giovedì 25 marzo - UAAR - A ragion veduta

Chi si batte contro Erdogan si batte anche per noi

I laici hanno sempre riservato un’attenzione particolare alla Turchia, che ha rappresentato il più avanzato tentativo di separare politica e religione in un paese a maggioranza musulmana. Quando nel 1923 Ataturk prese il potere, cominciò a usare la parola ‘laiklik’ e la inserì tra i sei principi fondamentali della sua azione politica.

Che fu sicuramente laica, e per certi versi anche più laica dei paesi europei dell’epoca. Il voto alle donne fu concesso nel 1934 (in Italia nel 1946) e il principio di laicità fu inserito esplicitamente nella costituzione nel 1937 (in Italia non è ancora accaduto, nonostante quanto stabilito dalla Consulta). Ataturk introdusse l’educazione pubblica, obbligatoria e laica e accordò libertà religiosa alle minoranze non musulmane. Vi furono anche ombre innegabili: l’islam fu gestito con mano ferma dal governo stesso, e la Turchia dell’epoca non fu certo un modello di democrazia – anche se la stessa Europa, all’epoca, non forniva molti esempi positivi.

In ogni caso, la Turchia cominciò a incamminarsi sulla via del progresso. Un sistema che con alterne fortune e qualche colpo di stato è rimasto in piedi fino a oggi. Ma solo formalmente. Quasi vent’anni fa prese democraticamente il potere il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) guidato da Recep Tayyip Erdogan, e non l’ha più mollato. Il paese è diventato uno stato presidenziale molto rigido, dove è facilissimo finire agli arresti se si è un politico di opposizione, un esponente curdo, un giornalista, un manifestante per la conservazione di un parco, persino il presidente di una ong.

E dire che l’Akp, nonostante il passato islamista del suo leader e dei suoi principali collaboratori, all’inizio si presentava come la variante islamica di un partito democristiano, al punto da avere stretto legami col Partito popolare europeo. Abbiamo invece assistito a un lento ma incessante ritorno verso l’islamismo, un islamismo “molto comprensivo” persino nei confronti dell’Isis.

Ovviamente, l’autoritarismo di Erdogan è stato ampiamente praticato anche su tematiche religiose. Santa Sofia è ridiventata una moschea, il darwinismo non viene più insegnato nei licei e le università sono state poste sotto il controllo governativo. Il pugno duro antilaico ha inevitabilmente colpito anche le persone lgbt+ e soprattutto le donne, dalle limitazioni al diritto all’aborto allo sdoganamento del matrimonio riparatore. Se il principio di laicità non è ancora stato eliminato dalla costituzione, è soltanto perché la costituzione non considera emendabile il proprio carattere laico. Ma già da tempo è stato completamente svuotato di contenuti.

È di ieri non soltanto la notizia che Gezi Park (che ricadeva sotto l’autorità del Comune di Istanbul, guidato dall’opposizione laica) è stato nazionalizzato, ma che con decreto presidenziale è stata altresì ritirata l’adesione della Turchia alla Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, firmata proprio a Istanbul nel 2011. Il sultano Erdogan ritiene (ora) che promuova il divorzio e l’omosessualità. Le donne sono immediatamente scese in piazza dando vita ad ampie manifestazioni di protesta: con ottime ragioni dalla loro parte, visto che nel paese ne viene uccisa una al giorno, e la violenza è in continuo aumento. La polizia è immediatamente intervenuta contro di esse. La giornalista e scrittrice Esmahan Aykol ha scritto sulla Stampa che si è procurata un’arma, visto che lo stato non sembra più intenzionata a difenderle.

La Turchia è in piena crisi economica, la moneta nazionale sta sprofondando ed Erdogan ha appena licenziato il governatore della banca centrale: come sempre, nel giudicare i populisti autoritari, è difficile capire quali confini vi siano tra lo zelo della propria fede e la possibilità di strumentalizzarla. Resta il fatto che la religione è sempre al servizio del populista autoritario, sia esso cristiano (la Polonia, l’Ungheria, la Russia, gli Usa di Trump, l’Italia immaginata da Salvini e Meloni), musulmano (Iran, Arabia Saudita, Egitto, e via shariando), ebreo (Israele), induista (India) o buddhista (Thailandia e Myanmar). È una costante troppo costante per rappresentare un caso. In fondo, anche la Polonia ha annunciato il ritiro dell’adesione alla Convenzione, e il partito che la controlla fa parte dell’Ecr, il gruppo euroscettico di estrema destra di cui è presidente Giorgia Meloni e in cui per cinque anni è stato osservatore proprio l’Akp di Erdogan. Tutto torna.

La Convenzione è stata emanata dal Consiglio d’Europa. Per due decenni, nel vecchio continente, siamo rimasti troppo silenziosi e inerti nei confronti dei crimini del regime turco, arrivando addirittura ad accettare i suoi ricatti sui migranti. È tempo di cambiare completamente atteggiamento. Il mondo democratico e laico deve sostenere concretamente tutti coloro (credenti o no) che ovunque si battono per gli stessi valori – ma con un coraggio incomparabilmente più grande. Se perderanno loro, alla fine perderemo anche noi.

Raffaele Carcano

 

 




Lasciare un commento