sabato 25 marzo - Elena Ferro

Caporalato | Zero gradi al sole

Un racconto liberamente ispirato a una storia vera. La vita di Malvina e Samira, braccianti al soldo di un caporale nella campagna di una provincia del nord Italia

Un racconto di Elena Ferro

Mi chiamo Malvina e ho diciassette anni.

Fino a qualche anno fa erano i boschi della mia amata Polonia a fare da contorno alle mie giornate, oggi è la campagna piemontese. Ricordo quando laggiù giocavo a nascondino tra i campi di meli e aiutavo la mia famiglia a raccogliere il miele e i funghi che poi vendevamo al mercato del paese vicino. A me piaceva andar per bacche e piante spontanee, lo facevo ogni giorno. Avevo il mio cesto personale, intrecciato di vimini dalla mia bisnonna. Me la ricordo bene, con la schiena piegata dalla fatica, sempre con il sorriso sulle labbra.

Volevo aiutare la mia famiglia, per questo sono venuta in Italia. "Guadagnerai bene e manderai i soldi a casa, così non dovrai fare la vita che abbiamo fatto noi", mi ripetevano i miei genitori, continuamente. Alla fine mi hanno convinta.

Quando papà è morto, mia mamma ha deciso d'impulso, da un giorno all'altro. Tanto non riusciva più a mantenermi, bisognava che mi arrangiassi da sola, che diventassi grande.

E io l'ho fatto. Avevo solo sedici anni, è stato un anno fa.

Ho preso un piccolo fagotto con le mie cose e sono andata nel paese accanto al mio. Sono salita su un camion e ho affrontato un viaggio lungo e quasi senza fermate, con la bocca secca e la pancia che si contraeva per la fame. Sarà durato più di un giorno e una notte, abbiamo mangiato e bevuto soltanto una volta.

L'uomo a cui ho pagato il viaggio, con tutti i risparmi che avevamo messo da parte, mi ha detto che saremmo andati in una grande città del nord Italia, dove avrei lavorato come badante. "L'Italia è piena di vecchi", aveva detto, ridendo sguaiatamente.
"Guadagnerai bene, lavori tanto per qualche anno, mandi dei bei soldi alla tua famiglia, magari ti fai anche una casetta tutta tua, e poi, quando decidi tu, te ne torni. E intanto vedi il mondo". Sembrava un buon piano.

Ma in città non ci sono arrivata mai. Una notte mi hanno scaricata in mezzo a una campagna, era freddo, e umido e intorno a noi c'era tanta gente che parlava una lingua che non comprendevamo, altre donne con me, tutte avevamo paura. Dopo qualche ora qualcuno ci è venuto incontro e ci ha subito fatto notare che non avevamo un posto per dormire.

"Possiamo aiutarvi", ci dissero, dovevamo fidarci, affidarci a loro. E lo abbiamo fatto, che cosa potevamo fare?

Ero così stanca e affaticata, i miei abiti avevano un odore insopportabile e la sete mi attanagliava la gola, tanto da non riuscire nemmeno a parlare.
"Sono qui per lavorare presso una famiglia" - dissi forte, nel mio stentato italiano che avevo imparato su un vecchio libro. Ma era del tutto evidente che quella promessa non sarebbe stata mantenuta.

Un uomo dalle braccia forti e nerborute mi si è avvicinato tanto da poter sentire il suo fiato. Odorava di vino e di sudore stantio e aveva una fascia sulla testa e un gilet aperto su una camicia troppo stretta. Mi ha detto: "Qui l'unica famiglia che troverai sono altre come te. E visto che non sai dove sbattere la testa, ti do una cuccia e un tavolino per le tue cose. Domattina comincerai a lavorare e farai anche colazione"
Mi tremavano le gambe come se la temperatura fosse scesa sotto zero.

La donna accanto a me piangeva, non me ne ero nemmeno resa conto. Aveva un lungo camicione nero e un foulard in testa a forma di turbante. Mi ha afferrato la mano e l'ha stretta forte, poi mi ha passato di soppiatto una prugna secca, chissà come ha fatto a conservarla durante il viaggio in camion.

