mercoledì 3 agosto - Giovanni Greto

Biennale Teatro 2022

Il secondo capitolo diretto da Ricci/Forte è scandito dal colore rosso, ROT

 

La 50esima edizione del Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia, la seconda realizzata dal duo di autori teatrali Stefano Ricci e Gianni Forte, artisticamente assieme a partire dal 2005, ha inteso sviluppare l’idea di essere “una colllisione di pensieri, di visioni ed immaginari per abbandonare le proprie difese, lavorare insieme per la distruzione di certezze granitiche e crescere in consapevolezza, attestando la dignità e le infinite possibilità dell’Uomo”.

Partendo dal titolo, ROT, “abbiamo pensato che la lingua tedesca fosse la più legittimata per raccontare il tema importante di questa edizione del Festival.

ROT è una lacerazione che racconta uno sforzo; è il marchio della violenza dei crimini perpetrati; è il linguaggio del perdono e delle emozioni; si ribella alla superficialità, al gregge, ai falsi idoli, all’opportunismo; ROT sei tu, il tuo corpo, ma te lo sei dimenticato”.

Tra i 42 appuntamenti in 11 giorni, ha destato scalpore, non certo scandalo, visti i tempi che corrono, Brief Interviews with hideous Men, brevi interviste con uomini schifosi. E’ una piece di 120 minuti di Yana Ross (Mosca, 1973). E’ tratta da un testo di David Foster Wallace (Ithaca, 1962 – Claremont, 2008) che contiene 23 racconti-interviste, scritte nel 1999. Yana Ross ha voluto aggiungere un sottotitolo, 22 Types of Loneliness, 22 tipi di solitudine.

Mi sono ispirata a una intervista di DFW in cui parlava della nostra incapacità di connettere gli uni con gli altri, legata al fatto che indossiamo molte maschere, che ci calzano in ruoli che poi è difficile abbandonare.

Fa parte dello spettacolo, alle Tese 2, anche l’entrata in sala degli spettatori, che vedono gente a terra come morta, senza una spiegazione plausibile e, in un piccolo stanzino dalle vetrate trasparenti, una coppia intenta a copulare meccanicamente in posizioni diverse. Veniamo a sapere che si tratta di due attori porno non più giovani, indicati da un nome d’arte : Katie Pears (49 anni), lei ; Conny Dachs (58 anni), lui. Ad un certo punto, tirano una tendina e smettono di colpo.

La regista sceglie come lingua il tedesco, anche se nei diversi monologhi maschili, stimolati dalle domande di una giovane accademica che intervista a scopo di ricerca, non si arriva ad alcun ragionamento che stia logicamente in piedi. Assistiamo ad una delle parodie più ridicole del mito western americano. Si ascoltano canzonette Country, suonate dal vivo, mentre tutti gli interpreti, ad eccezione dei due attori porno, indossano vestiti di colori sgargianti (turchese, fucsia), grandi cappelli e stivaletti appuntiti.

I discorsi-dialoghi sono grotteschi e non ne scaturirà nessuna riflessione, se non la banalità di un’umanità priva di valori, che gira a vuoto, senza raggiungere un degno fine di vita. L’atto conclusivo vede uno degli attori, mascherato da anziano, entrare in una casa di riposo, assistito da un’infermiera che lo lava e gli cambia il pannolone.

Applausi in generale per i sette attori ed un tecnico, tutti assai professionali e impeccabili in una difficile recitazione.

Essere , non essere o essere altrove è stata un’interessante tavola rotonda nella sala delle colonne a Ca’Giustinian, cui hanno partecipato otto artisti, coinvolti negli spettacoli in cartellone e/o in masterclass, coordinati dal saggista e critico letterario Andrea Porcheddu, cha a sua volta ha dato vita ad un Workshop di analisi e commenti agli spettacoli, in collaborazione con la docente e critica Roberta Ferraresi.

In circa due ore si sono esposti con maggiore o minore apertura Natacha Belova e Tita Iacobelli (Hanno presentato lo spettacolo di marionette, Loco, ispirato al racconto di Nikolaj Gogol, “Le memorie di un pazzo”); Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, registi e protagonisti di “Sovraimpressioni”; Samira Elagoz, Leone d’Argento , regista di “Seek Bromance”; Caden Manson, regista di “Broke House”, uno spettacolo che mette insieme “Le tre sorelle” di Cechov e “Grey Gardens” dei fratelli Maysles e Jack Smith; Carlus Padrissa, cofondatore de La Fura dels Baus, impegnato in un Workshop su come esprimere la paura che altera la realtà ; Milo Rau, regista, scrittore, attivista, del quale si sono visti alcuni lungometraggi e “La Reprise. Histoire(s) du théatre (I), ossia un manifesto per un teatro democratico del reale.

