mercoledì 3 settembre 2025 - Gerardo Lisco

CCNL, "moderazione salariale" e salario minimo

 Di tanto in tanto una delle questioni che ritorna alla ribalta nel dibattito politico nazionale è il tema dei salari.

I dati in circolazione sono tanti, per questa mia riflessione ho preso a riferimento quelli pubblicati da Eurostat, Istat e OCSE sui rispettivi siti istituzionali. L’UE, poco prima dell’estate, ha ribadito che i salari in Italia sono bassi rispetto al resto degli altri Paesi aderenti per cui servono politiche a sostegno dei salari, da qui lo sterile dibattito che ha animato di nuovo il confronto politico e che, a livello nazionale ha prodotto un disegno di legge e a livello locale ha visto l’introduzione di un salario minimo regionale e comunale. La Legge della Regione Toscana è stata impugnata dal governo ed è stata dichiarata incostituzionale; mentre diverse amministrazioni comunali hanno deliberato provvedimenti che impegnano nel caso di gare ad indicare il salario minimo orario lordo di 9,0 EUR ossia il valore contenuto nella proposta di legge presentata in Parlamento. Considerato che l’art. 11 D.Lgs. 36 del 2023 Codice degli Appalti prevede che è carico della stazione appaltante individuare il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) applicabile nel bando di gara o negli inviti, pertanto deliberare , a livello comunale, una sorta di salario minimo orario è inutile, è sufficiente individuare correttamente il CCNL da applicare e controllarne la corretta applicazione. Ritengo un tale atto amministrativo non solo inutile e fuorviante ma oggetto di possibile ricorso amministrativo. Infatti se la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale la Legge regionale della Toscana per violazione del principio della libera concorrenza un atto amministrativo potrebbe essere annullato perché ritenuto illegittimo nel caso in cui tale vincolo venga posto nel bando di gara . Ai fini dell’analisi che mi appresto a svolgere prendo le mosse analizzando quanto riportato sul sito istituzionale dell’UE. Da esso emerge che i salari minimi variano da un minimo di 551 EUR al mese della Bulgaria a 2.704 Eur al mese del Lussemburgo. I Paesi aderenti all’UE che prevedono un tale istituto ( l’Italia è tra i cinque Paesi UE che non lo prevedono), sono classificati in tre gruppi diversi: • fascia superiore a 1500 Eur al mese, rientrano in questa fascia Lussemburgo, Irlanda, Paesi Bassi, Germania, Belgio e Francia; • fascia compresa tra 1000 a 1500 EUR al mese, rientrano Spagna, Grecia, Slovenia, Polonia, Lituania, Grecia, Portogallo e Cipro; • fascia inferiore a 1000EUR al mese , rientrano Croazia, Malta, Estonia, Cechia, Slovacchia, Romania, Lettonia, Ungheria e Bulgaria. Se consideriamo i salari minimi rispetto al potere d’acquisto la classificazione cambia: • fascia fino a 1500 EUR comprende Lussemburgo, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Irlanda, Francia, Spagna e Polonia; • fascia da 1000 a 1500 EUR al mese comprende Slovenia, Romania, Cechia, Bulgaria, Lettonia ed Estonia. Se questi sono i dati relativi al salario minimo orario previsto per legge la situazione cambia, come è ovvio che sia, rispetto ai salari percepiti da contratto di lavoro. Lo stipendio medio in UE è di 37.863 EUR ( dato EUROSTAT riferito al 2023) l’Italia si trova sotto la media europea sia dal punto di vista nominale, del potere d’acquisto e dell’incremento percentuale a partire dal 1992. Stando ai dati riportati nel report Istat la mediana dei salari in Italia è di EUR 11,75 l’ora, valore da intendersi lordo. I valori riportati nel report dell’ISTAT, sono compresi tra 21,98 EUR e 8,42EUR . Per inciso un lavoratore con una retribuzione di 9,00 EUR lordi percepirebbe un salario netto mensile intorno ai 1.150,00 EUR. Le retribuzioni si differenziano da Nord a Sud, passando dai 34.000,00 EUR del Nord ai 26.000,00 EUR del Sud, differenze rivenienti oltre che dal collocamento territoriale, dal tipo di attività svolta, dal titolo di studio e dal genere. La forbice retributiva tra uomini e donne tende sempre di più a ridursi, mediamente pochi centesimi di differenza. I lavoratori che in Italia percepiscono un salario orario lordo inferiore a 9,00 EUR, secondo ISTAT e INPS, sono circa 3 milioni e riguardano i seguenti settori: • settore degli esercizi pubblici: barman, cuochi, pizzaioli e camerieri ; • settore metalmeccanici: lavoratori inquadrati nel primo e nel secondo livello, gruisti e