Abbiamo seguito mano nella mano quell'uomo che sarebbe diventato il nostro guardiano come due amiche, anche se ci conoscevamo solo da un paio di minuti.
La sua gente lo chiama "Morso" perché si dice che abbia ucciso a morsi un compagno di lavoro che lo ha tradito. Quando la sua donna ci ha raccontato questo aneddoto, poco dopo averci spiegato il lavoro che avremmo dovuto fare l'indomani mattina, un brivido gelido mi ha percorso la schiena. La notte ho sognato di lui e di fauci così grandi da afferrarmi le caviglie.

Il giorno dopo ho aperto gli occhi e ho capito che il mio sogno, quello che avevo coltivato fino a pochi giorni prima, si era già irrimediabilmente infranto per far posto a un nuovo incubo.

"Se qualcuno vi chiede di dove siete, dite che siete rumene. Se incontrate qualcuno lungo la strada fate finta di non capire niente di ciò che vi dicono. Se avete fame o sete, tenetevela. La campagna si lavora per 13 ore al giorno senza fiatare. C'è solo una pausa, ma vi accorgerete da sole quando è il momento di smettere. Fa caldo qui, mettetevi un foulard in testa, altrimenti. svenite e mi tocca sostituirvi. E quando vi sostituisco, la paga non vi spetta"

Nei campi ci hanno condotto loro, di prima mattina. La colazione promessa al risveglio non c'era, ho trovato solo un pezzo di pane e una tazza di caffè in polvere da allungare con acqua.

"Che lavoro è?" - ho chiesto .

Raccoglierete i peperoni" mi ha risposto la donna di Morso.

"E quanto ci pagheranno, dove vivremo?"

"Non hai ancora capito? Vivrai qui e lavorerai per noi. Devi ripagare il viaggio e poi parleremo di quanto ti spetta"
"Il viaggio? Quale viaggio? Io ho già pagato!"
"Zitta!" Mi ha detto Morso.

E quando parla lui tu taci, perché fa davvero paura.

Lavoro nei campi ogni giorno per più di tredici ore. Non so quando comincerò a guadagnare perché non conosco il mio debito. E poi i soldi servono al campo per sopravvivere, non riesco a mettere quasi niente da parte.

La domenica per fortuna non si lavora, perché il padrone del campo la considera sacra. Lui si veste di scuro e indossa scarpe lucide come specchi. Poi si incammina verso il paese con sua moglie sotto braccio, con le campane che suonano in lontananza: per noi quello è il segnale che siamo libere, per tutto il giorno.

L'ho visto una volta soltanto. Mi ha guardata fisso negli occhi, non sapevo cosa fare, sono stata zitta. Intorno a me non c'era nessuno, non vedevo Morso né la sua donna, così mi sono avvicinata. Mi ha guardato come se venissi da Marte, poi mi ha sorriso e mi ha chiesto come mi chiamavo.

"Malvina" ho risposto.
"Da quanto sei qui"
"Da due settimane"
"Capisco".
"Ma non voglio lavorare qui per sempre, io son venuta per andare in città , imparare qualcosa e lavorare in casa."
"E pensi che mi interessi?"

Sono rimasta senza parole. Zero gradi al sole. Poi ho chiesto:

"Sei tu il padrone del campo?"
"Sì" - rispose


"Perché ci paghi così poco?"

Mi ha guardato per un istante senza dire nulla. Aveva un badile in mano e per un momento temetti che me lo scagliasse addosso.
"Io non voglio saperne niente. Pago il responsabile quello che mi chiede e lui paga voi, per me va bene così. "
Mi sono guardata le mani e ho rivolto i palmi verso di lui. Erano rossi e callosi. Ha guardato attentamente e per un attimo, sono certa, gli è importato qualcosa di me. Poi si è girato ed è tornato dentro casa.

