martedì 12 giugno - Phastidio

Centri per l’Impiego | Collocare i collocatori

Mentre prosegue il dibattito sull’utilità di potenziare i centri per l’impiego (CPI) come passo propedeutico all’istituzione del reddito di cittadinanza, qualcuno ha già iniziato a fare raffronti di produttività tra le strutture presenti in diverse regioni del paese. Come ci si poteva e doveva aspettare, alcuni confronti sono impietosi. Ma forse c’è un altro tipo di problema, ancora più a monte.

Su La Stampa, ci sono i numeri dei collocatori siciliani, in un pezzo a firma di Riccardo Arena. In esso si può leggere che i dipendenti siciliani dei CPI sono qualcosa come il 22% del totale nazionale, pur essendo diminuiti in tre anni e mezzo da 1968 a 1737 unità. Tale numero è doppio di quello della Lombardia, e scopriamo anche che in Lombardia ogni operatore gestisce 608 pratiche, contro le 115 di ogni collega siciliano.

Ancora:

«E in media il numero di rapporti di lavoro attivati o cessati in Sicilia è di 12 mila per ogni Cpi, contro i 22 mila della Lombardia. Il doppio degli impiegati realizzano un quarto del lavoro dei colleghi del Nord e i singoli centri la metà. I costi del personale sono valutati in 70 milioni di euro all’anno, in una Sicilia che è ai primi posti per tasso di disoccupazione»

Ed anche:

«Come moltissimi dipendenti regionali, gli operatori dei Centri per l’impiego stanno soprattutto nelle periferie: a Castelvetrano, ad esempio, il numero è doppio rispetto a Palermo, che ha un milione di abitanti, contro i 31 mila del paese in provincia di Trapani. Ma il capoluogo dell’Isola è pari o ha addirittura numeri più bassi di molte altre sedi decentrate. Termini Imerese, Canicattì, Casteltermini, Mussomeli, Partinico, Bagheria. Numeri che si spiegano solo con la “necessità” degli addetti di lavorare vicino casa»

A parte queste considerazioni, e quelle su sedi fatiscenti, non connesse ad internet, prive di istruttori, o situate al cimitero, come a Bagheria (forse per ricordare l’inanità degli umani affanni, inclusa la ricerca di lavoro), pare si possa dire che, nel contesto siciliano, i CPI sono uno strumento di creazione di occupazione, quella di chi vi opera. E del resto, in una regione che ha poche opportunità di lavoro, difficile pensare che il collocamento riesca a risolvere un assai improbabile problema di flussi informativi spezzati, tali da non riuscire a mettere in collegamento domanda ed offerta. Il tutto tacendo dell’attività sommersa, che ovviamente non necessita di collocamento.

Magari un giorno non troppo lontano riusciremo anche a svegliarci da questo sortilegio che ci ha portati a credere, a maggioranza, che in Italia il problema fossero “le banche dati che non comunicano”, soprattutto quando poi si arriva a rimangiarsi l’iniziale ipotesi di mobilità geografica su scala nazionale, come ha fatto il prestigioso neo ministro del Lavoro. Vorrete mica avere deportati o depauperare di capitale umano le località?

In questo senso, era assai più intellettualmente onesto quanto dichiarato dal fantaministro meteora Pasquale Tridico, quando affermava che a lui del collocamento fregava il giusto, cioè poco e nulla, perché obiettivo era quello di fare deficit spending e vedere se in quel modo, assai keynesianamente, si sarebbe riusciti a creare occupazione, fregandosene dell’isteresi e di altre ubbie da economisti supply sider.

L’unica domanda da porsi, a questo punto, è quanto ancora potrà restare in piedi questo castello di cartapesta fradicia e maleodorante chiamato Italia.




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