saldatori; • settore commerciale: addetti al controllo delle vendite, magazzinieri e gli archivisti protocollisti. I dati OCSE dicono che i salari in Italia dagli anni 90 agli anni 20, a differenza di quanto è successo negli altri Paesi UE, si sono contratti del 2,9% mentre nel resto dell’UE sono cresciuti dal 6,2% della Spagna al 33,7% della Germania. Rispetto alla situazione pre Covid i salari, pur crescendo, non hanno recuperato il livello precedente. Il Sole 24 Ore del 3 agosto 2024, riportava alcuni dati che aiutano a comprendere il contesto smentendo una serie di luoghi comuni in merito alle cause dei bassi salari in Italia. Uno dei luoghi comuni è il costo del lavoro. La vulgata comune vuole che il costo del lavoro in Italia sia alto rispetto agli standard UE . Analizzando i dati scopriamo che il costo del lavoro medio UE è di 31,80 EUR l’ora mentre in Italia è di 29,80 EUR quindi al di sotto della media . I Paesi che hanno un costo medio alto sono gli stessi dove i salari sono più alti, significherà pure qualcosa! Il Lussemburgo che è il Paese con il salario medio più alto ha anche il costo del lavoro più alto. Altro dato la produttività media per unità di lavoro, l’Italia è anche in questo caso sotto la media UE. Costo del lavoro e produttività sono indicatori che aiutano a comprendere il livello dei salari in Italia ed anche il modello economico e quale idea di sviluppo ha animato il mondo imprenditoriale a partire dagli anni 90. In quegli anni è stato avviato un processo di trasformazione del nostro sistema economico, qualcuno ha il coraggio di chiamarlo di riforme, del quale oggi vediamo i risultati. Per questa ragione, la mia analisi non può che partire dal Protocollo di intesa del 23 luglio 1993 sottoscritto da Governo e Parti sociali, accordo passato alla storia come “ Protocollo Ciampi”. Il titolo del Protocollo è “ Politica dei redditi e dell’occupazione , assetti contrattuali , politiche del lavoro e sostegno al sistema produttivo”, titolo pomposo e non poteva che essere tale dato il contesto ricco di aspettative, interno ed internazionale, nel quale veniva sottoscritto. A distanza di decenni sono in tanti coloro che ancora oggi si esaltano per quell’accordo, mi viene in mente quanto scrivono, su Huffington Post del 25 luglio 2023 , trentennale della sottoscrizione del Protocollo, Gaetano Sateriale e Sergio Cofferati. Già dal titolo dell’articolo “ L’apice del Protocollo Ciampi e questi 30 anni di arretramento” si evince chiaramente che il riconoscere, da parte dei protagonisti, che quel protocollo è il punto di partenza dei successivi 30 anni di arretramento è difficile. Il contesto nel quale nasce il Protocollo si caratterizza per la crisi interna dovuta alla fine della “Repubblica dei partiti” , per le anime pure la fine è dovuta all’opera moralizzatrice della magistratura, per chi ha un minimo di spirito critico la questione è leggermente diversa. Le inchieste di Mani pulite sono l’effetto della modifica degli equilibri internazionali dovuti al crollo dell’URSS con la conseguente nascita di nuovi mercati che si aprivano al capitalismo, in altri termini era l’inizio della globalizzazione con la “fine della Storia”. In quel contesto i partiti della Prima Repubblica, non più utili alla “ causa”, andavano smantellati. L’obiettivo del mondo economico, finanziario e mediatico era liberalizzare il mercato politico da esternalità quali organizzazioni pesanti e culture politiche superate. Rispetto al pericolo rappresentato dall’emergere di nuove forze politiche, che nulla avevano a che fare con la tradizione repubblicana, agli eredi dei partiti della Prima Repubblica, per sopravvivere ai mutamenti in corso, non restava che assecondare il processo di integrazione europea da qui l’attuazione di politiche finalizzate ad entrare nell’UE. La sottoscrizione dei trattati istitutivi dell’Unione Europea imponeva scelte quali: privatizzazioni, moderazione salariale per il contenimento dell’inflazione, rispetto dei vincoli di bilancio rappresentati dal tetto massimo del 3% di spesa pubblica in deficit e dal rientro del debito pubblico entro la soglia del 60% del PIL , flessibilità del mercato del lavoro, fine dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, decentramento amministrativo con il passaggio di maggiori competenze alle regioni fino ad arrivare alle modifiche del Titolo V della Costituzione , modalità diverse di contrattazione tra imprese ed organizzazioni sindacali, blocco