lunedì 7 gennaio - Francesco Grano

"Bird Box": la paura che non si vede

Una misteriosa quanto inspiegabile ondata di suicidi colpisce prima la Russia e poi il resto dell’Europa. Quella che sembra una sorta di psicosi di massa ben presto raggiunge anche gli Stati Uniti d’America. Malorie Hayes (Sandra Bullock) è una pittrice single in attesa di un bambino: in ospedale, dove si trova insieme a sua sorella Jessica (Sarah Paulson) per una serie di controlli, Malorie diventa testimone dello scatenarsi di tale morbo. Mentre le due donne cercano di fuggire alla follia esplosa per strada, Jessica sembra venire posseduta da una strana entità che la spinge al suicidio.

 

Rimasta sola, Malorie viene tratta in salvo da una donna, che poi si dà alle fiamme, e dall’ex militare Tom (Trevante Rhodes). I due trovano rifugio nella casa di Greg (BD Wong) e fanno la conoscenza di altri sopravvissuti tra cui Douglas (John Malkovich), il marito della donna che ha salvato Malorie, la poliziotta Lucy, Felix, Charlie e Cheryl (Jackie Weaver). Senza risposte relative allo strano evento, Malorie e gli altri cercano di sopravvivere all’interno delle mura domestiche.

Circa un anno fa l’attore e regista John Krasinski ha portato nelle sale cinematografiche A Quiet Place – Un posto tranquillo, un horror sci-fi originale e inquietante che ha saputo farsi notare. Ora è il turno di Susanne Bier che con Bird Box (2018) cerca di (ri)proporre, con le dovute differenze e, al tempo stesso, similitudini, l’ottimo lavoro dell’attore di 13 Hours. Tratto dall’omonimo romanzo di Josh Malerman, Bird Box si rivela essere, senza troppi preamboli, il “rivale” di A Quiet Place: nonostante quest’ultimo sia frutto della sceneggiatura a sei mani di Scott Beck, Bryan Woods e John Krasinski mentre il film della Bier affonda le sue radici nel materiale letterario, è inevitabile fare un diretto confronto. Ciò che più accomuna entrambe le opere sono due aspetti in particolare: il silenzio, fondamentale per sopravvivere nel mondo post-apocalittico di A Quiet Place e il non vedere in Bird Box, pena il compimento di estremi gesti mortali. Parimenti nel primo la vista e l’udito rappresentano due sensi di salvezza e, nel secondo, la “mancanza” forzata del vedere fa sì che l’udito aiuti a percepire il pericolo in avvicinamento.

Se questo è il primo punto di contatto tra i due lavori, il successivo è quello incentrato sull’orrore suggerito piuttosto che mostrato, un orrore di lovecraftiana memoria che si insinua, lentamente, sotto pelle e nella mente dello spettatore che, scena dopo scena, inizia a costruire le più complesse ipotesi. Ma, a dire il vero, i punti in comune non terminano qui poiché ce n’è ancora uno ed è quello della narrazione in medias res: difatti il lungometraggio della Bier e quello di Krasinski mettono i fruitori di fronte al bel mezzo delle cose, senza dare spiegazioni o significati alcuni a tutto ciò che prende le mosse sul grande schermo. Che sia un’invasione aliena, un esperimento andato male oppure una sorta di Armageddon che rigurgita demoni dalle profondità terrene, questo non è dato saperlo, quello che importa è sopravvivere. E come la famiglia al centro di A Quiet Place, anche il gruppo eterogeneo di sopravvissuti di Bird Box cerca, in tutti i modi, di sopravvivere alla strana forza o alle misteriose creature che hanno distrutto il mondo. Tra le mura domestiche – (apparentemente) al sicuro dall’esterno – Malorie e il resto della sua “famiglia” improvvisata mettono in piedi il fortino di tanto cinema, horror e non, di sopravvivenza. E qui non manca di certo l’imprinting filmico e cinefilo del grande Maestro John Carpenter, il maggior esperto di lotte tra assediati e assedianti.

Tuttavia in Bird Box non vi è solo ed esclusivamente la necessità di resistere al non identificato nemico, bensì anche a se stessi: in questo Bird Box, rispetto ad A Quiet Place, offre un maggiore approfondimento antropologico e psicologico dei personaggi i quali, oltre a dover fare i conti con la paura che non si vede, devono prima riuscire a conquistare la rispettiva fiducia. In fondo, la morale posta in essere in Bird Box è semplice ma non per questo banale, nonostante tanto cinema e tanta letteratura (impossibile non pensare al Nightmare – Dal profondo della notte del compianto Wes Craven o all’It di Stephen King) abbiano mostrato e narrato allo spettatore come la paura possa assumere tutte le forme pensabili e – contemporaneamente – più impensabili. Bird Box si conferma come un horror di buona fattura (solida regia, ottima fotografia e le interpretazioni della Bullock, di Malkovich e di Rhodes si mantengono su livelli piuttosto buoni) pur tuttavia non sgravato da alcuni difetti, in particolare il doppio binario narrativo che, considerata la durata complessiva di 124’, in alcuni frangenti risulta essere ridondante così come la mancanza di una vera tensione di fondo: niente jump scares e neanche scene altamente splatter o gore, ciò nonostante la violenza abbondi nel film della Bier (scelta, questa, che potrebbe far storcere il naso ai puristi dei sottogeneri citati). Difetti, questi, che collocano Bird Box un gradino al di sotto di A Quiet Place ma non per questo lo rendono meno interessante dell’opera terza di John Krasinski con la quale potrebbe potenzialmente condividere lo stesso universo narrativo.




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