martedì 19 gennaio - Antonio Mazzeo

Boicottare le armi di Israele. Una potente industria bellica

Un laboratorio per la sperimentazione delle più avanzate e disumanizzate dottrine d’intervento militare e delle politiche di controllo sicuritario ed apartheid. Israele, vetrina della “democrazia parlamentare” in Medio Oriente, si è affermata come il modello di Stato nell’era della guerra globale e permanente, capace di fronteggiare ogni forma di minaccia e di nemico, esterno ed interno. 

Uno Stato in cui vengono cancellati diritti e garanzie sociali in nome del pensiero unico neoliberista e dove a governare sono le ristrette élite a capo del complesso militare-finanziario-industriale-scientifico, forse il più segreto e tra i più potenti a livello mondiale.

La penetrazione massiva nel mercato internazionale dei sistemi di guerra progettati e prodotti può forse spiegare il livello d’impunità pressoché totale di cui gode Israele nonostante gli innumerevoli crimini compiuti contro la popolazione palestinese, le aggressioni in Libano e Siria e le violazioni di decine di risoluzioni delle Nazioni Unite. E’ da diversi anni che il paese si posiziona tra i primi dieci esportatori di armi al mondo. Nel 2019 le oltre cento aziende nazionali che operano in questo settore hanno totalizzato complessivamente 7,2 miliardi di dollari di vendite all’estero. Il 41% delle esportazioni ha interessato il continente asiatico; il 25% l’Europa; un altro 25% il Nord America, mentre Africa e America Latina sono state destinatarie del restante 8% dell’export.

La produzione di elettronica avanzata e sistemi radar genera da sola il 17% delle vendite nel mercato internazionale, mentre quella di sistemi elettro-ottici un altro 12%. Israele si pone all’avanguardia anche nella realizzazione e commercializzazione di componenti missilistiche, in particolare con i recentissimi sistemi di difesa aerea “Iron Dome”, “Arrow-2” e “Arrow-3” prodotti dall’holding Israel Aerospace Industries - IAIcongiuntamente ai colossi statunitensi Boeing, Lockheed Martin e Raytheon. Israele controlla inoltre il 10% del mercato mondiale riservato alle tecnologie per le guerre cibernetiche e nella città di Be’er Sheva, nel deserto del Negev, sta sorgendo un enorme polo strategico per la cibernetica e lo sviluppo delle nanotecnologie. Contestualmente le forze armate israeliane stanno trasferendo a Be’er Sheva i reparti d’élite che fanno uso delle tecnologie d’intelligence più sofisticate, nonché realizzando una nuova mega-infrastruttura militare dal costo di 6,4 miliardi di dollari. Essa ospiterà entro il 2023 oltre 35.000 soldati e il Comando generale delle forze Sud a cui è affidata la pianificazione e direzione delle operazioni di guerra nella Striscia di Gaza. Nell’installazione sorgerà pure un centro cyber e C4I (Command, control, communications, computers and intelligence) e il nuovo quartier generale di Unit 8200, l’unità che opera in stretto contatto con gli enti spionistici statunitensi come la National Security Agency (NSA).

Altro settore in cui le imprese israeliane hanno assunto una vera e propria leadership a livello internazionale è quello degli UAV/UCAV, gli aeromobili senza pilota o droni. Israele è stato uno dei primi paesi a sperimentare e utilizzare velivoli da guerra a pilotaggio remoto: le operazioni risalgono alla guerra in Libano nel 1982 e successivamente l’impiego si è esteso dai velivoli-spia ed intelligence a quelli “killer” che sganciano missili aria-terra contro obiettivi civili e militari. Le forze armate e di polizia utilizzano sistematicamente i droni nella “sorveglianza” a distanza di tutto il territorio palestinese e per reprimere le manifestazioni e le azioni di resistenza popolare contro l’occupazione israeliana. I “gioielli” della produzione nel campo dei velivoli aerei senza pilota sono gli “Hermes” e gli “Heron”, acquistati da numerosi paesi europei e africani. Essi sono pure entrati a far parte del dispositivo militare anti-migranti schierato nel Mediterraneo dalle agenzie dell’Unione Europea preposte al “controllo” delle frontiere esterne UE (Frontex, EMSA, ecc.).

