giovedì 1 ottobre - Pressenza - International Press Agency

Bielorussia: Intervista a un italiano arrestato a Minsk

“La nostra protesta ha un volto di donna” (“U našego protesta ženskoe litso”): è questo lo slogan che ha accompagnato la Marcia delle Donne che lo scorso 19 settembre ha affollato le piazze di Minsk in aperta opposizione alla più che ventennale presidenza Lukashenko.

di Guglielmo Migliori East Journal

(Foto di tut.by)

La dura repressione riservata al corteo dimostra come il motto ispirato al celebre libro del premio Nobel bielorusso Svetlana Aleksievič non sia privo di fondamento. I reparti speciali e di polizia hanno infatti arrestato centinaia di manifestanti pacifici, colpevoli soltanto di essere scesi in piazza per manifestare la propria contrarietà al regime. Viasna, organizzazione per la tutela dei diritti umani in Bielorussia, ha documentato e pubblicato una lista di 328 arrestati, definiti “prigionieri politici”, tra i quali figura anche il nome di Nina Baginskaja, l’ormai iconica attivista 73enne ripetutamente arrestata dal regime per aver fatto pubblicamente sfoggio del tricolore bielorusso bandito dal governo.

Abbiamo deciso di intervistare Fabrizio Portaluri, operaio nello stabilimento Pirelli di Bollate e attivista sindacale per la Cub, fermato dalla polizia bielorussa durante la manifestazione del 19 settembre, per darci una testimonianza diretta delle vicende di questi giorni.

Innanzitutto, per quale ragione si è recato a Minsk in un periodo di alta tensione politica?

Mi sono recato a Minsk principalmente per capire meglio cosa sta succedendo. Certo, c’è sempre anche la voglia di conoscere almeno un poco un paese così diverso dal nostro: per cultura, lingua, storia. Avevo voglia anche di visitarla come turista, e non mi ha deluso. Bella città: molto verde, ma anche molto traffico. In Bielorussia sono stato cinque giorni, quelli che avevo previsto. Nessuna pressione mi è stata fatta per lasciare il paese. Nessun controllo particolare in aeroporto, tutto veloce.

I numeri stimati relativi ai manifestanti alla “Marcia delle Donne” del 19 settembre variano enormemente in base alla fonte consultata, a seconda che si tratti di dichiarazioni governative o di notizie che circolano in rete e tra gli attivisti. Sarebbe in grado di darci una stima approssimativa di partecipanti e arrestati?

È sempre difficile capire i veri numeri di una manifestazione, bisognerebbe mettersi a contare i presenti per ottenere una stima attendibile. Io ho letto di 2.000 partecipanti, ma mi sembra un numero basso rispetto a quello reale. Posso ipotizzare dai 7.000 ai 10.000 presenti. Ciò che mi ha colpito è la partecipazione quasi completamente femminile, molte ragazze giovani, ma anche donne di una certa età.

C’era molta determinazione, ma non mancava la paura. Questa determinazione è stata più marcata nei furgoni cellulari della polizia, ma anche in questura: rispondevano a tono alle forze dell’ordine e ridevano pure a volte, un modo forse per sdrammatizzare la situazione.

I media indipendenti parlano di 300 persone trattenute. Nel commissariato dove sono stato fermato anche io eravamo forse una sessantina. Alcuni manifestanti sono solo stati trattenuti, altri portati poi in cella.

Per quale ragione è stato arrestato dalla polizia? In che modo avvengono i fermi e con che pretesto si viene fermati?

Per essere arrestati basta partecipare a una manifestazione pacifica. Gli OMON, la polizia antisommossa, cercano fin dall’inizio di impedire che le manifestazioni avvengano. Al corteo femminista si camminava sui marciapiedi e a un certo punto siamo stati attaccati da un buon numero di OMON dalla strada, in un punto dove eravamo contro il muro, senza avere possibilità di scappare. Alcune partecipanti sono state prese, anche in modo violento, sbattute nei furgoni cellulari, rinchiuse in piccole gabbie all’interno di questi e poi portate in questura.

