venerdì 31 luglio - Gregorio Scribano

Calcio italiano in lutto: è morto Franco Baresi

Ci sono uomini che non appartengono soltanto alla storia di una squadra, ma entrano direttamente nella memoria collettiva di intere generazioni. Franco Baresi era uno di questi. Con la sua scomparsa, il calcio italiano perde non soltanto un campione straordinario, ma soprattutto il simbolo di un'epoca in cui la parola "fedeltà" aveva ancora un valore immenso.

Per vent'anni ha indossato una sola maglia, quella del Milan, attraversando momenti difficili e stagioni trionfali senza mai voltare le spalle al suo club. Capitano vero, leader silenzioso, esempio di professionalità, Baresi rappresentava un calcio fatto di appartenenza, sacrificio e senso di responsabilità. La sua maglia numero 6, ritirata dal Milan, è diventata il simbolo di una storia irripetibile.

Ha vinto tutto quello che un calciatore può sognare: campionati, Coppe dei Campioni, trofei internazionali con il Milan, e il titolo mondiale con la Nazionale nel 1982. Ma il suo valore andava oltre le vittorie. Baresi era il giocatore capace di rialzarsi sempre, come dimostrò nel Mondiale del 1994, quando dopo un grave infortunio tornò in campo in tempi record per disputare la finale contro il Brasile.

La sua storia racconta anche qualcosa che oggi sembra sempre più raro: il legame profondo tra un uomo, una squadra e una comunità di tifosi. In un calcio spesso dominato dal denaro, dai trasferimenti continui e dagli interessi commerciali, Franco Baresi resta l'immagine di un'altra dimensione dello sport, quella in cui una maglia rappresentava un'identità e una promessa.

La sua morte lascia un vuoto enorme, non solo tra i tifosi rossoneri ma tra tutti gli appassionati di calcio. Perché campioni come Baresi non appartengono a una sola squadra: appartengono alla storia dello sport.

Il calcio saluta il suo "6 per sempre". Ma certe bandiere, proprio come Franco Baresi, non vengono mai ammainate: restano nel cuore di chi le ha viste giocare e nel ricordo di chi continuerà a raccontarle.

UN'AMARA RIFLESSIONE CORRE D'OBBLIGO: Se un atleta muore a 66 anni, chi arriverà davvero a 70? La grande bugia della 'speranza di vita'.
La morte di Franco Baresi non rappresenta soltanto la scomparsa di una leggenda del calcio italiano. È il momento in cui la cronaca torna a scontrarsi con la politica e con una domanda che nessun governo sembra voler affrontare: se la vita è così fragile, su quale presupposto si continua a rinviare l'età della pensione appellandosi alla cosiddetta "speranza di vita"?

Baresi aveva 66 anni. Un'età che, secondo il sistema previdenziale italiano, oggi è quasi considerata prematura per smettere di lavorare. Anzi, se la tendenza continuerà quella già prevista dall'adeguamento automatico alla speranza di vita, milioni di italiani potrebbero ritrovarsi a lavorare fino a 70 anni.

È qui che emerge la grande contraddizione.

Da una parte ci raccontano che viviamo sempre più a lungo e che, proprio per questo, dobbiamo restare al lavoro sempre più anni. Dall'altra, la cronaca continua a ricordarci che la vita non obbedisce alle statistiche. Ogni settimana salutiamo imprenditori, operai, insegnanti, medici, impiegati e anche grandi campioni dello sport che se ne vanno molto prima di quell'età che lo Stato considera ormai normale per andare in pensione.

La speranza di vita è diventata il pilastro su cui costruire le riforme previdenziali. Ma una media statistica non può trasformarsi in una condanna individuale. Dietro quei numeri ci sono uomini e donne con mestieri diversi, condizioni di salute differenti, sacrifici accumulati in quarant'anni di lavoro e storie che nessuna tabella ministeriale è in grado di raccontare.

La scomparsa di Franco Baresi induce anche un'altra riflessione.

Lo sport professionistico rappresenta l'eccellenza della preparazione atletica. Un atleta vive seguendo regole rigidissime: allenamento quotidiano, alimentazione controllata, assistenza medica continua, controlli periodici. Eppure, anche nel mondo dello sport assistiamo sempre più spesso alla scomparsa di campioni che avrebbero dovuto incarnare l'immagine della salute perfetta.

Naturalmente sarebbe scorretto attribuire a un singolo fattore le cause di queste morti. Ogni vicenda clinica è diversa e merita rispetto. Ma una domanda resta inevitabile: se perfino chi ha dedicato l'intera esistenza alla cura del proprio corpo può spegnersi così presto, quanto è credibile una politica previdenziale costruita sull'idea che milioni di lavoratori arriveranno serenamente a lavorare fino a 70 anni?

La verità è che lo Stato utilizza la speranza di vita quando gli conviene. La invoca per rinviare la pensione, ma dimentica la qualità della vita. Dimentica che esiste una differenza enorme tra vivere e vivere bene. Dimentica gli anni trascorsi nei cantieri, negli ospedali, nelle scuole, negli uffici, sulle strade, nelle fabbriche. Dimentica lo stress, le malattie professionali, gli infortuni, l'usura psicofisica che non compare nelle statistiche.

Nel frattempo l'Italia continua ad avere una delle età pensionabili più alte d'Europa, mentre i salari restano tra i più bassi del continente. Ai lavoratori si chiede di produrre più a lungo, di versare contributi per più anni e di sperare di arrivare abbastanza in salute da poter godere, almeno per qualche stagione, del frutto di una vita di sacrifici.

La morte di Franco Baresi non può e non deve essere utilizzata per spiegare ciò che la medicina dovrà eventualmente chiarire. Ma può diventare il simbolo di una riflessione che la politica continua a evitare.

Perché dietro ogni statistica c'è una persona. Dietro ogni innalzamento dell'età pensionabile c'è qualcuno che forse non arriverà mai a quel traguardo. E dietro la rassicurante espressione "aumento della speranza di vita" rischia di nascondersi la più grande illusione del nostro sistema previdenziale: quella di programmare il futuro dei cittadini come se la vita fosse una formula matematica e non il bene più fragile che possediamo.

Forse è arrivato il momento di sostituire la freddezza delle statistiche con il buon senso. Perché il diritto alla pensione dovrebbe essere il riconoscimento di una vita di lavoro, non una corsa contro il tempo nella speranza di riuscire ad arrivarci.

Foto Wikimedia




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