge limita il potere dei sindaci e precisa che, in ogni caso, la regolamentazione delle celebrazioni religiose non è di competenza dei primi cittadini.

Peccato però che si stiano moltiplicando i casi di contagio occorsi proprio in occasioni di funerali cattolici.

Questo contesto di inaccettabile privilegio si somma alla totale mancanza di spazi pubblici laici in cui poter svolgere una semplice cerimonia di commiato funebre.

Penso che questa discriminazione non abbia nulla a che vedere con il concetto di civiltà evoluta e trovo che questa disuguaglianza meriterebbe il giudizio della Corte dei diritti dell’uomo.

Non ho paura a dire che trovo il mondo delle religioni una gravissima aberrazione della ragione umana e in particolare non sopporto la feroce prepotenza millenaria del mondo cattolico.

Provo il massimo del disgusto e della rabbia per questa ennesima ghettizzazione di chi cattolico non è. Non si può differenziare il dolore. E mi fermo qui.

Massimo Neri

Foto di Dorothée QUENNESSON da Pixabay 

 




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