giovedì 12 novembre - Phastidio

Bene ma non benissimo, Presidente Biden

Cosa attendersi dalla presidenza Biden, tra linee di faglia che si moltiplicano nella società statunitense, creando polarizzazioni radicali non solo tra i due maggiori partiti ma anche in seno ai Dem

Dopo esserci trascinati con surreale lentezza verso la soglia dei 270 voti di collegio elettorale, quella che ha permesso a Joe Biden di proclamarsi presidente degli Stati Uniti d’America, in attesa di riconteggi e di tutte le azioni legali che Donald Trump metterà in pista col suo codazzo di avvocati più o meno presentabili, l’attenzione si sposta verso la “Blue Wave“, cioè la possibilità che Casa Bianca e Congresso possano essere dello stesso colore.

Molto difficile ma non impossibile, e tutto in mano al ballottaggio dei due seggi senatoriali della Georgia, il prossimo 5 gennaio. Se entrambi vinti da Democratici, metterebbero il Senato in pareggio numerico ma, poiché il voto della vicepresidente Kamala Harris varrebbe doppio in caso di pareggio, Biden avrebbe un assai teorico margine di manovra per la propria agenda.

DIVIDED GOVERNMENT

Avere invece il cosiddetto divided Government significherebbe essenzialmente rimettere nel cassetto tutti gli interventi epocali immaginati da Biden in campagna elettorale. Primo fra tutti, la riforma fiscale e gli aumenti di imposte per i più agiati, che non passerebbero mai in un Congresso dove i Repubblicani tengono il Senato. Ma anche un grande stimolo fiscale non appare praticabile. I mercati, scontando la blue wave, avevano scommesso su una reflazione che avrebbe alzato i rendimenti e le probabilità di risollevare l’inflazione, oltre che le azioni industriali. Questo reflation trade è stato riposto nel cassetto.

Tornerà quindi l’estenuante negoziato coi Repubblicani guidati in senato da Mitch McConnell e, forse, sarà raggiunto un minimo comune denominatore su numeri in complesso piccoli e di qualità mediocre o scadente. La Federal Reserve sarà ancora più sola, nel suo puntello all’economia americana, e scopriremo che la politica monetaria da sola non basta perché, come ribadisce sempre Jay Powell, la banca centrale può prestare ma non dare un reddito a chi ne è rimasto privo. Nel cassetto finiranno anche i grandi sogni verdi di investimenti ecologici, che avevano la funzione di spingere la ricerca per mantenere gli Usa leader della frontiera tecnologica.

Servirà comunque un occhio sulla transizione, anche senza considerare eventuali condotte “alla Trump” di Trump medesimo. Transizione molto delicata, quindi, sia sotto l’aspetto economico che quello sanitario.

Che faranno gli Stati Uniti sino al 20 gennaio, giorno della Inauguration? Che transizione avremo, date le premesse?

Tweet

Importante tenere gli occhi anche sulle nomine ministeriali di Biden, che dovrà passare dalle forche caudine repubblicane della conferma al senato, e dal semaforo di Mitch McConnell.

Il divided Governement affonda anche le suggestioni Dem di mettere mano al numero di giudici della Corte Suprema, aumentandolo per riequilibrare o sovvertire l’attuale 6-3 a favore dei conservatori, dopo la conferma di Amy Coney Barrett. Un senato ancora Repubblicano mette fine anche al sogno Dem di abbattere la prassi del filibustering, l’ostruzionismo delle minoranze che costringe a deliberare con la maggioranza qualificata di 60 su 100.

I Dem non sono riusciti a catturare i voti di ispanici e Latinos che cercavano: certamente quelli della Florida, auspicabilmente quelli del Texas. Le spiegazioni abbondano: ad esempio, che i Latinos della Florida sono conservatori sociali e ferocemente anticomunisti e quindi forse condizionati dai richiami di Trump al “pericolo socialista”. Come ha detto qualcuno, serve un’autopsia del voto ispanico in questi due stati, e soprattutto serve capire il motivo della disfatta Dem nella contea di Miami-Dade, che resterà nella storia, anche se probabilmente in quella con la minuscola:

Latinos for Donald

Importante ricordare che stiamo parlando della comunità ispanica della Florida (e del Texas), visto che Biden ha agevolmente vinto il voto dei Latinos su scala nazionale. La Florida fa storia a sé, e non da oggi.