Nelle circa due ore di tavola rotonda sono emerse frasi significative come il teatro mi ha insegnato sopra tutto la parola libertà (Padrissa); vorrei essere considerato soltanto un artista. E ancora: la vita influenza l’arte e viceversa (Elagoz); ho bisogno di nascondermi ancora oggi, di sparire; il miglior posto del mondo è la sala prove dove mi sento protetta (Daria Deflorian); marionette come specchio di noi stessi (Iacobelli); il teatro dà la possibilità all’artista di essere solo. Il teatro è una creazione collettiva di significato (per) creare insieme un contenuto. Combattiamo per l’uguaglianza di genere, per la deaccademizzazione del teatro (Milo Rau).

Un lungo e stretto tavolo rettangolare al centro della sala d’Armi, diviso a metà da uno specchio. Ai due capotavola, gli autori, registi, interpreti, Antonio Tagliarini (Milano, 20 settembre 1975) e Daria Deflorian (Tesero, Val di Fiemme, 24 novembre 1959). A partire da questo momento due truccatrici, Chiara Boitani, anche assistente alla regia e Cecilia Bertozzi, lavorano sui loro volti nell’intento di invecchiarli lentamente, ma inesorabilmente.

Il titolo del lavoro riprende quello di una raccolta di poesie di Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921 – Conegliano, 15 ottobre 2011), che si concentrano intorno al tema della distruzione del paesaggio e della trasformazione dell’ambiente.

Oltre a sovrapporre artificio e natura, lingua madre e neologismi, rapporti con le cose e lampi del pensiero, Sovrimpressioni è una performance legata ad un progetto liberamente ispirato al film Ginger e Fred (1986) di Federico Fellini. Daria e Antonio, dopo anni di lavori condivisi con altri, ritornano in scena come la coppia che li ha fatti conoscere, avendo come punto di riferimento due mostri sacri dell storia dello spettacolo, in un momento della loro carriera in cui comincia a porsi il tema dell’invecchiamento.

In poco più di 60 minuti ora l’uno, ora l’altra danno vita ad una serie di riflessioni a bassa voce. Il tutto si conclude con un’esibizione di Antonio, che nasce come ballerino, sulle note di “Change’ Partners”, una canzone di Irving Berlin, interpretata da Fred Astaire nel film musicale Carefree (1938).

La sala delle Colonne di Ca’Giustinian ha ospitato la premiazione di Samira Elagoz (Helsinki, 1989), cui è stato attribuito dai Direttori artistici il Leone d’argento.

Elagoz è un artista egiziano-finlandese che ha presentato al Festival, in prima italiana, Seek Bromance (2021), una performance-reportage di 240 minuti, in cui ha indagato la relazione tra generi nell’era digitale, mettendo al centro il proprio processo di transizione (da donna a uomo) con un linguaggio originale, che sfida la dinamica dello sguardo. Il termine Bromance indica una forma di amicizia tra uomini (bro – brothers + Romance ).

Così Gianni Forte ha motivato il premio : Mettendo in scena il corpo e sezionandolo visualmente con i suoi paradossi e le sue multiformi sfaccettature alla maniera di Nan Goldin, focalizzandosi con sguardo implacabile sulla solitudine, sulla relazione umana tra sessi nell’era digitale e in una società che sfugge a regolarizzazioni e controlli, indagando sugli effetti dell’amore, del gender, della femminilità, del desiderio, del suo conseguente annichilimento e dei sotterranei, brutali giochi di potere, Samira Elagoz percorre un viaggio intimo e poetico, ma al tempo stesso ironico e perturbante, intorno ai clichè e alle questioni riguardanti non solo l’autorappresentazione nei media, i comportamenti del maschio nei suoi tentativi di seduzione in un rapporto di dominio e/o di sottomissione, ma anche dello strumento-corpo come campo di un’imprescindibile e necessaria sperimentazione artistica.

Così Stefano Ricci ha continuato: Plasma in tal modo un linguaggio originale offrendoci – al fine di sperimentare il proprio percorso gender in mutazione come bacchetta rabdomantica espressiva – un marchio unico di performance-reportage, di multimedia happening e di docu-fiction. Tra establishment accademici, difensori sclerotizzati dei loro steccati tradizionali e una pandemia distruttrice di ogni precedente certezza espressiva, in questo scenario apocalittico Samira Elagoz apre pervicacemente un varco fluido sul modo di osservare uomini e cose, lasciando una scia fluorescente in quelli che saranno i codici e il linguaggio teatrale di domani.

Applauditissima, ha risposto a molte domande, rivoltele in gran parte dal moderatore Andrea Porcheddu. Dopo le parole di commosso ringraziamento a quanti gli sono stati accanto nel percorso compiuto, ma che continua a progredire, ha ricordato una frase del regista Andrej Tarkovsky (1932-1986), la cui opera è un’interrogazione sulla religiosità russa : Non tentare mai di trasmettere la tua idea al pubblico. E’un compito ingrato e senza senso. Mostra loro la vita, e troveranno in se stessi i mezzi per valutare e apprezzare.

