venerdì 23 aprile - UAAR - A ragion veduta

Chi educa all’odio?

Allo scopo di presentare un interessante volume sulle attuali manifestazioni della propaganda d’odio la Fondazione Corriere della Sera ha coinvolto, oltre all’autrice e a tre propri illustri collaboratori, diversi ospiti. Il direttore dell’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) Triantafillos Loukarelis, tra gli altri, richiama in pochi minuti alcuni recenti casi di cronaca per rappresentare le categorie più colpite: omosessuali, rom, musulmani, immigrati e minoranze varie.

Gli ebrei, soprattutto. Sia nella persona del singolo noto, da George Soros a Liliana Segre, sia nelle forme indirette di fantomatici complotti, relativi all’immigrazione o al Covid e alle rispettive vaccinazioni o ad altro ancora.

Come sottolinea infatti un’altra ospite, la presidente dell’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) Noemi di Segni, l’antisemitismo ha «caratteristiche specifiche» ed è necessario «capire la specificità di quest’odio», senza che con questo ci si voglia arrogare il discutibile “privilegio” di essere gli unici odiati. Sulla stessa linea di pensiero è Milena Santerini, autrice del libro in presentazione. Anche per lei l’antisemitismo è un «odio speciale» che funge da «matrice» per gli altri, e per tutte le fantasie cospirative ed eliminazioniste.

Viene a questo punto spontaneo chiedersi perché allora, neppure in occasioni come questa, si menzionino le “radici cristiane” di tale “odio antico”. Santerini, oltre e prima che vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano e Coordinatore nazionale per la lotta all’antisemitismo, è docente presso l’Università Cattolica di Milano. Un’ottima posizione per affrontare la questione. O forse invece proprio no. Di Segni si interroga sull’origine dell’odio e menziona, tra l’altro, le recenti inquisizioni a mezzo stampa con prefazione del procuratore Gratteri. Avrebbe potuto ricordare anche le libere associazioni pasquali del noto psicanalista Recalcati o altri casi analoghi. Non sarebbe inutile rievocare tutta la storia di simili polverose confabulazioni, visto che la loro rimozione sotto il tappeto dell’inconscio collettivo fa sì che saltino fuori alla prima occasione secondo il proprio capriccio. Forse però è ritenuto troppo scortese nei confronti dei sedicenti “fratelli minori” magari proprio mentre porgono generosamente l’ennesimo piatto di lenticchie.

Tra gli ospiti non poteva mancare il presule. Stavolta tocca a «sua eminenza Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, che per noi cittadini romani resterà sempre don Matteo», come lo introduce con devozione il giornalista Paolo Conti. Siccome tutti, compresa gran parte dei cittadini romani, sarebbero portati a pensare all’omonimo personaggio televisivo interpretato con successo da Terence Hill, gli occorre subito chiarire trattarsi dell’«indimenticato presentissimo parroco in Santa Maria in Trastevere nel cuore di Roma», che «ha favorito e coltivato un fortissimo legame anche con la comunità ebraica romana e anche con la comunità ebraica nazionale e quindi ha mille motivi per essere qui».

Del confronto col mondo ebraico e coi perduranti pregiudizi antisemiti tuttavia, come si sarà già capito, nulla in realtà ci verrà detto. A giustificarne la presenza basta evidentemente il titolo curiale felsineo o l’esperienza parrocchiale trasteverina in quanto tale. Insieme fanno almeno novecentonovantanove buoni motivi. Zuppi è lì a fare l’esperto massimo di amore universale, come si conviene a ogni prelato, ma finanche a ogni umile parroco, a ogni ora e in ogni dove. Dopo le solite parole di circostanza si richiama al sommo magistero dell’attuale pontefice, massimamente buono per definizione anche lui, che di recente ha invitato con profonda ponderatezza a prendere atto che ci troviamo tutti sulla stessa barca. Zuppi aggiunge che c’è chi addestra all’odio mentre bisognerebbe educare. Non spiega però come intenda tracciare nello specifico la differenza.

Chissà se ha pensato in questi termini anche a colui il quale, fra l’altro e a più riprese, ha sostenuto l’esistenza del complotto del gender, ha accusato i ginecologi abortisti di essere sicari ingaggiati da madri assassine, ha dichiarato atei quanti odiano il prossimo e ne parlano male, ha solidarizzato con gli autori di una strage islamista proclamando che “se uno mi offende la madre gli do un pugno”. Chissà se per Zuppi si tratterà di un odiatore o di un educatore.

Andrea Atzeni

 




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