In politica estera, ambito in cui Biden ha molta esperienza e dove un presidente Usa ha maggiori gradi di libertà dal Congresso, a meno che non dichiari guerre o firmi trattati, restano le solite aree critiche del Medio Oriente, con i rapporti con l’Iran. Oltre a quelli con Mosca e al dialogo atlantico con la Ue. Ma oggi politica estera è soprattutto politica commerciale.

Resta quindi da capire quale sarà l’atteggiamento dell’Amministrazione Biden verso la Cina. Accomodarla o contenerla sino al punto da tentarne il rollback? Se sceglierà la prima opzione, Biden sarà accusato dai Repubblicani di essersi svenduto le sofferenze del popolo dei colletti blu americani, e poco importa che l’azione trumpiana in quattro anni non abbia cavato un ragno dal buco non solo per i settori morenti come il carbone e quelli a minore valore aggiunto. Stessa reazione repubblicana da attendersi in caso Biden attuasse una formula tradizionale: meno dazi più multilateralismo.

 

Avremo comunque una presidenza da anatra azzoppata, guidata da un anziano signore che si è già definito traghettatore verso le nuove generazioni di politici americani, e che quindi con alta probabilità immagina per sé un solo mandato. La sua sarà un’agenda incrementale e non trasformativa, in un paese con una polarizzazione ormai parossistica che pare aver distrutto il centro politico.

Un numero la dice tutta: Biden è il presidente col record di preferenze, nella storia degli Stati Uniti. Ma Trump 2020 ne ha ottenute più di Obama 2008.

Tweet

POLARIZZAZIONE: AMERICA RURALE VS. URBANA

Allargando il discorso all’architettura elettorale e istituzionale americana, c’è il tema della sovrarappresentazione in Senato degli stati minori, che sono quelli rurali e con prevalenza bianca, come mostra questa utile analisi di Nate Silver. Anche ammettendo che uno stato federale necessiti di meccanismi di cessione del peso politico dagli stati più grandi a quelli più piccoli, la composizione sociodemografica degli stati americani minori determina una accentuazione della polarizzazione, oltre a dare sistematicamente più peso ai Repubblicani, che sono diventati minoranza di blocco nel paese.

Bene per pesi e contrappesi, per carità; ma quando una società è sempre più polarizzata, il patrimonio di valori condivisi viene pesantemente eroso, minando le basi della convivenza della comunità nazionale. Come ripeto da sempre: senza fiducia di comunità, legiferare serve a poco e nulla. Ancora meno negli stati federali.

Una società sempre più divisa che si trasmette non solo nella inconciliabile contrapposizione tra Repubblicani e Democratici ma anche entro il partito del presidente. Biden dovrà cercare di tenere l’equilibrio tra l’anima Dem “tradizionale”, liberale e moderatamente progressista, e la nuova generazione di sinistra, nipoti di Bernie Sanders e fratelli di Alexandria Ocasio Cortez. Già questo è garanzia di dialettica molto problematica interna ai Dem, attendendo il prossimo midterm.

In sintesi: da un lato, i socialisti Dem, dall’altro un GOP dove il numero di “più trumpiani di Trump”, è in costante aumento. In mezzo, Joseph R. Biden Jr, politico washingtoniano di lungo corso e di altrettanta mediazione. Done but not so well, Mr. President.

Per finire, un piccolo rilievo provinciale, a uso di quanti, tra i miei connazionali, ancora credono a Babbo Natale e alla fiaba del GOP pro-market e non pro-business: ripigliatevi, mentre denunciate le malefatte “socialiste” di Biden e dei Dem.

AGGIORNAMENTO: sono stato sin troppo facile profeta.




Lasciare un commento