venerdì 11 gennaio - UAAR - A ragion veduta

Avvenire e la civiltà dell’amore (proprio)

A volte capita di essere fraintesi. Di recente è successo al papa, che nel suo contrapporre in peius credenti ipocriti e non credenti ha mandato in sollucchero iperglicemico i media e anche tanti atei devoti. 

Non era né un’apertura né un complimento, povero Bergoglio che nessuno capisce (o pare voler capire, sennò perde fascino nazionalpopolare). Così come la nostra reazione non era stata certo di entusiasmo, ma di ironica constatazione di come siamo e restiamo “i peggiori bar di Caracas”, il babau da agitare quando si vuole colpevolizzare il proprio gregge.

Ma, appunto, capita di essere fraintesi. E lo è stato anche il nostro comunicato stampa, apprendiamo dalle lettere al direttore di Avvenire, il quotidiano dei vescovi.

Da un lato un monsignore scrive di stare attenti ai media, perché in realtà “il papa dice che se noi odiamo gli altri o sparliamo degli altri viviamo come se fossimo atei”, dall’altro un infervorato lettore spezzino sputa fuoco e fiamme contro un pontefice che va con l’anticristo Scalfari, con la Bonino e i suoi sei milioni di aborti, con Maometto con i suoi 380 milioni di infedeli uccisi e oggi persino con l’Uaar che si complimenta con lui, quei “falsi atei visto che adorano la dea ragione” (sic!).

Verrebbe da sorridere, non fosse per la serissima risposta del direttore Marco Tarquinio, che evidenzia nel comportamento del lettore superficiale, che disprezza per sentito dire e non verifica le fonti, un “abbandono al lato oscuro della stessa religione”. No, non Darth Vader, maliziosi e blasfemi coloro i quali l’abbiano pensato!

Certo un po’ di effetto fa, quantomeno è un’ammissione non da poco. Non è tutto oro quello che è sacro. Prendiamo nota e proseguiamo. Tarquinio va oltre infatti, specificando come “dentro e fuori la Chiesa c’è chi si ingegna ad aumentare la confusione e sfrutta ogni mezzo della modernità per perseguire il proprio obiettivo”. E con chi se la prende? Indovinato. “Non stupisce più di tanto che lo facciano i signori dell’Uaar, ahiloro sempre pronti a scagliare invettive e anatemi (laicissimi ci mancherebbe!) contro coloro che hanno una fede e, come noi, credono al dialogo […]”.

Ma non eravamo quelli che si erano complimentati? Torniamo seri.

Come Uaar siamo i primi a combattere la tendenza dei media di distorcere le parole del papa, semplicemente perché, prese per quelle che sono, mostrerebbero tutta la falsità di un mito costruito artificiosamente, quello del papa buono, innovatore e di apertura, che non ha alcun riscontro nella realtà. Ma in ogni caso quello che a noi davvero interessa è l’attitudine più o meno laica (meno, purtroppo) delle istituzioni italiane. Le offese dottrinali ci arrivano da millenni e non ci stupiscono.

Anzi, come non credenti siamo costantemente subissati di insulti a cuor leggero, non certo solo dal papa che fa pur sempre il suo mestiere di sommo divisore del mondo in noi e loro, ma persino da esponenti istituzionali (il recente Matteo Salvini del “gli manca qualcosa” solo uno fra tanti). Sfido tuttavia a trovare una sola iniziativa della nostra associazione che non si traduca in una semplice richiesta di parità di trattamento, di cessazione delle discriminazioni in corso fra visioni del mondo privilegiate e altre meno, di rispetto dei diritti umani fondamentali.

Il tutto senza gli oltre sei miliardi di euro annui elargiti dallo stato alla Chiesa e senza i cospicui finanziamenti per l’editoria che intasca lo stesso avvenire.

Accettazione dell’altrui diversità, all’interno del pieno ed equanime rispetto dei diritti umani fondamentali, dicevamo. Sono queste le basi del nostro dialogo, sempre aperto e sempre pronto. Ma forse sono proprio queste a voler essere negate in radice: nel mentre, infatti all’Onu il rappresentante vaticano ha presentato richiesta ufficiale per espungere il diritto a non avere una fede, il diritto di non credere, dal novero dei diritti umani fondamentali. Certo, se la nostra stessa esistenza viene considerata offensiva non vedo dove starebbe il percorso comune verso la “civiltà dell’amore” tanto cara al direttore di Avvenire.

Qui effettivamente potrebbe sorgere la tentazione di una piccola invettiva. Ma mi contengo, non sono “uno dei signori dell’Uaar”, sono una Signora.

Adele Orioli, Segretario Uaar

(Foto: Alberto Borba/Wikimedia)




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