Lì siamo stati trattenuti diverse ore per formalità burocratiche, diverse volte abbiamo dovuto fornire le nostre generalità. Le donne sono state tenute in uno stanzone, gli uomini nel cortile. A un certo punto, in caserma sono arrivati i cellulari penitenziari, che hanno poi caricato chi tra noi era stato destinato alla prigione.

Sembra che questa volta siano stati abbastanza “teneri”: non c’era un clima troppo violento, anche se non credo che abbiano comunque rispettato le procedure e il protocollo. Questa “tenerezza” credo sia stata motivata dal fatto che nel weekend precedente le forze dell’ordine avevano già fatto violenza: essendo arrivata una pesante condanna livello internazionale, hanno ritenuto di limitare gli abusi, anche se le incarcerazioni non sono mancate.

Io stesso sono stato fermato. Una prima volta, presentando il passaporto, sono stato allontanato, ma poi ho cercato di fotografare le intimidazioni e le possibili violenze della polizia nei confronti delle donne, e a quel punto sono stato arrestato. Con me complessivamente sono andati più leggeri, ho avuto la sensazione che non sapessero bene come comportarsi. Alla fine, dopo avermi preso le impronte digitali, mi hanno restituito il cellulare integro e mi hanno rilasciato assieme ad altri, dopo diverse ore passate là dentro.

Che conseguenze ha la repressione delle forze di polizia sulla vita quotidiana degli attivisti?

Gli attivisti vivono quotidianamente in un clima repressivo: chi lavora viene licenziato, l’arresto è sempre in agguato con annesse violenze, manca libertà di espressione e di stampa. Gli attivisti sono guardinghi pure con i social network, e mi è sembrato che qualcuno stesse attento anche nell’incontrare altri.

Quanto è visibile l’apparato repressivo del regime nelle proteste bielorusse? Come e quanto la repressione in Bielorussia si discosta dalla narrazione governativa delle proteste?

Durante le manifestazioni l’apparato repressivo del regime è molto visibile, molti sono in assetto antisommossa e con i loro mezzi, anche carri armati. Li puoi vedere appostati all’inizio della manifestazione per intimidire i partecipanti; durante i cortei ti seguono in lontananza e, a fine corteo, quando il numero dei partecipanti incomincia a calare, intervengono con tutti i loro mezzi e fanno veramente paura. Disperdono e se possono fermare qualcuno, lo fanno.

Particolare è il fatto che nella quotidianità è difficile incontrare poliziotti. Il livello di criminalità in Bielorussia è molto basso. Ho incontrato dei militari nel parco, ma si stavano semplicemente allenando.

“La nostra protesta ha il volto di donna”: è questo uno degli slogan più ripetuti nelle proteste di queste settimane. Per quale ragione l’enfasi sulla femminilità delle proteste è così importante in questo caso?

Le donne tendono a essere protagoniste in queste lotte, in primo luogo cercando di mettere in discussione il patriarcato presente in Bielorussia. Secondo lo stesso presidente Lukashenko, una donna non può diventare presidente della repubblica. Certo, il tasso di occupazione femminile è alto, ma una certa misoginia è stata una costante anche in questo paese.

Poi nell’opposizione diverse leader sono donne e non può mancare la solidarietà di diverse attiviste verso, per esempio, Marija Kolesnikova, in prigione con l’accusa di “tentato golpe”. E non possono non lottare anche per chiedere maggior democrazia insieme alla riaffermazione dei diritti e della dignità femminile.

Quanto sono “europee” le vicende bielorusse di questi giorni? Ossia, quanto riguardano la politica estera dell’UE? E ancora, cosa ne pensa e com’è vista dai bielorussi la presa di posizione di Bruxelles nei confronti di Lukashenko e la conseguente prospettiva delle sanzioni?