La donna col camicione nero si chiama Samira, ci vogliamo bene come due sorelle ormai. La notte dormiamo a turni per vegliare l'una sull'altra e la domenica passiamo la giornata insieme. Andiamo al paese e fantastichiamo come sarà dopo, quando avremo messo da parte abbastanza soldi per andarcene, libere. In paese non c'è molto da fare, nessuno ci parla, pochi ci salutano. Tutti sanno benissimo chi siamo, ce l'abbiamo scritto in faccia, ma preferiscono non vederci. D'altra parte, arriviamo verso marzo-aprile e quando comincia a fare freddo scompariamo, e chi si è visto si è visto. 

Quando ti vedono per poco tempo è come se non avessero la responsabilità di chiedersi se tutto questo ha un senso. Passiamo, come le stagioni.

C'è un uomo, che sembra più gentile degli altri. Di solito al mattino presto sta seduto fuori dal bar del centro del paese e ci è simpatico perché ogni tanto ci sorride. Parla un po' la nostra lingua, ma non abbiamo mai avuto il coraggio di chiedergli nulla, perché Morso ci vieta qualunque relazione, se venisse a saperlo. Ci ricatta ogni sera, ci ha sequestrato i documenti, per sicurezza, dice, non vuole che scappiamo o lasciamo il lavoro. Poi ci va di mezzo lui. E non vuole che familiarizziamo con nessuno. Punto.

Così compriamo un gelato e poi torniamo alle baracche di corsa, ecco la nostra domenica. 

A volte la notte il dolore non mi fa dormire. La prima volta mi sono lamentata ad alta voce nel sonno, così la donna di Morso mi ha sentito ed è venuta a scrollarmi, svegliandomi:
"Perché ti lagni?"
"Ho le gambe che mi fanno male e la schiena spezzata"
"Ho quello che fa per te, ma ti costerà un quarto della paga giornaliera"
"Va bene" - ho detto, senza nemmeno chiedere cosa fosse. La medicina per fortuna funziona, così posso lavorare come prima perché non ho più dolore, anche se ne sento continuamente il bisogno. Sono finita in un circolo vizioso: sono costretta a prendere la medicina se voglio lavorare. E il risultato è che la mia paga si assottiglia ancora e loro, loro se ne riprendono una grossa parte.

Sono così stanca di questa vita, ormai sono due mesi che tiro avanti. Domenica quando ho rivisto l'uomo del bar e mi ha sorriso dolcemente, non so cosa mi abbia preso, forse solo il disperato bisogno di fidarmi di qualcuno, di raccontare la mia storia, insomma, gli ho parlato.

"Ma tu lo sai con chi ti sei messa? Lo sai che rischi le botte o anche peggio se qualcuno sa che mi stai parlando?"
"E tu non dirlo a nessuno". L'ho guardato con aria di sfida, tanto non ho più niente da perdere.
"Non c'è nessuno che vorrebbe impicciarsi in questi affari, è pericoloso. Tranne forse..."
"Chi? - chiesi - Dimmi!"
"Chiedi di Pippo, laggiù. E' un sindacalista. Lo sai cos'è un sindacalista?"
"No. Ma non mi importa. Vado a cercarlo"

Così cono andata nel vicolo che mi ha indicato lui e ho cominciato a chiedere di Pippo a tutti quelli che incontravo. Samira ha avuto paura ed è tornata prima alle baracche, io invece sono andata avanti.
E' stato bello non sentire più la paura, come se la mia vita non fosse più solo mia. 

Pippo mi ha guardato le mie mani, mentre la bocca era senza saliva e lo sguardo tradiva la mia sete di libertà, di giustizia. Pippo ha la faccia buona, mi ha subito sorriso e mi ha allungato una mano, come se mi aspettasse da sempre. Poi mi ha fatto un cenno ed io l'ho seguito.

Siamo andati verso casa sua, nel vicolo. Mi ha ascoltata poi mi ha detto che il lavoro che svolgo è illegale. Non ho capto subito cosa volesse dire, poi mi ha spiegato i miei diritti e i miei doveri. Mi ha chiesto se avevo un contratto, ma io ho risposto di no. 

"Ogni tanto mi fanno firmare qualche foglio di carta. Un giorno, dopo che l'avevo firmato, sono arrivati a controllare. Non si sono nemmeno avvicinati a noi, hanno guardato quel foglio di carta e poi se ne sono andati" ho detto. Pippo ha fatto di sì con la testa, sembrava che lo sapesse già.