Tra i prodotti ed i servizi forniti dall’industria israeliana per la “sicurezza interna” ci sono poi le barriere ad alta tecnologia, i sistemi d’identificazione biometrica, gli strumenti di sorveglianza audio e video, i sistemi di schedatura dei passeggeri dei voli aerei e di interrogatorio dei prigionieri. Si tratta in buona parte di tecnologie di identificazione e sorveglianza utilizzate nei checkpoint e lungo il muro dell’Apartheid a Gaza e in West Bank per controllare e/o impedire il movimento della popolazione palestinese. Il loro “successo” ha fatto sì che oggi siano impiegati da numerosi clienti esteri nella gestione dell’ordine pubblico, la repressione delle manifestazioni di protesta, la ipermilitarizzazione delle frontiere. Sono israeliane le aziende che hanno fornito agli Stati Uniti d’America i sistemi antri-intrusione e i sensori elettro-ottici installati in Arizona al confine con il Messico o gli stessi sofisticatissimi radar per intercettare le imbarcazioni dei migranti che la Guardia di finanza ha dislocato qualche anno fa in Puglia, Sicilia e Sardegna.

Se il Dipartimento della Difesa e le onnipotenti holding statunitensi continuano ad essere i principali partner finanziari d’Israele, un contributo crescente alla progettazione e produzione dei sistemi di morte israeliani è assicurato dall’Unione europea soprattutto grazie ai finanziamenti per i piani di ricerca pluriannuali. L’FP7, il programma della Commissione europea a promozione delle attività scientifiche per il periodo 2007-2013, ha stanziato 876 milioni di euro a favore di enti e aziende israeliane. Con “Horizon 2020” - il programma Ue a sostegno della ricerca per il 2014-2020 - Israele ha ottenuto finanziamenti per 1.216 progetti per complessivi 872 milioni di euro.

Un ruolo chiave nella ricerca e sperimentazione di nuove armi è ricoperto da quasi tutte le università israeliane, pubbliche e private. Le istituzioni accademiche costituiscono uno dei tre pilastrifondamentali del sistema politico-militare-sicuritario di Israele, accanto a quello rappresentato dalle forze armate e dai molteplici apparti dei servizi segreti e a quello del complesso industriale e finanziario. Sin dalla fondazione dello Stato d’Israele, scuole, istituti, centri di ricerca e laboratori scientifici hanno contribuito inoltre alla costruzione delle basi culturali e ideologiche del sionismo e dell’apartheid del popolo palestinese.

Per promuovere e diffondere anche nel nostro paese la campagna di embargo delle armi e dei sistemi di sicurezza israeliani, la sezione italiana di BDS (il movimento internazionale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni d’Israele), ha pubblicato nei giorni scorsi un dossier che raccoglie saggi ed interventi di alcuni dei maggiori esperti della realtà politico-militare del paese (Giorgio Beretta, Filippo Bianchetti, Rossana De Simone, Olivia Ferguglia, Ugo Giannangeli, Loretta Mussi, Raffaele Spiga, Angelo Stefanini, ecc.). Il volume descrive la consistenza della forza militare di Israele, le sempre più strette relazioni dell’establishment nazionale con le istituzioni e i governi europei, il ruolo degli istituti di ricerca e delle università israeliane nello sviluppo di armi e tecnologie di controllo e security. Un ampio capitolo è riservato alla consolidata partnership tra Italia e Israele a ai diversi accordi sottoscritti nel campo della cooperazione industriale-militare, aero-spaziale e delle politiche di sicurezza e di polizia interna (solo in ambito inter-accademico la banca dati curata dal MIUR e dal Ministero degli Affari Esteri elenca ben 130 programmi di collaborazione e ricerca tra le università italiane e quelle israeliane).

Nel dossier di BDS Italia si parla pure dell’arsenale nucleare israeliano: nonostante sul tema Tel Aviv imponga la massima segretezza, i ricercatori indipendenti stimano l’esistenza di non meno di 90 testate nucleari, forse anche 200 secondo la valutazione del plutonio che può avere prodotto dal reattore nucleare di Dimona nel Negev. “L’obiettivo della pubblicazione è quello di sollecitare le forze politiche perché si attui l’embargo militare bidirezionale nei confronti di Israele, come previsto dalle convenzioni internazionali”, spiega BDS Italia. “La società civile palestinese chiede da tempo l’embargo militare per porre fine a alle complicità internazionali e per rendere manifesta la responsabilità dei governanti israeliani per i loro crimini. Come avvenne ai tempi della Apartheid in Sud Africa nei primi anni ’80, la mobilitazione internazionale può contribuire a rovesciare il sistema coloniale ed il regime che Israele impone ai Palestinesi, anche con sanzioni e disinvestimenti. E’ urgente attuare l’embargo militare totale fino a quando Israele non riconoscerà uguali diritti a tutti i cittadini che abitano la Palestina storica, si ritirerà da tutti i territori arabi occupati, consentirà il ritorno dei profughi e libererà i prigionieri politici”.

Articolo pubblicato in Adista Segni Nuovi, n. 44 del 12 dicembre 2020.




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