mercoledì 13 gennaio - UAAR - A ragion veduta

Assalto a Capitol Hill, colpo di coda dell’ultradestra cristianista

Le ultime elezioni statunitensi sono state le più aspre da decenni a questa parte. Un livello di conflittualità mai raggiunto prima: il presidente uscente Donald Trump è arrivato a ripetere l’ossessivo mantra dei brogli elettorali messi in campo far vincere il suo avversario democratico Joe Biden. 

Il tutto senza prove concrete, nonostante i numerosi ricorsi e i minuziosi controlli degli enti governativi e la vigilanza dei media. Contribuendo a creare una profondissima spaccatura nell’opinione pubblica degli Usa, sempre più difficile da ricucire.

È successo qualcosa di impensabile per un paese democratico. Decine di migliaia di manifestanti, tra i sostenitori più accaniti di Trump, si sono riuniti a Washington per contestare il risultato delle elezioni. Non si è trattato solo di un raduno pittoresco con personaggi su cui sarebbe facile ironizzare, ma di un vero e proprio tentativo di insurrezione. C’erano nella folla cospirazionisti, estremisti cristiani, gruppi paramilitari come Proud Boys e Boogaloo. Ad aizzare lo scontro persino esponenti politici repubblicani, come il fondamentalista e già eletto parlamentare in Pennsylvania Rick Saccone. Un altro eletto in West Virginia presente alla manifestazione, Derrick Evans, è famigerato per le proteste contro le cliniche dove si effettuano aborti. Tra le scene riportate dai giornalisti, frequenti quelle di manifestanti esaltati che inneggiavano a dio e Gesù: Donald Trump sarebbe un loro inviato e la sua elezione presagirebbe la fine dei tempi descritta nell’Apocalisse. “Sta tutto nella Bibbia”, ha proclamato tra gli altri un tale Don Johnson, “tutto è stato profetizzato. Donald Trump è nella Bibbia. Preparatevi”.

Per i moti di Washington si fa strada il sospetto di una qualche connivenza a livello istituzionale, o quanto meno di un approccio più elastico da parte della polizia rispetto ad altre manifestazioni, come quelle per Black Lives Matter. Un gruppo di terroristi di estrema destra ha preso d’assalto Capitol Hill durante la proclamazione del nuovo presidente Biden e della vicepresidente Kamala Harris. Durante gli scontri sono morte quattro persone, tra cui Ashli Babbitt, complottista sostenitrice della teoria di QAnon già veterana nell’aeronautica. Nel tragico bilancio si aggiungono decine di feriti e di arresti, ritrovamenti di esplosivi e di armi, rischio attentati. Una situazione delicatissima che costringe a mantenere alta la guardia in quella che fino a poco fa era considerata da molti come la più grande democrazia del mondo. Scene che richiamano alla mente in maniera inquietante lo scenario distopico dipinto da Margaret Atwood nel suo romanzo cult Il racconto dell’ancella, dove una milizia di fondamentalisti cristiani assalta le istituzioni americane e instaura una teocrazia per fermare la decadenza del paese.

Di fronte alle evidenze, dopo appelli bipartisan e inviti alla calma, Trump con pervicace ostinazione ha continuato ad affermare che elezioni sono state “rubate”, esprimendo comprensione per i manifestanti e invitandoli a ritirarsi pacificamente. Il clima è ancora incandescente e le parole dell’ex presidente trovano un non trascurabile sostegno. Un sondaggio di YouGov ha rilevato che una cospicua minoranza non ritiene l’intrusione in Campidoglio dell’altro giorno un pericolo per la democrazia (32%) e anzi la approva (21%). Tra i repubblicani la quota di chi ne minimizza le conseguenze sull’assetto democratico (68%) e di chi sostiene il colpo di mano (45%) è ancora più alta.

Come si è arrivati a questo punto? Dopo anni di irresponsabile propaganda di odio condita di fake news portata avanti dall’ex presidente Trump e dal suo entourage, che ha soffiato sul fuoco del disagio sociale. Una propaganda che ha sdoganato teorie complottiste, titillato le frange estremiste, razziste e alt right, vilipeso il pensiero scientifico e razionale su temi cruciali come la ricerca, il cambiamento climatico e i vaccini, fomentato l’ideologismo fazioso anche in contrasto ai dati di fatto, calpestato i diritti civili e la laicità nel nome di un fanatico nazionalismo cristiano. Trump viene spesso ritenuto un fenomeno imperscrutabile: molti benpensanti si chiedono come abbia potuto ottenere così tanto consenso persino da minoranze non privilegiate, nonostante le frequenti uscite fuori dalle righe – se non apertamente razziste, omofobe, sessiste – e le sue apparenti contraddizioni. Ma, come fa notare Benjamin Radford su Skeptical Inquirer, è “uno showman, non uno sciamano” e sarebbe un errore incasellare gli elettori in blocchi monolitici, poiché nel voto influiscono molti umori, anche diversissimi.