del rinnovo dei contratti di lavoro, blocco delle assunzioni nella Pubblica Amministrazione ed altro ancora. Le scelte fatte negli anni 90 a larga parte degli italiani sono apparvero accettabili , non a caso l’ideale europeista ha goduto sempre di un alto consenso nell’opinione pubblica nazionale almeno fino alla crisi degli hedge fund e della successiva crisi del debito sovrano quando la “vicenda greca” ha trasformato il sogno in un incubo. I dati riportati fotografano la realtà ma non dicono che la fonte dei bassi salari è nell’ aver assecondato le politiche messe in campo dai governi che si sono succeduti fino ad oggi i quali, con modalità diverse, hanno tutti perseguito l’obiettivo di trasformare il sistema economico in chiave neoliberale. Ad avere ispirato le politiche economiche degli ultimi trent’anni è stata la teoria dell’austerità espansiva elaborata dagli economisti Alesina e Giavazzi. I prodromi di una politica ispirata ad una tale teoria economica sono rintracciabili già a partire dagli anni 90. Mi vengono in mente gli scritti di economisti quali Giavazzi, Alesina, Blanchard, Zettelmeyer, Reinhart, Rogoff, solo per citarne alcuni. La bibliografia sul tema è vasta. Il nocciolo della questione è racchiudibile in una sola frase : a partire dagli 90 abbiamo assistito alla conversione dei partiti politici di sinistra e delle stesse organizzazioni sindacali al Neoliberalismo. Ed è per questa conversione che la materia dei contratti di lavoro va letta tenendo presente l’impostazione economica Neoliberale. Ritornando al Protocollo Ciampi l’art. 2 recita: “ 1. Gli assetti contrattuali prevedono : un contratto collettivo nazionale di categoria; un secondo livello di contrattazione , aziendale o alternativamente territoriale, laddove previsto , secondo l’attuale prassi, nell’ambito di specifici settori”. 2. Il CCNL ha durata quadriennale per la materia normativa e biennale per la materia retributiva. La dinamica degli effetti economici del contratto sarà coerente con i tassi di inflazione programmata assunti come obiettivo comune.(…) “ . Art. 3 del “ Protocollo” riporta “ Politiche del lavoro . Il Governo predisporrà un organico disegno di legge per modificare il quadro normativo in materia di gestione del mercato del lavoro e delle crisi occupazionali, al fine di renderlo più adeguato alle esigenze di un governo attivo e consensuale e di valorizzare le opportunità occupazionali che il mercato del lavoro può offrire se dotato di una più ricca strumentazione che lo avvicini agli assetti in atto negli altri paesi europei(…)”. Dalla lettura degli articoli l’obiettivo perseguito erano moderazione salariale e flessibilità del mercato del lavoro. La stessa flessibilità del mercato del lavoro era finalizzata alla rimozione di quelle previsioni normative che determinavano il salario. Il “ Pacchetto Treu” del 1997 è un ulteriore tassello di quel processo di trasformazione che vede i salari degli italiani collocati intorno alla media UE. Nonostante i limiti presenti nel Protocollo Ciampi dalla Commissione Giugni del 1997, il dato incontrovertibile è che a partire dal 1993 si consumano una serie di passaggi che hanno ridefinito, in modo sostanziale, il mercato del lavoro e il livello dei salari. Nel 2009 il Protocollo Ciampi viene emendato: 1) il tasso di inflazione da essere programmato diventa tecnico nel senso che viene preso a riferimento il dato ISTAT con effetti regressivi; 2) la durata della parte economica dei CCNL viene prolungata da due a tre anni. In aggiunta a tutto questo interviene il D.L. 13 agosto 2011 n. 138, convertito con L. 14 settembre 2011, n. 148 . Contestualmente viene sottoscritto da Confindustria e CGIL – CISL e UIL l’accordo interconfederale del 28 giugno 2011. Ho avuto modo di constare che si discute sulle date che riguardano l’approvazione della L. 148/2011 e la sottoscrizione dell’accordo interconfederale quasi a voler lasciare intendere che la parte politica si è comportata in modo scorretto rispetto alle parti sociali. Per memoria il 2008 e l’anno della crisi degli hedge fund e di lì a non molto avremmo avuto la crisi dei debiti sovrani. L’art. 8 della L. 148/2011 apre ad una forte contrattazione aziendale e territoriale fino al punto da consentire di andare in deroga a disposizioni di legge interessate e alle stesse regolamentazioni contenute nei CCNL. Dopo aver letto l’intesa interconfederale dello stesso anno non mi risulta essere in contrasto l’art. 