Mentre tornavo alle baracche avevo in testa mille pensieri. Pippo ha parlato di denuncia, ma se denuncio dove altro potrò andare? Di sicuro non posso lasciare Samira da sola, voglio che decidiamo insieme, gli ho detto. Quando ho salutato Pippo gli ho promesso che ci avrei pensato e voglio farlo davvero. Poi sono tornata indietro percorrendo i soliti sette chilometri a piedi per raggiungere il campo di peperoni.

E' stato allora che ho scoperto cosa stava succedendo. Era già buio e mentre mi stavo avvicinando ho sentito urla e rumori di lotta. Mi sono nascosta dietro una pianta e ho visto Samira che tentava di fuggire, si dimenava per liberarsi da tre energumeni che la rincorrevano, sembravano ubriachi. Morso rideva mentre fuori della capanna gli altri stavano seduti, inermi.
Stavo per uscire dal mio nascondiglio, quando una mano mi ha trattenuta. L'uomo mi ha detto:

"Lascia stare e ringrazia che non sei tu là dentro"
Ho aspettato che finissero, piangendo. L'uomo aveva ragione. Quando se ne sono andati, sono entrata e ho visto Samira sdraiata sul pavimento, tramortita. Mi ha detto di non preoccuparmi, che andava bene così. Ma io non ci ho creduto. 

"Come è successo?" ho domandato. Samira mi ha detto che aveva bisogno di soldi per la medicina, perché il dolore alla schiena non le passava e così aveva fatto un patto con loro. Ma non pensava sarebbero stati così violenti. Piangeva Samira e anche io piangevo senza riuscire a smettere.
L'ho abbracciata e l'ho avvolta nella coperta lurida che tengo sul mio letto. Le ho dato un po' della mia medicina, ho atteso che la notte scendesse e che il fuoco del campo si spegnesse e poi ho deciso.

"Andiamo" le ho detto, senza nemmeno attendere una risposta.
Samira stava a malapena in piedi e gemeva. Poi un raggio di Luna ha illuminato il volto di Samira, era spento e guardava nel vuoto. L'ho trascinata per tutti i sette chilometri che ci dividono dal paese del peperone. Sulla strada c'erano camion pieni di casse di merce scambiate di mano e di gente che viene caricata e portata via. Sono braccianti, come me, ma lavorano a giornata.

Mi sono guardata intorno, le case hanno tutte le finestre chiuse, nessuno vede, nessuno sente, nessuno sa. Accanto al vicolo che ho già percorso c'è odore di fumo di sigaro toscano. Appena arriviamo sulla soglia Samira cade a terra esausta e anche io ho appena la forza di pronunciare il nome dell'uomo in cui ho riposto tutte le nostre speranze.

Pippo ci sente e corre in casa, poi subito esce una donna che si avvicina a mia sorella e le offre sostegno. I miei occhi sono pieni di pianto che non vuole mostrarsi. Piango dentro, un pianto che ferisce il cuore più di un lama.

Afferro la mano di Pippo e la stringo. Senza dire una parola lui mi porta dentro casa e finalmente, posso riposare, io e Samira stanotte dormiremo al sicuro, abbracciate.

MI chiamo Malvina e sono venuta qui per lavorare, ma questo non è lavoro. E' sfruttamento. Non è così che si parla dell'Italia dalle mie parti e non è così che voglio vivere.

"Pippo, cosa devo fare?"

"Alzarti Malvina, denunciare e lottare per la tua dignità"


Questo racconto, liberamente ispirato a fatti realmente accaduti, è dedicato a tutte le donne e agli uomini che subiscono ricatti, sfruttamento e violenze agli ordini dei caporali nelle campagne della nostra bella Italia.

Affinché, quando sulle nostre tavole arrivano i frutti rigogliosi della terra, noi non ci dimentichiamo delle gocce di sudore e di vita che li hanno prodotti.

Il caporalato si ciba della nostra indifferenza

 




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