Un fattore cruciale su cui ha saputo giocare Trump, e che ha fatto soprassedere molti votanti sulla moralità dell’ex presidente, è stato sicuramente l’insistenza sul nazionalismo cristiano. Un approccio apertamente confessionalista volto a ridare certezze e predominanza a quell’America bianca e cristiana profonda che si sente bistrattata, i cui valori tradizionali sono messi in discussione dalle aperture sui diritti civili (vedi le nozze gay), dalle mobilitazioni anti-razziste, dalla secolarizzazione. Il recente rapporto State of the Secular States di American Atheists rileva come aumentino le criticità su questioni come le esenzioni religiose sulle misure sanitarie per arginare il coronavirus, o il finanziamento alle scuole confessionali. Il tutto con la benedizione o grazie all’influenza dell’amministrazione Trump, e con conseguenze ben oltre il suo incarico.

Non è un caso che il sostegno dei fondamentalisti evangelici bianchi verso quel presidente superi l’80%. E che i nones (atei, agnostici, non religiosi e non affiliati a culti) siano largamente propensi al voto democratico. Specie con queste ultime elezioni presidenziali, in cui le opinioni si sono molto polarizzate, anche le realtà laico umaniste si sono dovute schierare. La American Humanist Association, organizzazione laica affine all’Uaar, ha parlato sui social di “insurrezione sostenuta da Trump”, chiedendo che chiunque abbia sostenuto e incoraggiato questo “colpo di stato” sia perseguito dalla giustizia. Friendly Atheist, uno dei siti di opinione atei più noti negli Usa a firma di Hemant Mehta, ha scritto che quanto accaduto potrà avere un epilogo solo quando saranno puniti i “repubblicani responsabili dell’assedio al Campidoglio” e “tutti coloro che ne hanno posto le basi”. Inoltre fa notare che con la cruciale elezione di due senatori democratici in Georgia “non solo l’agenda cristiana nazionalista è stata fermata per l’immediato futuro, il muro di separazione tra chiesa e stato è appena diventato più solido – grazie al primo senatore ebreo dello stato e un reverendo progressista”. Il riferimento è rispettivamente ai neoeletti Jon Ossoff e a Raphael Warnock. American Atheists, altra organizzazione di non credenti, ha contestato il “fallito colpo di stato” e messo in guardia dall’ultimo colpo di coda di Trump per smantellare le tutele anti-discriminazione per le persone lgbt. Anche i diritti riproduttivi sono stati messi in discussione in questi anni negli Stati Uniti e, proprio a causa dell’influenza trumpiana, in tutto il mondo. Non a caso anche l’Ipas, ong che dà accesso a contraccezione e aborto alle donne in molti paesi e che cui l’Uaar ha donato un contributo, ha denunciato questo “attacco diretto alla democrazia”. Ricordando come il movimento integralista no-choiche “abbia fatto ricorso a lungo alla disinformazione, alla pseudoscienza, a una retorica deleteria e alla violenza che ha alimentato i sediziosi”, con tanto di attacchi a cliniche e aggressioni a professionisti sanitari.

Per tornare nei nostri lidi, quanto siano profonde le conseguenze del populismo fondamentalista sdoganato da Trump lo ammettono persino in ambienti vaticani. Il direttore della rivista America, il gesuita James Martin, invita a fare mea culpa: “è il momento per i leader cristiani di ammettere la loro parte nella violenza a Capitol Hill”. Una figura nello scacchiere bergogliano che fa da contraltare ad altre invece schierate con l’ex presidente. Come l’ex nunzio apostolico negli Usa monsignor Carlo Maria Viganò, che qualche mese fa ha vergato una lettera di sostegno a Trump dai toni complottisti e apocalittici.

Trump ha la responsabilità di aver allevato un mostro che covava nella società Usa, generato dall’incontro dell’irrazionalismo antiscientifico e del fanatismo identitario religioso e para-religioso. Quanto accaduto a Washington non ha nulla a che fare con ragione, libertà, democrazia e persino laicità. Aperto questo vaso di Pandora, resta da capire se e come la società Usa, in particolare una fetta consistente dei cristiani e il partito repubblicano, riusciranno a lasciarsi alle spalle la lugubre eredità dell’ex presidente.
Ma un ruolo importante possono giocarlo – e anzi l’hanno già giocato – gli elettori non credenti, nel pretendere che la politica sia davvero più laica e civile, in senso ampio. Per (ri)trovare anche negli Usa un ragionevole buon senso, archiviando l’estremismo trumpiano e quello dei suoi epigoni – anche italiani.

Valentino Salvatore

 

 

 

 




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