mercoledì 5 agosto - Pressenza - International Press Agency

Brasile, requiem per i vivi

Avrei voluto aspettare ancora qualche giorno, arrivare ai cento. Novantaquattro non fa tanta impressione come cento. Un numero rotondo, bello, fatto, finito, completo. Cento, per poter scrivere un Requiem, non per i morti, ma per i vivi.

di Paolo D'Aprile

(Foto di Michel Dantas, https://jmonline.com.br/novo/?notic...)

 Un Requiem per i vivi morti in vita, vivi che accettano di vivere come morti inerti insensibili e ignari della loro condizione. Visi, facce, espressioni senza forma e senza corpo nell’uniformità di una fossa comune esposta alla luce del giorno como continuità del tempo senza distinzione tra il momento presente e il futuro che non arriva mai e che vediamo annullarsi nell’attimo eterno. Corpi senza viso, senza faccia, senza espressione alcuna, in perenne convulsione, dibattendo le membra smembrate in una visione da sogno indigesto che accompagna il condannato al patibolo. Il diritto negato, il respiro negato, l’aria negata, perfino l’ultimo boccheggiare negato. Come se essere morti fosse la cosa più normale del mondo. Come se essere morti in vita fosse il nuovo paradigma, anzi, il paradigma di sempre, oggi finalmente rinnovato. Ma non ce l’ho fatta ad aspettare. Scrivo adesso quando per arrivare a cento mancano ancora sei. Ne mancano sei perché sono le otto del mattino. Stasera ne mancheranno cinque. Sì, mille in più dalla sera alla mattina. Mille al giorno. Da settimane. Il nuovo paradigma.

Un Requiem per i centomila morti di Covid e per quelli che verranno, un’orazione funebre, anche per me. Sì, anche per me che lavoro da quasi quarant’anni con i derelitti, con i malati, gli storpi, i vecchi, i paralitici, gli immobilizzati, i dannati della terra, i morti di fame, gli abbandonati in letti anonimi, i bambini, e coloro che bambini non lo sono mai stati perché li hanno ammazzati prima. Sì, avrei scritto un Requiem dedicato ai centomila morti, ai miei pensieri, a com’ero ieri ed anche per me. E come Sor Juana Inés de la Cruz, lo avrei firmato col sangue: Libera me, Domine, de morte aeterna.

Mesi fa scrissi che avevo paura. Cinquantacinque milioni di persone erano pronte ad imprigionarmi, torturarmi e uccidermi: avevano eletto un presidente che usava la parola “matar” “eliminar”, “metralhar”, “acabar” (farla finita) quando si rivolgeva a me e a quelli come me. Lo diceva tra gli applausi e gli sghignazzi. Oggi quello stesso presidente della repubblica, attraverso un decreto, vieta la la proposta di legge che prevede un indennizzo da parte del governo agli operatori sanitari che abbiano contratto il Covid-19. Non si può avere certezza sul luogo né sulle modalità di contagio, e allora niente indennità. Io e i miei colleghi possiamo anche morire, per le nostre famiglie non ci sarà alcun aiuto ufficiale. Basta, è finito il tempo del dialogo. La Storia insegna cosa succede quando si sottovaluta il fascismo e quando si sottovalutano i fascisti. La Storia insegna che i massacri cominciano con le parole, con le frasi, l’ironia, con le pacchie che devono finire, con la ripetizione della menzogna finché diventa realtà. Io accuso ogni elettore di Bolsonaro. Sì. Accuso ogni elettore di Bolsonaro di essere personalmente responsabile per la morte di centomila persone e anche per la mia se sfigato sarò. E adesso basta.

 




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