lunedì 12 settembre - Phastidio

Chi pagherà il conto dei tagli del gas

Per ridurre i prezzi del gas occorre distruggere domanda. O con i razionamenti o col collasso di interi settori dell'economia. Metodi indolori non se ne vedono, al momento

 

di Mario Seminerio – Domani Quotidiano

I prezzi dell’energia, come prevedibile, stanno assumendo in Europa un andamento parabolico, conseguenza della progressiva chiusura dei flussi dalla Russia. La Germania sta vivendo un momento di crisi esistenziale ma nessuno è al riparo da conseguenze potenzialmente catastrofiche come la messa fuori mercato di interi settori produttivi.

Secondo stime del regolatore federale tedesco delle reti energetiche, il paese deve raggiungere un taglio dei consumi del 20% per evitare conseguenze peggiori. Obiettivo strategico è quello di azzerare la dipendenza dal gas russo entro l’estate 2024. Data che dista un’era geologica e due inverni dai giorni correnti.

Nel paese sta prendendo vigore il dibattito sugli ordini di priorità in caso di razionamento. Secondo le norme europee, i nuclei familiari e le infrastrutture critiche come ospedali e case di riposo devono essere esclusi da interruzioni di erogazione. Le associazioni manifatturiere tedesche ribattono che anche le famiglie dovranno assoggettarsi a riduzioni di consumi.

A luglio il ministro dell’Economia, il verde Robert Habeck, ha invitato a una riflessione nazionale per cambiare l’ordine di priorità nei razionamenti, sostenendo che le regole attuali si applicano a situazioni di turbolenza di breve termine e non invece a uno scenario drasticamente mutato come l’attuale.

CHI NON PUÒ RINUNCIARE

Non sarà comunque semplice venire a capo di questa nuova scala di priorità. In Germania come altrove ci sono produttori per i quali il gas è semplicemente insostituibile, come nella chimica, che produce trasversalmente per molti settori. Un blocco di queste produzioni avrebbe ricadute sistemiche, dal farmaceutico all’alimentare all’auto.

Ci sono poi settori dove lo spegnimento degli impianti rischia di essere definitivo, per motivi tecnici. La dinamica di mercato oscilla tra esplosione di inflazione nella fase iniziale e collasso produttivo successivo, per insostenibilità dei costi, e inevitabile impatto sui sistemi bancari a causa delle insolvenze.

I costi di sistema, diretti e indiretti, da contrazione economica e protezione sociale, saranno elevati, come già dimostra il salvataggio del gigante Uniper da parte del governo tedesco, con cifre destinate ad essere riviste al rialzo malgrado l’avvio della retrocessione dei maggiori oneri a carico degli utenti.

QUALCUNO PAGHERÀ

Un processo che avverrà comunque, sia al momento della naturale scadenza dei contratti di fornitura che in caso di recesso unilaterale o dissesto dei gestori, colpiti dal disequilibrio tra costi e ricavi. Misure di divieto di recesso o adeguamento unilaterale delle tariffe, come quello adottato in Italia col decreto Aiuti Bis, che blocca simili iniziative dei gestori sino alla primavera, rischiano di essere illusori e accelerare il dissesto degli operatori più deboli. I governi dovranno quindi scegliere come trattare i costi di dissesti e morosità: cioè se metterli a carico del sistema dei consumatori, e quindi in bolletta, o della fiscalità generale.

In Italia sarebbe utile discutere di questi temi, anziché di onirici tagli di tasse e abituali pentole d’oro in fondo all’arcobaleno; ad esempio comunicando alla popolazione se esiste un piano di contingenza sui razionamenti, e in che termini. Ma sappiamo che non avverrà, e il giorno dopo le elezioni il menù del discorso pubblico parlerà solo di “emergenza energia”, mettendo la pietra tombale sul Campo dei Miracoli tricolore. Il rischio è che il razionamento venga compiuto dalla falcidie delle attività economiche.




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