venerdì 7 agosto - Massimo Icolaro

Cartello petrolifero: ipotesi credibile?

L'equazione che i governi e le compagnie petrolifere provano a venderci da anni è fin troppo comoda: aumenta il greggio, aumenta la pompa. Eppure, basta guardare i numeri per capire che l'abito del "libero mercato" nasconde una realtà ben più opaca, dove l'ipotesi del cartello non è una paranoia da complottisti, ma l'unica spiegazione razionale a un'asimmetria economica intollerabile.

Come si spiega che con un barile di Brent a 80 dollari ci ritroviamo con distributori che sfiorano i 2 euro — e in snodi critici o servito persino vette paradossali di 2.50-3.00 euro — quando anni fa, con il barile ben oltre i 100-120 dollari, si faceva il pieno a 1.40 o 1.60 euro?

Ma l'indizio che smonta del tutto la narrazione ufficiale è un altro: il GPL.

La "spia" del GPL: la prova dell'anomalia

I derivati del raffinamento provengono dalla stessa materia prima. Se la causa dei rincari fosse puramente il costo del greggio estratto o le tensioni geopolitiche sulle forniture alla base, l'impatto si ripercuoterebbe proporzionalmente su tutti i distillati.

Invece, il GPL viaggia stoicamente intorno ai 0.75 - 0.80 centesimi al litro, fermo quasi agli stessi livelli di dieci anni fa. Com'è possibile che il "costo della materia prima" valga solo per chi guida a benzina o diesel? La risposta risiede in una strategia di stritolamento programmato della domanda e dell'offerta.

Il trucco dell'ortofrutta applicato alle raffinerie

Nel mercato ortofrutticolo esiste una prassi famigerata: quando la produzione è abbondante, si macero tonnellate di ortaggi o si evita di ritirarli dai contadini per creare una scarsità artificiale. Meno merce sui banchi significa prezzi al consumo alle stelle.

Nel settore petrolifero sta avvenendo la stessa identica operazione, ma su scala globale e con raffinatissima ingegneria finanziaria:

  • Strozzatura della capacità di raffinazione: Negli ultimi anni la capacità di trasformazione del greggio è stata deliberatamente mantenuta ai minimi o ridotta, convertendo l'imbuto della raffinazione nel vero sbarramento del mercato.

  • Gestione chirurgica delle scorte: Mantenendo i flussi di benzina e diesel costantemente al limite del sottoscorta, ogni minima oscillazione viene usata come pretesto per speculazioni al rialzo.

  • Profitti record (Crack Spread): Il divario tra il costo del barile grezzo e il prezzo del prodotto finito raffinato ha raggiunto margini mai visti prima. Non si guadagna più sull'estrazione, ma sul "collo di bottiglia".

Cartello spietato o transizione forzata?

Non siamo di fronte alle sole accise statali, che pure pesano come un macigno. Siamo davanti a una vera e propria scarsità pilotata. Con la prospettiva della transizione energetica e i limiti alla vendita di motori termici, le compagnie non hanno alcun interesse a investire per aumentare l'offerta di carburanti tradizionali.

Il piano è stringere il rubinetto: produrre meno, vendere a prezzi stratosferici e mungere fino all'ultima goccia un parco auto che non può convertirsi dall'oggi al domani. Chi ha bisogno del gasolio per lavorare o spostarsi viene preso in ostaggio da una tenaglia speculativa che somiglia sempre di più a un accordo sottobanco tra pochi oligopoli. E finché il GPL rimarrà lì a ricordare a tutti quanto costa davvero la materia prima, la favola del "mercato sfortunato" non reggerà più.




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