domenica 30 ottobre - La bottega del Barbieri

Brasile: ballottaggio per la democrazia

Nel voto di oggi è in gioco il futuro del paese. Lula, pur con il sostegno di un elettorato molto diverso, dalle organizzazioni popolari a personaggi ambigui e già in passato suoi avversari, a partire dall’ex presidente Fernando Henrique Cardoso, prova a riconquistare il Planalto nonostante il gioco sporco del bolsonarismo e il clima di odio e violenza politica di cui da tempo si sono fatti promotori i sostenitori del Messia Nero.

Oggi si decide il destino del Brasile in un clima di grande incertezza e ancora maggior polarizzazione politica rispetto al 2 ottobre scorso. Lula gode di un buon vantaggio su Bolsonaro, avendo ottenuto, al primo turno, circa 57 milioni di voti contro i 51 conquistati dal Messia Nero, ma i giochi sono tutt’altro che definiti.

Lula ha vinto, ma, innegabilmente, è avanzato, un po’ a sorpresa, anche il fascismo bolsonarista. In più, il dato dei quasi 21% di elettori che un mese fa si sono astenuti, e che potrebbero rappresentare l’ago della bilancia, non fa dormire sonni tranquilli alle sinistre. Se da un lato l’elettorato brasiliano viene ritenuto volatile da gran parte degli analisti politici, è ormai chiaro che il bolsonarismo non può essere considerato come un fenomeno politico di breve durata: a dimostrarlo il fatto che il partito del Messia Nero ha conquistato 98 deputati e 15 senatori. Inoltre, sempre al primo turno, i candidati dell’estrema destra bolsonarista hanno vinto in stati come Minas Gerais e Rio de Janeiro, oltre ad avere buone probabilità di imporsi anche nello stato di San Paolo.

È stato grazie al voto dell’elettorato nordestino, storicamente vicino a Lula, che la valanga bolsonarista è stata arginata di fronte alla maggioranza dei voti per la destra espressi negli stati del sud e del sudest del paese.

Se Lula riuscirà a vincere dovrà fare i conti con un paese profondamente diviso e, per questo, ha già dichiarato che si adopererà per promuovere la pacificazione sociale. La violenza politica, cresciuta a dismisura ad opera delle frange più estreme del bolsonarismo, ha lasciato ferite non rimarginabili in poco tempo. Lo slogan “Dio, Patria e Famiglia”, utilizzato negli anni ‘30 del Novecento dal gruppo ultraconservatore Azione integralista brasiliana è stato mutuato dalle sette evangeliche legate a Bolsonaro nella versione aggiornata “Brasile sopra ad ogni cosa, Dio sopra a tutto”.

Solo negli ultimi due mesi sono stati uccisi due militanti petisti, oltre alle minacce e alle innumerevoli aggressioni contro i militanti delle sinistre. A questo proposito, occorre ricordare che nelle precedenti presidenziali, nei quasi 12 milioni di voti di scarto che permisero a Bolsonaro di superare il petista Fernando Haddad, l’elettorato evangelico fu determinante, anche per la diffusione delle fake news sui social network, senza contare il ruolo dei militari, la cui presenza nelle istituzioni governative è passata dai 3.000 del 2017 ai 6.000 nel 2022.

L’auspicio è che un “nuovo” Lula possa sostituire Bolsonaro, ma anche in questo caso la situazione è molto complessa. A sostenere Lula al secondo turno ci saranno anche i candidati centristi esclusi dal ballottaggio, Gomes e Tebet, oltre a Fernando Henrique Cardoso, ex presidente del paese, una vita a destra tra i tucanos della socialdemocrazia brasiliana ed acerrimo nemico dei Sem terra. Se Lula tornerà al Planalto, difficilmente potrà esimersi da una politica che, per forza di cose, dovrà conciliare interessi di classe e non potrà certo essere di rottura con l’attuale modello sociale ed economico tuttora in vigore in un paese dove 33 milioni di persone soffrono quotidianamente la fame.

Insieme, Gomes e Tebet, hanno circa 7 milioni e mezzo di voti, ma non è detto che il loro elettorato decida di entrare nel campo largo lulista. Nonostante la scelta di non gestire in alcun modo l’emergenza Covid-19 (con quasi 700.000 morti), le politiche incendiarie sull’Amazzonia, lo sdoganamento definitivo del razzismo e del disprezzo per il diverso, Bolsonaro gode ancora di un seguito inaspettato e il sostegno ricevuto anche da personaggi del mondo del calcio, come la stella del Paris Saint Germain Neymar, potrebbe giocare un ruolo determinante nel ballottaggio di oggi.

A Lula, il 2 ottobre, è mancato l’1,7% dei consensi per evitare questo pericoloso secondo turno. Una volta superato lo scoglio Bolsonaro e raggiunto il Planalto, Lula sarà costretto a fare i conti con un Congresso non certo favorevole, ma, se vorrà provare a togliere spazi di manovra al bolsonarismo dovrà cercare di non restare prigioniero di una politica fatta di conciliazione degli interessi di settori sociali molto distanti tra loro, a partire da quelli di cui si fa sostenitore il suo stesso vicepresidente, quel Geraldo Alckmin passato di recente al Partito socialista brasiliano, ma pur sempre membro dell’Opus Dei, esponente della destra conservatrice spazzata via dal voto per Bolsonaro e rappresentante di quell’alta borghesia che, alle presidenziali del 2006, lo aveva votato proprio per evitare la vittoria del candidato petista.

In un paese fortemente diseguale come è il Brasile, dove molti lavoratori sono stati minacciati di licenziamento nel caso in cui votino per Lula, sono comunque in molti, tra i suoi avversari storici, a dichiarare pubblicamente il voto per l’ex presidente operaio per farla finita con la “vergogna internazionale del bolsonarismo” allo scopo di far tornare finalmente il paese ad un diverso clima politico percependo i rischi di una presidenza Bolsonaro bis.

Dal 31 ottobre, se Lula sarà eletto, comincerà una battaglia non meno difficile di quella combattuta finora contro il bolsonarismo: ridemocratizzare un Brasile dove i diritti civili, sociali e politici sono stati completamente cancellati dall’estrema destra e sollevare un paese dove per anni la democrazia è stata accantonata.

 




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