Da quello che ho visto io, ai bielorussi in piazza interessano poco le manovre dell’Unione europea. A loro interessa liberarsi del presidente e ciò che può favorire la democrazia nel paese. Non vogliono vivere in un regime oppressivo, vogliono essere liberi di manifestare e di esprimersi, a voce o a mezzo stampa. Non stanno mettendo in discussione il loro rapporto con la Russia, loro stessi si sentono profondamente legati alla Russia. Nella manifestazione di domenica, uno dei cartelli più fotografati era una fotografia autoprodotta in cui c’erano Lukashenko e Putin intorno al tavolo: Lukashenko, vestito da escort, parlava, mentre Putin ascoltava disperato mettendosi le mani nei pochi capelli.

Come ben sappiamo, la società civile bielorussa è disarticolata dalla repressione del regime di Lukashenko, mentre associazioni e partiti politici d’opposizione sono spesso privi di riconoscimento ufficiale. Pensa che le proteste di questi mesi possano essere un laboratorio politico per l’attivismo bielorusso? Che spinta possono dare alla società bielorussa?

In Bielorussia, per anni, gli attivisti hanno inciso poco. Erano una minoranza marginale con molte difficoltà a farsi sentire. Anche in passato ci sono state delle lotte, ma è solo ora che finalmente si vede una partecipazione di massa capace di coinvolgere diverse categorie. Se da una parte abbiamo le femministe con le loro richieste, non mancano i minatori che in alcuni casi hanno fatto sentire la loro voce anche con scioperi e altre forme di lotta.

Certamente è un laboratorio politico interessante. Stanno fronteggiando un regime oppressivo da diverse settimane con differenti forme di lotta, pagando un duro prezzo in termini di repressione. Sono coinvolti diversi strati della società civile e anche differenti generazioni. E c’è sostegno anche da parte di chi non partecipa. Forse manca qualcosa di credibile che possa orientare questa lotta. Alcuni dirigenti, per esempio, non si sono mostrati così credibili scappando all’estero. Ma è chiaro che c’è bisogno di tempo.

Sino a che punto possono arrivare le proteste? Quanto è vicina, secondo lei, la prospettiva della fine del regime di Lukashenko?

Non è facile prevedere cosa accadrà in Bielorussia. E sembra che non dipenda solo dal paese. Certo, Lukashenko sta avendo diversi problemi a governare. Forse ci vorrà del tempo per la sua caduta, e forse dovrà cambiare anche qualcosa a livello internazionale per favorire ciò. Sarebbe comunque importante un maggior sostegno da parte nostra nei confronti di un popolo che chiede libertà.

Qualora in Bielorussia finisse l’era di Lukashenko, quale cambiamento si aspetta ai vertici del paese? Pensa che le forze di opposizione e le proteste di piazza siano capaci di produrre un’alternativa alla guida del paese?

Credo che l’aumento della consapevolezza di quello che si vuole e la determinazione con cui la si vuole possa produrre un’alternativa in questo paese. Un paese che comunque, per certi versi, funziona: la Bielorussia non è un paese del terzo mondo. Almeno Minsk, che per certi versi ho trovato più sviluppata di Milano. I mezzi pubblici mi sembra che funzionino meglio, e in definitiva, l’ho trovata una città più pulita, c’è sempre qualcuno che pulisce anche di notte. Una città vivace nella sua vita notturna, dove anche i teatri hanno il loro spazio.

Infine, secondo lei, siamo in presenza di una vera e propria “rivoluzione” o di semplici proteste? Quali sono le sue considerazioni sulla portata e sulle potenzialità dei movimenti di piazza di queste settimane?

Forse non siamo ancora di fronte a una rivoluzione, ma non sono nemmeno delle semplici proteste. Lukashenko sembra avere un appoggio attivo solo da parte del suo entourage e degli OMON. Adesso magari può bastare, in futuro no.




Lasciare un commento