Nell’ultima giornata del Festival è stato proiettato al teatro Piccolo Arsenale il lungometraggio The New Gospel (2020), ultimo di una personale dedicata a Milo Rau (Berna, 1977), direttore artistico di NT Gent (Belgio), una città che è diventata la capitale di un nuovo teatro.

Presentato a Venezia nel 2020 nella sezione ”Giornate degli Autori” , il film è ambientato e girato dentro e intorno a Matera, città conosciuta come la Gerusalemme cinematografica, perché lì sono stati girati i film su Gesù di Pier Paolo Pasolini ( il Vangelo secondo Matteo, 1964) e Mel Gibson ( la passione di Cristo, 2004). Milo Rau rilegge la storia del Vangelo – ecco spiegato il significato del titolo- alla luce della realtà contemporanea dei migranti.

Importante per la realizzazione del progetto è Yvan Sagnet, attivista politico originario del Camerun, scelto per interpretare Gesù. Sagnet lavorava in un’azienda agricola di pomodori a Nardò, allorchè nel 2011 si ribellò al sistema di sfruttamento coordinato dalla mafia e guidò il primo sciopero dei lavoratori agricoli nel sud Italia, che portò alla riscrittura del reato di caporalato.

Insieme ad altri colleghi, discepoli nel film, guiderà la “Rivolta della dignità”, una lotta per i diritti delle persone che ne sono state private dall’attuale governo italiano e dalle politiche migratorie dell’Unione Europea.

Nel film recitano Enrique Irazoqui, il Gesù nel film di Pasolini, qui nel ruolo di Giovanni Battista; Maia Morgenstern, la Maria di Mel Gibson, qui la madre del salvatore nero Sagnet; Marcello Fonte, miglior attore a Cannes 2018, nella parte di Ponzio Pilato; il sindaco di Matera nel ruolo di Simone di Cirene, che aiutò Cristo a portare la croce.

Dopo la proiezione, Porcheddu ha dialogato con il regista, il quale ha rivelato il suo curriculum vitae: “Ho cominciato come attivista, scrittore. Son arrivato al Teatro dopo. E’ uno strumento per modificare la realtà, altrimenti avrei scelto qualcos’altro. Nel mio lavoro, la cosa più importante è la completa apertura del palco a chiunque, perché bisogna togliere il Teatro dalle Accademie".

L’ultimo spettacolo visto alle Tese (II), Triptych, è una versione rielaborata di tre brevi piece (create tra il 2013 e il 2017) che i Peeping Tom – compagnia belga, cofondata nel 2000 dall’argentina Gabriela Carrizo (Cordoba, 1970) e dal francese Franck Chartier (Roanne, 1967) – hanno creato per il Nederland Dans Theater.

Gabriela ha diretto la prima parte, The missing door (25 minuti), mentre Franck le due successive, The lost room (26 minuti) e The hidden floor (25 minuti). E’ uno spettacolo inquietante, a cavallo tra danza e teatro, interpretato da 8 impeccabili artisti, che si svolge in un ambiente chiuso, claustrofobico. Nel primo, la scena è un corridoio pieno di porte; nel secondo è una cabina di una nave; nel terzo l’ambiente scelto diventa, insieme, l’interno e l’esterno di un ristorante abbandonato. Spettacolare il finale, quando tutti gli interpreti sguazzano e scivolano in un palcoscenico immerso nell’acqua, idealmente creata dal pianto continuo di un anziano, seduto con la testa fra le mani nell’angolo di un letto, forse a dolersi di una vita fallimentare.

Applausi convinti per uno stuolo di giovani con una lunga carriera davanti a sé.

A completamento del Festival, Late hour scratching poetry, un appuntamento rinnovato sera dopo sera, intorno alle 22 e 30, terminato l’ultimo spettacolo, per ascoltare le poesie e le prose di Alda Merini (Milano, 21 marzo 1931 – 1 novembre 2009). Lette il primo giorno da Asia Argento e poi da Galatea Renzi, assieme ad un’interprrete diversa, diplomatasi all’Accademia Nazionale d’arte Drammatica “Silvio d’Amico”: in ordine alfabetico, Diletta Acquaviva, Romina Colbasso, Anna Chiara Colombo, Serena De Siena, Chiara Mancuso, Irene Mantova, Maria Giulia Scarcella, Zoe Zolferino. Il compito di concludere il lungo reading è spettato a Sonia Bergamasco, attrice di teatro, cinema e televisione.

A fare da sottofondo alle letture, un tappeto sonoro creato da Demetrio Castellucci (Cesena, 1989).

 




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