venerdì 22 maggio - Marina Serafini

Candelabri in città

Tempi di corona virus, tempi di governi dai poteri assoluti e di decreti legge che si susseguono a ritmi ossessivi. Tempi di gran confusione, un pó verosimilmente voluta.... 
Tempi in cui la primavera esplode e te ne accorgi all'improvviso.

Siamo stati al chiuso per un paio di mesi, senza poterci allontanare troppo da casa, sempre con la confessione precompilata in tasca, e quel poco spazio consentito ogni giorno per prendere aria.
 
Dietro la porta di casa c'era il mondo vietato, oscurato dalle nuove leggi, definite in poche ore ed esposte nel peggiore dei modi.
 Un mondo fatto di luce solare e di temperature calde. 
 
La primavera é sbocciata con colori sgargianti dalle criniere degli alberi, e con gli aromi invadenti delle lunghe siepi in città: gelsomini, glicini, ringosperma, e poi campanule, e i papaveri qua e lá... 
 
Ciuffi d'erba ovunque, a dispetto dei tempi che furono, a spregio di quell'intramontabile movimento di macchine e sgradevoli gas. Ho visto apette operose, intente nel loro lavoro, passare diligentemente in rassegna fiorellini comuni, curiosamente sbocciati su marciapiedi malmessi. E tanti piccoli insetti, a percorrere lenti quelle strade deserte, recando con sé tesori di dimensioni irreali rispetto alle loro fattezze. E poi uccelli, uccelli ovunque, ad ali spiegate, sfrontati, o a saltellare, piccini, sull'asfalto abbandonato. 
 
Cosí tanti di loro, e cosí pochi di noi, intimoriti e guardinghi, solitari, col viso coperto dalle possibili insidie presenti nell'aria. 
 
Isolamento in città, tra di noi, ed anche rispetto a loro: esseri vivi che non si sono fermati, rinchiusi o negati; esseri vivi che hanno continuato la propria esperienza prendendo ciò che noi lasciavano, occupando gli spazi che ci erano propri. Ammirazione e timore al contempo. Figure cosí familiari che pure ci hanno sorpreso, instillando il triste pensiero: noi non piú, intanto che loro si espandono oltre. In un mondo diverso, che non sappiamo più usare. 
Un mondo nuovo che va ripercorso in maniera diversa. 
 
Mi sono detta più volte che sarebbe arrivato, che ognuno di noi, obbligato a fermarsi, si sarebbe trovato a riflettere, non più distratto, non più spintonato da tutte le parti, non più costretto a inseguire appuntamenti ossessivi. Silenzio e calma, nell'intimo della propria dimora. E forse, avremmo potuto capire qualcosa di piú rispetto a quanto ci piace, a quanto vogliamo, a ciò che finalmente sappiamo essere brutto, inutile, eccessivo e da evitare. 
 
Un evento importante scuote le abitudini e rovescia le azioni. Il pensiero si accende e la creatività si attiva. 
Un bel sogno che peró non abbiamo saputo avverare...
 
Diciotto maggio: finito per legge il lockdown. Tutti di nuovo là fuori, a riprenderci lo spazio ceduto, a riempirlo di suoni e rumori, di corpi e di sporcizia dovunque. 
 
Erano più di noi, un pó ci hanno fatto temere. Erano liberi e quasi arroganti, e sono stati migliori di noi. Rimangono le erbe fiorite, e i cappelli degli alberi cosí colorati, ma il suono del loro profumo non riesce a raggiungerci più. Abbiamo ripreso le nostre routine, tornando ad invadere il mondo: in terra e nell'aria. 
 
Corrugo la fronte e mi sento davvero provata: la messa é finita, andate - se davvero potete - in pace.



Lasciare un commento