mercoledì 25 maggio 2011 - Virginia Visani

Chi ha paura del lupo straniero?

Il tema più controverso di questi mesi? L’immigrazione.

Non tanto perché si moltiplicano di giorno in giorno le imbarcazioni che approdano sulle nostre coste con sempre più numerosi carichi umani. Quanto perché proprio questi sbarchi sono vieppiù pretesto per impostare discorsi ideologici contrapposti. E così, mentre da un lato si attribuisce ad una errata politica la gestione di chi arriva in Italia clandestinamente per rifarsi una vita o di chi, profugo, fugge dai territori in guerra; dall’altro si chiede solidarietà ai Paesi dell’Unione Europea, molto sovente riluttanti a concederla.

Però… una questione di fondo coinvolge tutti gli schieramenti e non è stata mai analizzata adeguatamente. E’ la “questione paura”. L’altro, il diverso, lo sconosciuto, incute paura. Perché?

La risposta è in un piccolo libro delle edizioni Ulivo dal titolo eloquente “La vita è la ricerca dell’altro che siamo noi” nel quale l’autore Silvio Leoni, economista e filosofo, osserva che l’altro non è che la parte oscura, che non conosciamo, di noi stessi.

Abbiamo intervistato l’autore.

Perché paura?

Quando si parla dell’ALTRO si pensa sempre allo straniero, a qualcuno che non conosciamo e che sappiamo avere mentalità e abitudini, spesso anche religione differenti. L’aver paura è una reazione naturale e protettiva che ci mette in guardia, dunque in sé non è una reazione negativa. Vincere la paura, non vuol dire non aver paura (il che è pericoloso). Significa invece analizzare il problema e agire di conseguenza. L’attuale problema dell’immigrazione di massa pone seri interrogativi che gli Stati dovrebbero risolvere di comune accordo.

Il titolo del libro dice in sostanza che l’Altro siamo ancora noi stessi?

Il titolo del libro denota il carattere psicologico-filosofico di una visione dell’uomo (Mensch, cioè naturalmente uomo e donna) che vive la propria complessità di persona consapevole ed autocosciente e nello stesso tempo persona in parte inconsapevole. Dunque tale persona non può conoscersi completamente.

Quindi le nostre decisioni non sono del tutto consapevoli?

Secondo le ultime ricerche delle neuroscienze la maggior parte delle decisioni vengono prese inconsciamente, mentre noi siamo convinti di aver agito in libertà e di conseguenza siamo anche costretti ad assumercene la responsabilità. Questo fatto crea problemi enormi di tutti i tipi: personali e politici.

Nel libro, rimanendo fedele all’approccio umanistico della realtà, lei affronta anche il tema della “Medicina” intesa anche come Spiritualità. Che cosa vuol dire?

Quando abbiamo un problema somatico, cioè quando il nostro corpo soffre, soffre anche la nostra anima, cioè soffre tutta la nostra persona. Ora è riduttivo curare con medicamenti o altro, solamente il corpo. E’ necessario un coinvolgimento di tutto il nostro essere. Mentre sul tavolo del chirurgo il medico ha davanti a sé solo il corpo, nell’approccio personale vi è tutta la persona del paziente. Non vi è malattia nella quale non sia coinvolta la nostra psiche, sia come l’origine (per esempio depressione o burn out che portano ad un indebolimento del sistema immunitario), sia durante il decorso della malattia, dovuta per esempio a un virus o a un incidente. È quindi importante che il medico si occupi anche della parte spirituale del paziente informandolo, rendendolo edotto del decorso della malattia. Il paziente va trattato nella sua totalità di essere umano e non soltanto come un corpo da curare scientificamente..

  

 




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