lunedì 18 novembre - Pressenza - International Press Agency

Bolivia: licenza di uccidere

Sono nove i morti e centoventicinque i feriti di quello che verrà ricordato come il massacro di Cochabambaqui la lista dei morti certificati dall’IDIF (Istituto di Investigazione Forense).

di Luca Cellini

 

Il funerale di alcune persone morte in Bolivia durante le ultime proteste (Foto di El dicos)

 “Un atto di repressione durissima da parte delle forze di polizia boliviane, quello avvenuto a Sacaba, nel centro del Paese, e non “un confronto”, come avevano definito i rappresentanti dell’autoproclamato governo boliviano dopo le dimissioni di Evo Morales.” È quanto ha denunciato Nelson Cox, rappresentante e difensore del popolo del distretto di Cochabamba, riportato ieri dal giornale “Opinion”.

Tutte le persone assassinate sono state raggiunte alla testa oppure al torace da colpi di arma da fuoco sparati dalla polizia.

Con il massacro di Sacaba è salito a 25 il numero delle persone uccise in Bolivia durante le proteste della popolazione.

L’escalation repressiva, i morti e le violenze sono cresciute in modo vertiginoso dopo l’annuncio dell’autoproclamato governo di Jeanine Añez che ieri ha anche approvato il decreto 4078, che “declina” ogni tipo di responsabilità e impunità totale alle forze militari e di polizia chiamate alle “operazioni per il ripristino dell’ordine interno e della stabilità pubblica”.

Di fatto è un decreto che dà licenza di uccidere, carta bianca di sparare a vista ad ogni persona che protesta in Bolivia, senza che per queste azioni poi la polizia e i militari rispondano in alcun modo di fronte alla legge.

Il decreto 4078

Il decreto 4078

Il decreto come scritto al suo interno “stabilisce che le forze armate possono utilizzare tutti i mezzi disponibili in modo proporzionale e discrezionale al rischio delle operazioni”.

Detto in altre parole, “ogni mezzo” significa che se i militari decidono di usare i fucili mitragliatori per sparare alla popolazione, come d’altronde stanno facendo in queste ore, hanno piena libertà di farlo senza poi doverne rispondere a qualcuno.

La Commissione Interamericana per i Diritti Umani (IACHR), oggi ha denunciato come un crimine l’ordine e il decreto emesso dal governo autoproclamato di Jeanine Añez, dichiarando che “alle Forze Armate Boliviane (FAB) che scendono in piazza a reprimere ogni protesta, è stata data autorizzazione a procedere con ogni mezzo assicurandogli l’impunità totale.

“È una licenza di impunità per massacrare la gente”, ha scritto ieri Evo Morales dal suo account Twitter.

La presenza della FAB (Forze Armate Boliviane) sulle strade del paese e sulle strade delle principali città è iniziata a partire da lunedì sera scorso, dopo che la polizia nazionale boliviana (PNL) ha chiesto rinforzi militari in vista delle rivolte, in particolare avvenute nella città di El Alto.

Bolivia, El Alto

Bolivia, El Alto

È da lunedì notte infatti che sulle città di La Paz e di El Alto hanno iniziato a sorvolare nei cieli aeroplani ed elicotteri militari, e i carri armati stazionano quotidianamente nei dintorni di Plaza Murillo, a La Paz, dove si trova la sede del Governo e del potere legislativo espresso dal Parlamento. La Bolivia di fatto oggi è in uno stato d’assedio da guerra civile.

L’escalation della situazione si è esacerbata dopo le dichiarazioni della Añez, quando nei giorni scorsi ha prima affermato di dover affrontare azioni di destabilizzazione da parte di “gruppi sovversivi armati”. Giustificando poi in questo modo ben tre cose: l’operazione militare, il sostegno legale alle forze di polizia, e la narrazione delle azioni che seguiranno, genocidio e massacro della popolazione indios, definendole come “ripristino dell’ordine democratico”.

I rappresentanti del MAS chiedono subito nuove elezioni, ma la destra che ha preso di fatto il potere senza essere stata mai eletta da nessuno, sostiene che adesso non è possibile perché bisogna affrontare prima l’emergenza e il ripristino dell’ordine pubblico a fronte dei disordini che ci sono in tutto il Paese. Dichiarazione surreale e comica questa, se non ci fossero di mezzo morti, feriti e tanta sofferenza, perché sono le stesse azioni violente e criminali della destra per tramite delle squadracce di Camacho e Mesa che in questi giorni hanno fomentato e creato i peggiori disordini e le condizioni per arrivare di fatto a una situazione di escalation da vera e propria guerra civile.

Da sottolineare che in questi ultimi giorni, persino tra i simpatizzanti della destra boliviana si sono manifestate molte perplessità e contrarietà dopo l’emissione del decreto 4078, che di fatto è una licenza di uccidere e massacrare la popolazione. Alcuni esponenti moderati della destra hanno proposto come mediazione di tornare subito ad elezioni perché si arresti subito il processo di violenza in corso, ma l’autoproclamata presidente Jeanine Añez pare non sentirci proprio da quell’orecchio.

Ma questo non è tutto, dall’altra parte, sul fronte informazione e narrazione dei fatti, l’autoproclamato governo di Jeanine Añez sta operando minacce e intimazioni di ritorsioni alla stampa locale per mantenere il più possibile una coltre di silenzio, nel tentativo di cercare di rendere invisibile quel che accade nel Paese.

Il piano della destra boliviana più intransigente è molto semplice, arrivare ad elezioni in uno stato di emergenza proclamato, con un controllo di tutto il Paese da parte delle forze di polizia e dei militari, e nel frattempo indebolire, fiaccare e impaurire con uccisioni, ferimenti e arresti, le forze sociali e politiche che si stanno opponendo a questo tentativo di golpe che viene ancora presentato da Jeanine Áñez come “cambio democratico”.

Dopo le dimissioni di Evo Morales, la senatrice Jeanine Áñez si è autodichiarata presidente del paese. Il giorno in cui si è autoproclamata alla guida del Paese, la Áñez è entrata nel palazzo del governo, noto come Palazzo Bruciato, portando una bibbia in mano, ed esclamando: “Grazie a Dio che ha permesso alla Bibbia di rientrare nel Palazzo!”.

Jeañine Añez con la bibbia in mano all'entrata al Palazzo Bruciato il giorno in cui si è autoproclamata presidente

Jeañine Añez con la bibbia in mano all’entrata al Palazzo Bruciato il giorno in cui si è autoproclamata presidente

Le posizioni della Añez a quanto si può leggere sul suo profilo pubblico sono fortemente razziste e segregazioniste nei confronti della popolazione indigena che rappresenta quasi i 2/3 della popolazione.

Come ad esempio si può leggere in un tweet che la Añez ha già eliminato dal suo profilo, ma il cui screenshot è stato pubblicato prima che Jeanine Añez lo togliesse, dove definisce i rituali e le usanze culturali indigene come riti satanici, affermando inoltre che la città non è per gli “indios” ma che devono tornare nell’altopiano o nel Chaco.

Jeanine Añez profilo Twitter

Jeanine Añez, dal suo profilo Twitter

Da segnalare inoltre che in rete e sui social proprio in queste ultime ore stanno circolando un gran numero di video che mostrano bruttissime violenze contro le comunità indigene, le quali rappresentano circa il 64% di tutta la popolazione boliviana.

*Nel video la testimonianza di un parente di una delle persone uccise dalla polizia boliviana nel distretto di Cochabamba.




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