8 L.148/2011. L’applicazione della norma e dell’accordo interconfederale è rinviata alla capacità negoziale delle rappresentanze locali delle organizzazioni sociali, alle imprese e al contesto sociale ed economico nelle quali operano oltre che delle istituzioni locali. Dal punto di vista pratico significa che la parte del salario rinviata alla contrattazione di secondo livello essendo legata a recuperi di produttività, investimenti , modelli organizzativi, dalla necessità di riduzione della spesa da parte delle amministrazioni pubbliche ( penso all’esternalizzazioni di attività in house che hanno visto i lavoratori interessati l’applicazione di un CCNL diverso da quello precedente in aggiunta alla disdetta degli accordi di secondo livello, sia chiaro tutto perfettamente legale ) difficilmente ha trovato applicazione in ambito locale, lo prova il fatto che solo il 30% degli occupati è coperta da accordi di secondo livello. A completare il processo avviato negli anni 90 ci penserà il Governo Renzi con il Jobs Act e con altre norme che hanno introdotto “ la banca del tempo” provvedimenti anche questi finalizzati alla riduzione dei costi del lavoro ossia del salario e ad una maggiore flessibilità della prestazione lavorativa. Altro dato da non sottovalutare è l’introduzione all’interno dei CCNL, e non solo, della previsione del welfare aziendale. In sostanza è cosa nota che con il rinnovo del CCNL una quota parte dell’aumento viene dirottata per il finanziamento del welfare aziendale e dei fondi pensione per cui un aumento, ad esempio , di 200,00 Eur lordi mensili non si traduce in un aumento concreto del salario. Il finanziamento del welfare aziendale, come la riduzione del cuneo fiscale, le defiscalizzazioni ecc . non si traducono mai in tangibili aumenti salariali, sono a tutti gli effetti forme di sostegno alle imprese. Il finanziamento del welfare aziendale diventa a sua volta una forma indiretta di sostegno alla domanda per beni come la sanità e lo stesso sistema pensionistico. Il potenziamento degli Accordi di secondo livello, come abbiamo visto a partire già dal Protocollo Ciampi , sono la causa della differenza salariale tra Nord e Sud. Sottoscrivere accordi di secondo livello non è obbligatorio per cui , come dicevo, dipende dal contesto. Essendo l’istituto del premio di produzione uno degli strumenti principali attraverso i quali è possibile concretizzare accordi di secondo livello è del tutto evidente che dipende molto dagli interessi del mondo imprenditoriale sottoscriverli o meno. Le politiche economiche neoliberali ispirate alla teoria dell’austerità espansiva e al rispetto dei vincoli rivenienti dall’adesione all’UE e alla moneta unica ha fatto si che il nostro sistema produttivo scegliesse di competere con i Paesi meno sviluppati del nostro come provano il dumping sociale e la delocalizzazione di attività produttive verso i Paesi dell’ Est Europeo , addirittura, come prova la vicenda Stellantis, in Marocco. La proposta di introdurre il salario minimo orario per legge trovo che sia una proposta demagogica slegata dal contesto nazionale ed europeo. Lo stesso richiamo alle direttive comunitarie che imporrebbero l’istituzione di un salario minimo orario è un falso. La Direttiva dell’UE è riferita a quei sistemi che hanno una copertura da parte dei CCNL inferiore all’85% per cui non riguarda l’Italia. Se i salari in questi anni invece di crescere sono diminuiti la ragione è da ricercare nelle politiche economiche attuate dai governi che si sono succeduti. I salari bassi riguardano tutte le categorie, un salario da 1.150 Eur al mese non può essere considerato dignitoso rispetto a quanto previsto dalla Costituzione. Rispetto ad una tale previsione normativa il mondo delle imprese, soprattutto quelle che non sottoscrivono accordi di secondo livello, hanno strumenti legislativi e contrattuali che gli consentono di aggirare il dispositivo legislativo. A mio parere serve rafforzare la funzione del CCNL ed introdurre forme di indicizzazione automatica. In caso di esternalizzazione di attività ai lavoratori della Ditta affidataria andrebbe applicato lo stesso CCNL dei dipendenti della Ditta affidataria; altra ipotesi potrebbe essere rendere obbligatorio la sottoscrizione di accordi di secondo livello. In conclusione le proposte sindacali sono deboli e quelle avanzate dalle parti politiche strumentali e quindi non risolutive.




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